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I data center nello spazio sono passati in pochi mesi dalla categoria delle suggestioni futuribili a quella dei progetti con tanto di calendario e budget, spinti da un problema molto concreto: l’intelligenza artificiale consuma energia a un ritmo che la Terra fatica a sostenere. La promessa è semplice e affascinante, portare i server in orbita dove il Sole non tramonta mai e dove non serve prelevare acqua per il raffreddamento. Il problema è che i conti ambientali, guardati da vicino, non tornano affatto.
Il punto di partenza lo conoscono già tutti quelli che seguono il settore. I centri di calcolo dedicati all’intelligenza artificiale sono diventati voragini energetiche, tanto che entro il 2030 potrebbero arrivare a rappresentare il 17% del consumo elettrico degli Stati Uniti. Per stare al passo con questa fame, gli operatori si sono buttati sulle fonti fossili, mentre enormi volumi d’acqua vengono estratti da bacini già in sofferenza per tenere freddi i server. Da qui l’idea, sostenuta da nomi come SpaceX, Blue Origin e Google, di spostare tutto qualche centinaio di chilometri più in alto.
Cieli sempre più affollati e notti sempre più luminose
Le prime perplessità arrivano dagli astronomi, che da mesi mettono in guardia sugli effetti di queste costellazioni sul cielo notturno. Alcune osservazioni condotte da terra rischiano semplicemente di diventare impossibili, sepolte sotto una coltre di riflessi metallici. La luce artificiale in orbita, però, non disturba solo i telescopi. Diverse specie migratorie si orientano grazie alle stelle e vedere il firmamento riscritto da migliaia di puntini in movimento non è un dettaglio irrilevante per la loro navigazione. Per gli esseri umani il discorso non cambia, dato che l’esposizione a una maggiore luminosità notturna viene associata a disturbi del sonno e a squilibri ormonali.
Poi c’è la questione dei numeri, che è quella che fa davvero impressione. Attualmente attorno alla Terra ruotano circa 19.000 satelliti, tra attivi e ormai fuori uso. Se tutti i progetti di data center orbitali annunciati arrivassero effettivamente in porto, il numero di lanci, e di conseguenza di rientri in atmosfera, potrebbe moltiplicarsi per 100 rispetto ai livelli odierni. Non un aumento graduale, quindi, ma un salto di scala che nessuno ha mai gestito prima.
Il conto delle emissioni, dal decollo al rientro
Nel dettaglio, per costruire la propria infrastruttura SpaceX potrebbe aver bisogno di 77.000 voli del megarazzo Starship, che tradotto significa 15.300 lanci all’anno. Basta un confronto per capire l’ordine di grandezza: nel 2025 i lanci orbitali complessivi sono stati 324. E ogni singolo decollo rilascia circa 76.000 tonnellate di CO2 equivalente, più o meno quanto emettono 17.727 automobili in un anno intero.
Alle emissioni classiche si aggiunge il carbonio nero, una fuliggine che si accumula ad alta quota. Al livello del suolo pioggia e vento ripuliscono l’aria in poche settimane, ma lassù il meccanismo non funziona e secondo gli scienziati quell’inquinamento resta in circolo per circa tre anni prima di dissiparsi.
C’è infine il capitolo del fine vita, spesso il meno pubblicizzato. Questi apparecchi sono progettati per essere sostituiti ogni cinque anni e si consumano rientrando nell’atmosfera. Con un peso stimato intorno alle 7,5 tonnellate ciascuno, contro gli 800 chili di un satellite Starlink tradizionale, la loro combustione libererebbe quantità massicce di ossido di alluminio, sostanza che contribuisce alla degradazione dello strato di ozono. Elementi che nelle presentazioni dei grandi gruppi tecnologici, va detto, tendono a non comparire.










