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I data center AI sono diventati il punto in cui l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si scontra con la realtà del cemento, dei cavi e dei consumi, e un sondaggio New York Times/Siena lo mette nero su bianco: il 61% degli intervistati si dice contrario alla costruzione di queste strutture, mentre soltanto il 14% dichiara un sostegno convinto. Il campione è composto da 1.503 probabili elettori statunitensi, quindi non esattamente una nicchia di attivisti. È gente comune, la stessa che con ogni probabilità usa un chatbot almeno una volta a settimana.
C’è una contraddizione evidente, e vale la pena guardarla in faccia. Usare ChatGPT o un generatore di immagini costa pochissimo in termini di gesto quotidiano, basta aprire un’app. Ma quel gesto poggia su un’infrastruttura che di digitale ha ben poco.
L’intelligenza artificiale è molto più fisica di quanto sembri
L’immagine mentale dell’intelligenza artificiale è quella di qualcosa di impalpabile, che vive dentro lo schermo di uno smartphone. La verità è diversa. Ogni risposta generata da un modello avanzato passa attraverso capannoni pieni di server, che occupano territorio reale, assorbono elettricità e richiedono sistemi di raffreddamento continui. L’acqua e l’energia non sono dettagli marginali del discorso, sono la sostanza del problema.
I consumi crescono con la stessa velocità con cui crescono i modelli, e più le aziende spingono sull’acceleratore più aumenta il fabbisogno di terreni, di allacciamenti alla rete elettrica, di impianti che lavorino ventiquattro ore su ventiquattro. Non si tratta di un fenomeno circoscritto a una regione o a un paese: è una questione che sta diventando globale, con comunità locali sempre più attente a cosa viene costruito a pochi chilometri da casa.
Il divario tra chi usa l’AI e chi la ospita
Quel 61% racconta qualcosa di preciso. Non è tanto una bocciatura della tecnologia in sé, quanto il rifiuto di ospitarne le conseguenze materiali nel proprio cortile. Il classico caso in cui il beneficio è diffuso e astratto, mentre il costo è concentrato e molto concreto: rumore, traffico di mezzi pesanti durante i cantieri, pressione sulla rete elettrica locale, uso di risorse idriche in zone che magari non ne hanno in abbondanza.
Il 14% di sostenitori forti è un numero piccolo, soprattutto se messo a confronto con quanto le grandi aziende tecnologiche stiano investendo in questa direzione. Significa che la partita della comunicazione, per chi costruisce data center, è tutt’altro che vinta. Anzi, parte già in svantaggio.
Un tema che riguarda anche chi ne scrive
Va detto con onestà che chi racconta questi argomenti contribuisce a formare l’opinione di chi legge, e quindi ha una responsabilità nel modo in cui presenta i dati. Resta però un fatto difficile da aggirare: le strutture che alimentano i servizi di AI non sono tra le più amate del momento, e i sondaggi lo confermano senza troppe sfumature.
La distanza tra l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale e l’accettazione della sua infrastruttura è ampia, misurabile, e al momento non accenna a ridursi. Il 61% contrario rilevato dalla rilevazione New York Times/Siena fotografa proprio questo scarto, con un campione che rappresenta un elettorato reale e non un gruppo di addetti ai lavori.
Fonte: TecnoAndroid








