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Fenicotteri blu: perché la dieta non basta a cambiare colore

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Chiunque abbia visto una colonia di fenicotteri dal vivo si è probabilmente chiesto da dove arrivi quel rosa così acceso, e soprattutto se sia possibile spingere la faccenda oltre. La domanda circola da anni tra curiosi e appassionati di natura e ha una formulazione tanto semplice quanto irresistibile: se il colore dipende da quello che questi uccelli mangiano, allora basterebbe cambiare la dieta per ottenere un fenicottero blu? La logica sembra filare, eppure il passaggio dal ragionamento alla biologia reale è tutt’altro che immediato.

Il punto di partenza è noto anche a chi non ha mai aperto un manuale di ornitologia. I fenicotteri non nascono rosa. I pulcini hanno un piumaggio grigiastro, spento, quasi anonimo, e solo con il tempo assumono le tonalità che li hanno resi una delle silhouette più riconoscibili del regno animale. Quel cambiamento arriva dal cibo, in particolare dai pigmenti presenti negli organismi di cui si nutrono nelle acque salmastre e nelle lagune poco profonde. Il colore dei fenicotteri, insomma, è letteralmente costruito pasto dopo pasto.

Perché il rosa funziona e altri colori no

Qui la questione si complica. I pigmenti che gli uccelli riescono ad assorbire e a depositare nelle penne appartengono a una famiglia ben precisa, quella dei carotenoidi, gli stessi composti che danno colore a carote, gamberetti e a molte alghe. L’organismo del fenicottero è attrezzato per gestire proprio quel tipo di molecole, trasportarle nel sangue e infine fissarle nelle piume in crescita. Non si tratta di una spugna che assorbe qualsiasi tinta le venga offerta, ma di un sistema biologico specializzato, con regole rigide.

Il problema di un ipotetico fenicottero blu sta esattamente lì. In natura il pigmento blu è una rarità quasi assoluta tra gli animali, e nella stragrande maggioranza dei casi quel colore non nasce da una sostanza colorante ma da un effetto ottico, dalla struttura microscopica delle penne che riflette la luce in un certo modo. Un uccello che appare azzurro spesso non contiene nulla di azzurro: sta semplicemente giocando con la fisica della luce. E una struttura del genere non si può ottenere modificando il menù.

Cosa succederebbe davvero cambiando la dieta

Togliendo i carotenoidi dall’alimentazione, l’effetto è documentato e piuttosto deludente per chi sperava in tinte esotiche. Gli esemplari tenuti senza le fonti giuste di pigmento tendono a sbiadire, fino a diventare bianchicci o quasi. È uno dei motivi per cui negli zoo e nei parchi la dieta viene calibrata con attenzione: senza i giusti apporti, la colorazione rosa svanisce e gli animali perdono progressivamente quella caratteristica che tutti si aspettano di vedere.

Volendo forzare la mano con sostanze colorate diverse, il risultato non sarebbe un fenicottero azzurro ma, molto probabilmente, un animale in difficoltà. Introdurre coloranti estranei nell’alimentazione di un uccello selvatico significa interferire con la sua fisiologia, e non esiste alcuna garanzia che quelle molecole vengano assorbite, trasportate e depositate nelle penne come accade con i carotenoidi. Nella maggior parte dei casi verrebbero semplicemente eliminate senza lasciare traccia sul piumaggio.

Il fascino della domanda resta intatto, perché racconta qualcosa di controintuitivo su come funziona il colore in natura. Il rosa dei fenicotteri è un caso particolare, quasi un’eccezione fortunata, non la prova che il piumaggio sia una tela bianca su cui dipingere a piacimento. Le penne di un fenicottero possono virare verso il pallido o accendersi di corallo, ma il blu appartiene a un meccanismo completamente diverso, che con la ciotola del cibo non ha nulla a che spartire.

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