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Spot fake su Facebook sfruttati per i ricavi?
Le modalità di intervento di Meta sul problema risultano controverse. Dalle carte emerge che, anziché rimuovere automaticamente gli inserzionisti sospetti, l’azienda interviene solo quando i propri algoritmi stimano con almeno il 95% di probabilità che si tratti di una truffa. Nei casi meno certi, la piattaforma preferisce aumentare le commissioni pubblicitarie applicate a quegli account. Un meccanismo che dovrebbe scoraggiare comportamenti fraudolenti ma che, secondo gli stessi analisti interni, non produce risultati concreti. Al contrario, la pratica finisce per generare un circolo economico paradossale. I truffatori continuano a investire, la piattaforma continua a incassare, e gli utenti restano esposti a rischi crescenti.
Un ulteriore elemento critico riguarda l’algoritmo di personalizzazione degli annunci. Quest’ultimo tende a mostrare contenuti simili a quelli su cui l’utente ha già interagito. Ciò significa che chi clicca su un annuncio fake ha maggiori probabilità di riceverne altri. Amplificando il fenomeno e rendendo difficile distinguere tra promozione autentica e inganno.
Il portavoce di Meta, Andy Stone, ha replicato respingendo le accuse. A suo dire, i documenti offrirebbero una visione distorta dell’approccio aziendale alle truffe. Ha, inoltre, precisato che la stima del 10% dei ricavi provenienti da frodi sarebbe approssimativa e sovrastimata.










