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Cybersecurity energetica: il vero rischio sono gli errori umani

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La minaccia più concreta alla cybersecurity delle infrastrutture energetiche non arriva da un’intelligenza artificiale impazzita, ma da qualcosa di molto più banale e molto più vicino: gli esseri umani. Prima ancora che gli attacchi informatici finiti sotto i riflettori nelle ultime settimane evocassero lo scenario di una AI capace di “uccidere tutti gli umani”, le reti che portano luce, gas e acqua nelle case erano già esposte in modo preoccupante. E la vulnerabilità, invece di ridursi, continua ad allargarsi.

A dirlo è Joshua Corman, executive in residence per la sicurezza pubblica e la resilienza presso l’Institute for Security and Technology, una delle voci più ascoltate quando si parla di protezione delle infrastrutture critiche. La sua immagine è rimasta impressa: “Siamo sempre stati prede. Sopravvivevamo semplicemente in base all’appetito dei nostri predatori”. Una frase pronunciata lo scorso anno, quando il Dipartimento della Sicurezza Interna statunitense aveva diffuso un avviso su possibili attacchi informatici condotti da attori iraniani e da soggetti vicini a Teheran contro obiettivi negli Stati Uniti.

Il problema non è la macchina, è chi la usa

Il punto sollevato da Corman è meno spettacolare di un film di fantascienza, ma decisamente più scomodo. I sistemi energetici non crollano perché un algoritmo decide autonomamente di ribellarsi. Crollano perché qualcuno, in carne e ossa, trova una porta aperta e la attraversa. Gli operatori umani restano il vero anello debole, sia quando commettono errori sia quando diventano il bersaglio di campagne mirate. L’intelligenza artificiale, in questo quadro, funziona più come acceleratore che come protagonista: rende certe operazioni più rapide, più economiche, più facili da replicare su larga scala. Ma la decisione di premere il pulsante resta, per ora, di qualcuno che respira. Il paradosso è evidente. L’attenzione mediatica si concentra sugli scenari estremi, sull’idea di modelli fuori controllo che sfuggono ai loro creatori, mentre le falle che contano davvero restano quelle di sempre. Sistemi legacy mai aggiornati, componenti industriali pensati decenni fa e collegati a internet senza troppe precauzioni, fornitori terzi che diventano una scorciatoia comoda per chi vuole entrare. Non serve un’AI senziente per spegnere una sottostazione elettrica. Serve pazienza, competenza e un obiettivo che non ha mai smesso di essere appetibile.

Perché il rischio sta crescendo

La corsa alla digitalizzazione delle reti ha moltiplicato i punti di contatto tra mondo fisico e mondo informatico. Ogni sensore, ogni contatore intelligente, ogni sistema di controllo remoto amplia la superficie di attacco. Le tensioni geopolitiche fanno il resto, trasformando le reti energetiche in un terreno di confronto che non richiede carri armati. L’avviso sugli attori iraniani è stato solo uno dei tanti campanelli d’allarme, e la logica della “preda” descritta da Corman continua a valere: la sopravvivenza dipende più dalle intenzioni altrui che dalle difese proprie.

Questa è la parte più scomoda del ragionamento. Non si tratta di aspettare la prossima generazione di modelli per capire quanto siano pericolosi, ma di riconoscere che l’esposizione attuale è già sufficiente a creare danni reali. La resilienza delle infrastrutture non si costruisce con annunci e dichiarazioni, ma con investimenti poco visibili e poco glamour su manutenzione, aggiornamenti e formazione di chi quei sistemi li gestisce ogni giorno.

Gli attacchi informatici più efficaci, del resto, raramente somigliano a quelli raccontati nelle sceneggiature. Sono silenziosi, lenti, costruiti sfruttando negligenze accumulate nel tempo. E finché il dibattito pubblico resterà ancorato al timore di un’intelligenza artificiale ribelle, le vulnerabilità concrete continueranno a essere trattate come un problema di secondo piano, mentre chi opera sul campo ripete da anni che il pericolo ha un volto molto più familiare.

Fonte: TecnoAndroid

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