L’effetto ChatGPT è entrato ufficialmente nei laboratori, e i primi dati raccontano una storia che vale la pena ascoltare. Alcuni scienziati hanno provato a misurare cosa accade alla memoria e al senso critico di chi usa l’intelligenza artificiale senza troppa testa, e il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Un elettroencefalogramma ha mostrato una connettività cerebrale più bassa e voti in calo negli studenti che delegano quasi tutto ai chatbot. Il rischio, spiegano gli esperti, ha un nome preciso, ovvero un vero e proprio ritiro cognitivo.
Il paragone che apre la riflessione arriva dal cibo. Per millenni ogni sforzo umano è stato guidato dalla necessità di procurarsi da mangiare, oggi invece viviamo in una società che rende fin troppo facile ingozzarsi di alimenti ipercalorici e poco salutari, scoraggiando il movimento. La scrittrice e insegnante inglese Daisy Christodoulou sostiene che stiamo replicando lo stesso schema con le informazioni. Nel passaggio dall’era di Internet a quella dell’IA, ciò che consumiamo non è solo più abbondante e di scarso valore, ma essenzialmente predigerito, confezionato in modo da scavalcare funzioni umane importanti come valutare, filtrare e sintetizzare. Insomma, una pappa pronta intellettuale, facile da masticare ma povera di sostanza.
Cosa dicono gli studi sulla memoria e sull’apprendimento
Uno studio del MIT ha messo a confronto tre gruppi di persone alle prese con brevi saggi, chi scriveva senza aiuti, chi usava Google e chi si appoggiava a ChatGPT. Nell’ultimo gruppo la connettività tra le aree cerebrali risultava ridotta, l’attenzione più bassa e il senso di paternità dei testi decisamente più debole. Rimessi alla prova senza il chatbot, questi partecipanti facevano fatica persino a ricordare i punti toccati poco prima. Carlo Reverberi, professore associato di Psicologia generale all’Università di Milano Bicocca e membro del NeuroMI, la mette così: per imparare serve confrontarsi con la fatica e la frustrazione della comprensione profonda. Se questi passaggi mancano, il sapere diventa fragile e superficiale, pronto a evaporare.
Usare l’IA a scuola in modo sostitutivo per mesi o anni produce un ritiro cognitivo completo, quasi come copiare dal compagno di banco, ma in continuazione. E i numeri parlano chiaro. In una ricerca dell’Università Federale di Rio de Janeiro chi usava ChatGPT senza limiti ricordava il 57,5% dei contenuti, contro il 68,5% di chi ne faceva a meno. Anche uno studio dell’Università della Pennsylvania sulla matematica ha mostrato la stessa dinamica, con voti migliorati del 48% grazie al chatbot, ma poi crollati del 17% quando gli studenti dovevano cavarsela da soli. Curiosamente, con un chatbot diverso, progettato dagli insegnanti per fare da tutor, i risultati salivano del 127%.
Quando l’IA diventa alleata e non stampella
La differenza, dunque, sta in come questi strumenti vengono costruiti e usati. Reverberi cita NotebookLM, un modello vincolato a una base di conoscenza fornita dal docente, che non si inventa risposte e non soffre di allucinazioni. Ne ha messo uno a disposizione dei suoi studenti, capace di preparare riassunti, formulare quiz e domande aperte per l’autovalutazione. Si può persino chiedere un atteggiamento maieutico, che pone domande invece di servire subito la soluzione, una specie di punching ball cognitivo.
C’è poi il tema del pensiero critico. Michael Gerlich, sociologo della SBS Swiss Business School, ha osservato su 666 persone che chi delega di più alle macchine ha capacità critiche minori. In classe ha notato discussioni stagnanti, con i ragazzi che preferiscono chiedere al chatbot invece che ai compagni. Poi c’è l’effetto ancoraggio, spiegato da Andrea Lavazza, professore di Filosofia morale all’Università Pegaso, pochissimi chiedono un secondo parere dopo la prima risposta, e così si perdono aspetti che la macchina non considera. Verificare sempre quello che l’IA propone resta la regola d’oro, altrimenti non siamo più noi al comando.
Anche tra gli adulti il prezzo della comodità si paga. Ricercatori della Carnegie Mellon e di Microsoft hanno rilevato un calo del coinvolgimento critico in oltre 300 impiegati che usavano l’IA almeno una volta a settimana. Reverberi parla di deskilling, la perdita di abilità che non si allenano più, un rischio concreto anche per i professionisti già formati.