Vai al contenuto
Offerte

GDPR, bozza UE apre l’AI ai dati personali col legittimo interesse

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

L’uso dei dati personali per addestrare i modelli di intelligenza artificiale potrebbe diventare molto più semplice in Europa, almeno stando a una bozza che circola in seno al Consiglio UE. Il documento punta a rendere esplicito qualcosa che finora è rimasto in una zona grigia, cioè la possibilità di appoggiarsi al cosiddetto legittimo interesse come base giuridica per dare in pasto agli algoritmi le informazioni che riguardano i cittadini europei. Non è un dettaglio da poco, perché tocca il cuore del rapporto tra privacy e sviluppo tecnologico.

Chi mastica un po’ di normativa sa che il legittimo interesse è una delle basi previste dal GDPR per trattare i dati senza dover chiedere ogni volta un consenso esplicito. È uno strumento flessibile, che finora è stato interpretato in modo prudente e caso per caso, con le autorità di controllo chiamate a bilanciare gli interessi dell’azienda e i diritti delle persone. Scriverlo nero su bianco in relazione all’addestramento dei modelli significherebbe togliere ambiguità, ma anche spostare l’ago della bilancia.

Cosa cambierebbe davvero con la bozza del Consiglio UE

La direzione indicata dalla bozza del Consiglio UE è quella di una semplificazione. Oggi chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale in Europa si muove su un terreno scivoloso, perché non esiste una regola che dica in modo chiaro quando è lecito usare informazioni personali già raccolte per costruire un modello. Il risultato è che ogni azienda si affida a interpretazioni proprie, con il rischio concreto di contestazioni da parte dei garanti nazionali. Rendere il legittimo interesse una base riconosciuta in modo esplicito servirebbe proprio a ridurre quell’incertezza.

C’è però un secondo elemento nella bozza che pesa parecchio, forse più del primo. Si parla infatti di una deroga per i dati sensibili, quella categoria particolare che comprende informazioni sulla salute, sulle convinzioni religiose, sull’orientamento sessuale, sull’appartenenza politica o sindacale. Il GDPR li protegge con un livello di tutela superiore rispetto ai dati comuni, proprio perché il loro uso improprio può causare danni difficili da riparare. Prevedere un’eccezione in questo ambito significa aprire una porta che fino a oggi era rimasta sostanzialmente chiusa.

Il nodo tra competitività e tutele

Dietro questa spinta alla semplificazione c’è una tensione che attraversa tutte le istituzioni europee da mesi. Da una parte la volontà di non restare indietro nella corsa all’intelligenza artificiale, con la consapevolezza che le regole troppo rigide rischiano di spingere sviluppo e investimenti altrove. Dall’altra l’impianto di tutele costruito negli anni, che ha fatto dell’Europa un riferimento globale in materia di protezione dei dati e che difficilmente può essere alleggerito senza sollevare obiezioni.

La privacy resta insomma il terreno su cui si gioca la partita. Chi difende l’attuale assetto normativo teme che un’apertura di questo tipo trasformi il legittimo interesse in una formula buona per tutto, svuotando di fatto il principio del consenso informato. Chi invece guarda al lato industriale sostiene che senza dati in quantità sufficiente non esistono modelli competitivi, e che continuare a lavorare nell’incertezza giuridica è il modo migliore per perdere terreno. Per ora si tratta appunto di una bozza, un testo destinato a passare attraverso il confronto tra gli Stati membri e le altre istituzioni prima di assumere una forma definitiva. Ma il segnale è chiaro e indica un possibile riposizionamento dell’approccio europeo sulla gestione dei dati personali applicata all’addestramento degli algoritmi.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
108 Condivisioni