David Ellison ha scelto di mettere la faccia sull’operazione più chiacchierata del momento, quella tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery, valutata circa 96 miliardi di euro debito compreso. Il ragionamento con cui difende l’affare è tanto semplice quanto discutibile: il gruppo che nascerebbe da questa unione non sarebbe abbastanza grande da imporre al pubblico cosa guardare. Una tesi che arriva mentre negli Stati Uniti si moltiplicano le cause pensate proprio per fermare tutto.
In un intervento comparso sul New York Times, Ellison ha provato a spostare il baricentro della discussione. Secondo lui buona parte dell’opposizione nascerebbe da un timore preciso, cioè il suo possibile ruolo di futuro proprietario di CNN. Ha assicurato che le redazioni non verrebbero piegate alle sue idee personali, indicando nella fiducia verso la sua persona il vero nodo politico dello scontro. Detto in altre parole, per lui la partita si gioca più sul piano della credibilità che su quello dei numeri.
Le cause che bloccano l’operazione
La contestazione antitrust non è un’iniziativa isolata. A guidarla è una coalizione di dodici Stati statunitensi, che mette in discussione gli effetti della fusione su più fronti. Si parla di distribuzione cinematografica, di come verrebbero gestite le grandi uscite nelle sale e delle licenze dei canali via cavo. In pratica finiscono sotto la lente diversi anelli della filiera dell’intrattenimento, dalla circolazione dei film fino agli accordi per la diffusione dei contenuti televisivi. A questa si aggiunge un’azione separata, portata avanti dalla Writers Guild of America. Il sindacato degli sceneggiatori sostiene che un consolidamento di questa portata danneggerebbe il mercato del lavoro di chi scrive per cinema e televisione, riducendo gli spazi e le possibilità. Sul versante opposto c’è però anche chi ha già dato il via libera. Il Dipartimento di Giustizia statunitense, nel giugno 2026, aveva deciso di non contestare l’acquisizione. E Paramount fa sapere che le autorità di 65 giurisdizioni hanno autorizzato l’accordo oppure hanno scelto di non opporsi. Nell’Unione Europea l’ok è arrivato, ma con dei paletti: impegni precisi sul fronte della distribuzione cinematografica.
Cosa succederebbe se la fusione andasse in porto
Per ora, comunque, tutto resta congelato. Le due società hanno accettato di non completare la fusione prima della sentenza nel processo antitrust oppure prima del 1° giugno 2027. Un rinvio vero e proprio, che le aziende continuano a leggere come una pausa tecnica su un accordo che considerano del tutto legittimo. È lo stesso schema già visto in passato, quando l’acquisizione era stata spostata al 2027 dopo una fase in cui Paramount aveva insistito nel voler sfidare l’intesa con Netflix. Se il progetto dovesse davvero concretizzarsi, il perimetro è già disegnato. L’integrazione riunirebbe Warner Bros., HBO Max e CNN insieme a Paramount Pictures, Paramount+ e CBS, portando sotto lo stesso tetto cataloghi enormi e proprietà intellettuali distribuite in giro per il mondo, Italia inclusa. Il disegno industriale è chiaro, insomma. Quello che manca è la certezza sul finale, appeso all’esito del contenzioso avviato dagli Stati e alle scadenze che le stesse società si sono date.











