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I ghiacciai delle Ande sono osservati con attenzione crescente dopo quanto accaduto in Nepal il 28 agosto, ma il glaciologo argentino Lucas Ruiz invita a non confondere il pericolo con la catastrofe annunciata. Non tutti i crolli di ghiaccio producono un’onda di fango e detriti delle dimensioni viste in Himalaya, spiega, e la differenza conta parecchio quando si parla con le comunità che vivono a valle. “Che esista il pericolo non significa che sarà un evento di quella portata, vogliamo generare azioni e misure per studiare questi fenomeni, ma non che ci paralizzi la paura”, ha dichiarato.
Quella piena che in Nepal ha travolto interi villaggi e infrastrutture strategiche era nata dal crollo di un ghiacciaio insieme alla roccia che ne costituiva la base. Oggi si sa che il materiale franato ha formato una diga naturale, sbarrando il fiume per un breve periodo e accumulando acqua che poi si è liberata tutta insieme. Il cambiamento climatico, secondo Ruiz, funziona da “catalizzatore”: ondate di calore, temperature in aumento ed estati sempre più lunghe accelerano la fusione, mentre in quota le precipitazioni che un tempo cadevano come neve arrivano sempre più spesso sotto forma di pioggia. L’acqua piovana aumenta la pressione alla base, favorisce lo scivolamento, accelera la fusione e frattura le rocce che sostengono i blocchi di ghiaccio.
Vulcani, ghiaccio e un precedente che in Colombia nessuno ha dimenticato
Il geologo cileno Felipe Ugalde Peralta aggiunge un altro tassello: fenomeni di scala globale come El Niño possono incidere, per esempio provocando eventi idrometeorologici intensi con pioggia là dove di norma nevicava. E con El Niño le estati tendono a essere molto calde, quindi la fusione corre più veloce. Restano poi i fattori locali, come il tipo e la disposizione delle rocce sotto il ghiaccio, una delle ipotesi al centro dell’analisi sul caso nepalese.
Nella regione andina una delle minacce maggiori riguarda i ghiacciai sui vulcani. L’eruzione del Nevado del Ruiz nel 1985 non fu enorme, eppure fuse neve e ghiaccio generando un lahar che percorse oltre 100 chilometri e seppellì la popolazione di Armero. “Se ci sono vulcani attivi con ghiacciai in superficie vanno analizzati con questo sguardo sull’interazione glaciovulcanica”, osserva Ugalde Peralta, e il discorso vale per Colombia, Ecuador, Perù e Cile.
Perù, il paese con più ghiacciai tropicali e centinaia di lagune sorvegliate
Paola Moschella, direttrice di ricerca sui ghiacciai dell’INAIGEM, ricorda che non tutti i ghiacciai creano rischio, ma le Ande tropicali, dal Venezuela alla Bolivia, sono più vulnerabili alla fusione. Il Perù concentra il maggior numero di ghiacciai tropicali, sopra i 5000 metri di quota, e ha già perso il 59% della superficie glaciale. Nel 1970 un terremoto sulla costa staccò un blocco di ghiaccio e roccia dallo Huascarán, generando un’alluvione che uccise 6000 persone. Uno studio del 2020 ha calcolato che nuovi distacchi colpirebbero interamente l’area urbana di Ranrahirca e parte di Yungay, dove vivono 11.385 persone, mentre una valutazione del 2025 stima che un crollo dalla vetta sud raggiungerebbe i centri abitati in meno di 12 minuti, coinvolgendo oltre 9900 residenti.
C’è poi il capitolo dei GLOF, le piene improvvise da svuotamento di laghi glaciali. Una valutazione nazionale del 2024 ha individuato 528 lagune a rischio di tracimazione, 58 delle quali con rischio molto alto. Tra i casi più delicati la laguna Palcacocha, sopra Huaraz, già responsabile in passato della distruzione di un terzo della città e oggi ancora più grande: circa 27.000 persone risultano esposte. Il monitoraggio in tempo reale copre anche Upiscocha, in Cusco, e Gangrajanca, in Huánuco.
Cile, quattromila chilometri di cordigliera da tenere d’occhio
Nel Cajón del Maipo uno studio del 2025 ha censito dieci ghiacciai ad alta suscettibilità di valanghe di ghiaccio, uno ad avanzamenti improvvisi, due a crolli catastrofici, sette a GLOF e tre a lahar. La zona centrale del Cile ospita solo il 4% dei ghiacciai nazionali ma quasi metà della popolazione. Tra i siti segnalati in via preliminare ci sono il ghiacciaio Juncal Norte, con un lago di cinque ettari, e un altro nel bacino del río Juncal con un lago di due ettari. Il caso che preoccupa di più è El Morado, dove un ghiacciaio sospeso domina una laguna e ha già prodotto valanghe fino a 50.000 metri cubi, cifra modesta rispetto alle centinaia di milioni registrate in Nepal.
Fonte: TecnoAndroid








