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Le cuffie possono essere spiate a distanza sfruttando le onde radio, fino a una trentina di metri, e il meccanismo che lo rende possibile non richiede né malware né accesso fisico al dispositivo. Basta un segnale inviato dall’esterno, scelto con cura, e un po’ di pazienza. La tecnica si chiama InjectEave ed è stata messa a punto da un gruppo di ricercatori che ha deciso di ribaltare il punto di vista classico su questo tipo di attacchi.
Il punto di partenza è una cosa che vale per qualunque apparecchio acceso, dalle cuffie al computer fino all’elettrodomestico più banale. Circuiti, cavi e componenti generano continuamente piccolissime emissioni elettromagnetiche, una sorta di impronta invisibile che accompagna il funzionamento normale del dispositivo. Di solito si tratta di segnali talmente debolucci da non costituire un rischio concreto, perché già a poca distanza si perdono nel rumore di fondo. Il problema nasce quando qualcuno, invece di limitarsi ad ascoltare quelle tracce, decide di dargli una mano ad arrivare più lontano.
Come funziona InjectEave e perché è diverso dagli attacchi tradizionali
Qui sta il cambio di approccio. Gli attacchi basati sulle emissioni elettromagnetiche, storicamente, sono passivi, nel senso che si mettono in ascolto e sperano di raccogliere qualcosa di utile. InjectEave fa l’opposto, perché l’attaccante invia attivamente verso il bersaglio un segnale radio scelto appositamente. Il trucco consiste nello sfruttare il comportamento non lineare di componenti assolutamente comuni, roba che si trova dentro praticamente qualsiasi prodotto elettronico: amplificatori, convertitori e transistor MOSFET.
Non lineare, in parole povere, significa che quei componenti non rispondono in modo perfettamente proporzionale a ciò che ricevono. E questa piccola imperfezione, tollerata e persino normale nella progettazione, diventa la porta d’ingresso. I componenti finiscono per mescolare involontariamente il segnale radio che arriva da fuori con i segnali elettrici che circolano già dentro i circuiti. Il risultato è una specie di miscela, dalla quale si può estrarre qualcosa che prima era fuori portata.
Dall’audio nascosto al segnale facile da captare
L’audio è l’esempio più efficace, ed è anche il motivo per cui le cuffie diventano un bersaglio interessante. Un segnale sonoro lavora su frequenze relativamente basse, quindi di per sé è complicatissimo da intercettare a distanza con un’antenna, perché semplicemente non si propaga in quel modo. InjectEave aggira l’ostacolo senza forzarlo: trasferisce indirettamente quelle informazioni attorno alla frequenza radio inviata dall’attaccante, cioè le sposta in una zona dello spettro dove catturarle diventa molto più semplice.
In pratica il contenuto audio viene portato a cavallo di un segnale che viaggia bene nell’aria, e a quel punto un’antenna puntata nella direzione giusta può raccoglierlo e ricostruirlo. È un passaggio concettualmente lineare, quasi elegante nella sua semplicità, e allo stesso tempo raffinato nell’esecuzione, perché richiede di conoscere bene il comportamento elettrico del bersaglio e di scegliere il segnale da iniettare con una certa precisione.
Quello che rende la faccenda scomoda è la natura dei componenti coinvolti. Non si parla di un difetto di progettazione di un singolo modello o di una falla software da correggere con un aggiornamento, ma di una caratteristica fisica di pezzi diffusissimi, presenti in quantità industriali in ogni catena di produzione. Il spionaggio per via elettromagnetica, in questa versione attiva, non ha bisogno di bug: gli basta la fisica dei circuiti così come sono.
La distanza operativa indicata, fino a circa 30 metri, colloca l’attacco in uno scenario tutt’altro che teorico, perché copre comodamente lo spazio di un ufficio, di un piano di un edificio o di un locale pubblico. E tutto questo senza toccare il dispositivo, senza installare nulla e senza che chi indossa le cuffie abbia il minimo modo di accorgersene.
Fonte: TecnoAndroid








