Vai al contenuto
Offerte

Droni militari autonomi: l’edge computing cambia le regole

I droni militari non sono più quei velivoli telecomandati che si vedevano fino a qualche anno fa. Oggi la richiesta è ben diversa. Devono ragionare da soli, riconoscere un obiettivo, muoversi anche quando il GPS non c’è o viene disturbato e, cosa non da poco, coordinarsi con altri mezzi mentre le comunicazioni saltano. In sostanza si punta a renderli il più possibile autonomi, con tutto quello che questo comporta sul fronte della sicurezza.

Il settore della difesa ha imboccato questa strada in modo piuttosto deciso. Le esperienze maturate sul campo, in particolare quelle arrivate dal conflitto in Ucraina, hanno spinto molti a ripensare da capo il ruolo di questi mezzi. Non più semplici occhi volanti, ma strumenti capaci di prendere decisioni in tempo reale, senza aspettare un ordine da terra che magari non arriverà mai per via dei disturbi elettronici.

Il vero collo di bottiglia è la potenza di calcolo

C’è però un problema che torna sempre, lo stesso che si è visto anche con i robot umanoidi. Il limite non è tanto l’idea, quanto la potenza di calcolo che si riesce a stipare a bordo. Il ragionamento è abbastanza semplice. Più un drone è piccolo, meno spazio rimane per infilare computer capaci di far girare algoritmi complessi. E quando lo spazio scarseggia, l’intelligenza artificiale deve accontentarsi, riducendo di fatto quello che il mezzo può fare durante la missione.

Un drone leggero non può portarsi dietro un server. Deve fare i conti con peso, consumi energetici e dimensioni ridotte. Ogni grammo in più pesa sull’autonomia di volo, ogni watt consumato è tempo tolto alla missione. Il paradosso è evidente. Servono capacità di calcolo elevate proprio nei modelli dove queste sono più difficili da ottenere.

La piattaforma di Lantronix e Swarmer per i droni di Classe 1

Per uscire da questo vicolo cieco, Lantronix e Swarmer stanno lavorando insieme a una nuova piattaforma di edge computing pensata proprio per i droni militari di Classe 1, cioè i modelli più piccoli e leggeri della categoria. Sono quelli che, per intenderci, hanno meno margine di manovra quando si parla di hardware da imbarcare.

L’idea di fondo è portare la capacità di elaborazione direttamente a bordo, senza dipendere da collegamenti esterni che in scenari ostili possono essere compromessi in qualsiasi momento. Con l’edge computing il drone processa i dati sul posto, in autonomia, senza dover mandare tutto a un centro di comando distante. Un vantaggio che diventa cruciale quando le comunicazioni sono disturbate o assenti, situazioni ormai all’ordine del giorno in qualsiasi contesto operativo.

La sfida tecnica resta enorme. Bisogna far convivere prestazioni elevate, consumi contenuti e dimensioni minime, tutto dentro un mezzo che deve comunque volare a lungo e restare affidabile. Il lavoro di queste due aziende va in questa direzione, provando a dare ai droni più piccoli le stesse capacità decisionali che finora erano riservate ai mezzi più grandi e ingombranti.

Condividi:
153 Condivisioni