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Google ha confermato nelle scorse ore che sui Googlebook sarà prevista la possibilità di effettuare lo sblocco del bootloader, una scelta che apre in modo concreto la strada al modding su questa nuova famiglia di dispositivi. Chi mastica un po’ di personalizzazione Android sa bene quanto conti questo passaggio, perché rappresenta il primo e fondamentale gradino per arrivare all’installazione di custom ROM oppure per ottenere i privilegi di accesso a livello root. In pratica, senza un bootloader sbloccato il sistema resta chiuso e qualsiasi intervento profondo sul software diventa impossibile.
La notizia ha attirato subito l’attenzione di uno dei nomi più conosciuti della scena. John Wu, il principale sviluppatore del celebre Magisk, ha fatto sapere di essere già al lavoro per portare il suo strumento sui Googlebook. Per ora però non esistono tempistiche precise, quindi non è possibile indicare quando il supporto sarà effettivamente disponibile. Il semplice fatto che il progetto sia partito, comunque, dice molto sull’interesse che queste macchine stanno generando tra gli appassionati.
Perché Googlebook piace a chi ama il modding
Secondo Wu la piattaforma rappresenta un ambiente particolarmente interessante per il modding Android, e il motivo è abbastanza semplice da capire. Molti smartphone di oggi impongono limitazioni che rendono il root decisamente meno pratico rispetto al passato. Non si tratta solo di difficoltà tecniche nella procedura, ma soprattutto di quello che succede dopo, quando il telefono è già stato modificato.
Il nodo principale riguarda alcune applicazioni che possono smettere di funzionare correttamente nel momento in cui rilevano un dispositivo alterato. Tra gli esempi più problematici ci sono proprio le app bancarie, che spesso si rifiutano di partire o bloccano alcune funzioni se il sistema non risulta integro. Per chi usa lo smartphone ogni giorno anche per gestire conti e pagamenti, è un ostacolo tutt’altro che trascurabile, tanto da scoraggiare parecchi utenti dal mettere mano al software.
Su questo fronte i Googlebook potrebbero offrire un terreno più favorevole. Sempre secondo lo sviluppatore di Magisk, chi desidera sperimentare con il sistema operativo avrebbe la possibilità di farlo senza scontrarsi immediatamente con gli stessi limiti che caratterizzano oggi il mondo dei telefoni. Un contesto diverso, insomma, dove smanettare con il software risulta meno penalizzante.
La posizione ufficiale di Google
Nella pagina di supporto dedicata, Google presenta la decisione soprattutto dal punto di vista degli sviluppatori. Grazie a questi strumenti potranno infatti testare le proprie applicazioni anche in scenari atipici, cioè in condizioni che si allontanano dalla configurazione standard del dispositivo. Una motivazione piuttosto lineare, che punta a facilitare il lavoro di chi crea software per la piattaforma.
Colpisce però un altro dettaglio. Nella stessa documentazione si fa riferimento in modo esplicito anche ai semplici utenti avanzati, e non soltanto a chi programma per mestiere. È un aspetto curioso se si guarda a come l’azienda si comporta su smartphone e tablet, dove sembra voler fare di tutto per arginare e limitare il modding, citando prevalentemente ragioni di sicurezza. Sui Googlebook l’approccio appare quindi più aperto, almeno sulla carta.
Fonte: TecnoAndroid







