In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Circa 7.000 anni fa qualcosa ha ridotto in modo drastico la diversità genetica maschile, e ancora oggi quel crollo resta uno dei rompicapi più discussi dagli studiosi che si occupano di popolazioni antiche. Non si tratta di una diminuzione lieve, di quelle che si spiegano con una carestia o con un’epidemia passeggera. Il segnale che emerge guardando indietro nel tempo è molto più netto, quasi un taglio secco nelle linee genealogiche degli uomini. E l’ipotesi che raccoglie più attenzione tira in ballo qualcosa di sgradevolmente umano, ovvero generazioni di guerra tra clan combattuta senza tregua.
Il punto di partenza è semplice da capire anche senza una laurea in genetica. Alcune porzioni del nostro patrimonio ereditario viaggiano lungo percorsi molto specifici, e il cromosoma Y passa esclusivamente di padre in figlio maschio. Questo lo rende una specie di cognome biologico, un marcatore che permette di ricostruire quante linee maschili distinte siano sopravvissute nel corso dei millenni. Quando quelle linee si assottigliano all’improvviso, significa che una parte enorme degli uomini di quel periodo non ha lasciato discendenti diretti.
Un collo di bottiglia che ha riguardato solo gli uomini
L’aspetto più strano della faccenda è proprio la sua asimmetria. Il collo di bottiglia genetico individuato attorno a 7.000 anni fa non ha toccato allo stesso modo le donne, le cui linee di discendenza mostrano una continuità decisamente più regolare. In pratica le popolazioni non si sono estinte, non c’è stato un tracollo demografico generalizzato. È cambiato invece chi, tra gli uomini, riusciva a trasmettere il proprio corredo genetico alle generazioni successive.
Un fenomeno del genere non si spiega con una malattia, perché i virus e i batteri non selezionano le vittime in base al sesso con una precisione simile. Nemmeno le catastrofi ambientali funzionano così. Serve qualcosa che colpisca in modo sistematico e ripetuto una categoria precisa di persone, lasciando le altre relativamente indenni. Ed è qui che entra in scena l’ipotesi della violenza organizzata tra gruppi rivali.
L’ipotesi della violenza tra clan
Lo scenario immaginato dai ricercatori è quello di società strutturate attorno a gruppi di parentela, comunità in cui gli uomini imparentati tra loro condividevano lo stesso lignaggio paterno. In un contesto simile, quando un clan veniva spazzato via da uno scontro, non spariva semplicemente un certo numero di individui. Spariva un’intera linea paterna, tutta insieme, perché gli uomini che la portavano erano legati da vincoli di sangue e vivevano fianco a fianco.
Ripetuto per generazioni, un meccanismo del genere avrebbe potuto ridurre progressivamente il numero di lignaggi maschili in circolazione, concentrando la discendenza nelle mani di pochi gruppi vincenti. Le donne, spesso non coinvolte direttamente negli scontri o assorbite dai gruppi vincitori, avrebbero mantenuto una varietà genetica molto più ampia. Il risultato finale è esattamente quello che si osserva analizzando il DNA delle popolazioni attuali.
Va detto che si tratta di una ricostruzione, non di una certezza incisa nella pietra. Ricostruire le dinamiche sociali di comunità vissute settemila anni fa partendo da sequenze genetiche richiede una buona dose di cautela, e le interpretazioni alternative non mancano. Quello su cui c’è accordo, però, è l’esistenza del fenomeno in sé. Il crollo della diversità genetica tra i maschi è un dato che emerge con chiarezza dai dati, indipendentemente dalla spiegazione che si sceglie di adottare. Resta il fatto che un periodo relativamente breve della preistoria ha lasciato un’impronta ancora leggibile nel patrimonio genetico dell’umanità contemporanea, e che quell’impronta racconta una storia in cui la competizione tra gruppi umani sembra aver avuto un peso tutt’altro che marginale.
Fonte: TecnoAndroid








