In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
L’atterraggio al polo sud lunare è il grande obiettivo della NASA, ma dentro l’agenzia c’è chi storce il naso. A sollevare dubbi è stato Victor Glover, pilota di Artemis II, che la scorsa estate ha detto chiaramente di considerare quella scelta poco prudente e ha proposto un’alternativa: scendere vicino all’equatore della Luna, dove le condizioni sarebbero decisamente più gestibili. Non una critica generica, ma un ragionamento costruito su due problemi molto concreti.
Il calendario, intanto, è già tracciato. Artemis III servirà a provare le manovre di aggancio con i veicoli lunari di Blue Origin e SpaceX, mentre il vero allunaggio arriverà con Artemis IV, in programma per il 2028. Manca ancora parecchio, certo, però le decisioni sul sito di discesa si prendono adesso, non all’ultimo momento.
Artemis II: poca luce e un’orbita che passa una volta a settimana
Il primo nodo riguarda l’illuminazione. Nella fascia centrale del satellite il ciclo di giorno e notte è abbastanza regolare, anche se un giorno lunare dura all’incirca due settimane terrestri. Al polo sud la faccenda cambia parecchio, perché il Sole resta talmente basso sull’orizzonte che alcuni punti rimangono praticamente sempre in ombra. Se il veicolo finisse in una di queste zone, l’energia solare disponibile per alimentare i sistemi elettrici sarebbe molto inferiore.
Il secondo problema è ancora più delicato e riguarda l’orbita. La capsula Orion si aggancerà in orbita lunare al lander, gli astronauti destinati alla discesa passeranno su quest’ultimo e, una volta separati i due veicoli, Orion continuerà a girare attorno alla Luna finché non sarà il momento di riagganciarsi per il viaggio di ritorno. Per poter raggiungere il polo sud è stata scelta una traiettoria particolare, la cosiddetta orbita halo quasi rettilinea, nota con la sigla NRHO, che ha una forma molto allungata e un periodo orbitale lungo. Tradotto in pratica, Orion si troverebbe nella posizione giusta per recuperare l’equipaggio solo una volta a settimana. Glover ha messo il dito proprio qui: se un astronauta avesse un problema medico appena arrivato sulla superficie, l’attesa per l’evacuazione sarebbe troppo lunga.
Il ghiaccio d’acqua è il motivo per cui quelle ombre piacciono
Le ombre perenni del polo sud sono uno svantaggio operativo, però rappresentano anche la ragione principale per cui la NASA vuole posarsi proprio lì. In alcuni crateri di quelle regioni mai raggiunte dal Sole si trova acqua ghiacciata, una risorsa preziosissima sia da bere sia da trasformare in carburante e in altri materiali utili per chi resterà lassù. Un tesoro che l’equatore non offre.
Glover non nega questi vantaggi, semplicemente propone di arrivarci con calma. La sua idea è allunare nella zona centrale della Luna e da lì spostarsi gradualmente verso il polo sud, un passo alla volta. Più lento, ma anche molto più sicuro per gli equipaggi.
Dietro la fretta c’è la corsa con la Cina
Al di là del ghiaccio, diversi esperti di geopolitica leggono la fretta americana in un’altra chiave: il polo sud lunare è anche l’obiettivo dichiarato della Cina. Il programma lunare di Pechino è a uno stadio avanzato e non passerà molto tempo prima che porti a termine un nuovo allunaggio. Se i cinesi puntassero dritti al polo sud e vi costruissero una base, la NASA rischierebbe di trovarsi tagliata fuori dalla destinazione che insegue da anni.
Sulla carta non dovrebbe funzionare così. Il Trattato sullo spazio extra atmosferico impegna i Paesi firmatari a condividere le risorse spaziali e a non rivendicare porzioni di territorio fuori dalla Terra. Tra gli impegni presi e i comportamenti reali, però, la distanza può essere notevole, e la storia della corsa allo spazio ha già mostrato quanto possa diventare competitiva e poco ragionevole quando due potenze si trovano una di fronte all’altra. Per ora la parola resta agli Stati Uniti e alla decisione se dare ascolto o meno alle obiezioni di chi vola su Artemis II.








