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Brad Pitt torna a lavorare con David Ayer più di dieci anni dopo Fury e lo fa con un film che ribalta completamente il registro della loro prima collaborazione, un thriller di sopravvivenza ambientato tra le montagne dell’Alaska dove il vero co protagonista ha quattro zampe. Si intitola Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, arriva nelle sale italiane il 24 settembre 2026 ed è stato presentato al Festival di San Sebastián, dove attore e regista hanno raccontato come sia nato un progetto che entrambi descrivono come il risultato di un momento preciso delle loro vite.
La storia segue James e Odín, due veterani di guerra, un uomo e il suo cane, alle prese con un ambiente ostile che non concede sconti. Ayer usa un’immagine netta per spiegare la differenza tra i due film girati insieme: Fury era la guerra, questo è la pace. Quando si gira un film bellico tutto è caos, mentre qui, spiega il regista, il lavoro somiglia più a inseguire un sussurro, una interpretazione, un’intimità. Ayer tiene la macchina da presa in mano, quindi resta sul set a pochi centimetri dall’attore e dal cane, e il risultato dipende quasi interamente dalla fiducia reciproca.
Il rapporto con Uber, il cane che interpreta Odín
Sul legame tra i due protagonisti, Brad Pitt non ha dubbi e scherza: probabilmente è più facile costruire chimica con un cane che con un essere umano. La priorità, nelle settimane precedenti alle riprese, era una sola, cioè fare in modo che Uber, il cane che interpreta Odín, si fidasse e si sentisse al sicuro. Giornate intere passate a giocare, a mangiare insieme, a stare semplicemente nello stesso spazio. Quando poi è arrivato il momento di girare, tutto è diventato la naturale prosecuzione di quel periodo.
Ayer aggiunge una riflessione che spiega bene perché il film funzioni proprio grazie a quella relazione. Tra persone, dice, ci si mette una maschera, è difficile dire davvero quello che si prova, esiste una specie di politica personale dentro ogni interazione umana. Con un cane invece tutto è puro, è fiducia, non serve fingere. L’animale è al cento per cento quello che è e restituisce affetto senza calcoli. Da lì l’idea che Odín funzioni come uno specchio, uno strumento narrativo che permette di capire chi sia realmente James.
Pitt, la natura e il valore della solitudine in Heart of the Beast
La seconda collaborazione tra Pitt e David Ayer nasce anche da una conoscenza reciproca maturata nel tempo. L’attore racconta di aver avuto un’esperienza molto speciale con Fury, scritto e diretto dallo stesso Ayer, e di non aver visto nessun altro capace di raccontare questa storia. Entrambi, sostiene, erano in un momento in cui volevano esplorare qualcosa di aperto e vulnerabile, per quanto vulnerabili possano essere due criminali navigati, ammette ridendo.
Il personaggio di James cerca pace isolandosi tra le montagne, e la domanda su quanto quel bisogno appartenga anche a chi lavora nel cinema ha trovato una risposta diretta. “Adoro la cacofonia della folla e lavorare con tutte queste persone intelligenti e interessanti del nostro settore”, dice l’attore, che però ammette di consumarsi in fretta e di aver bisogno di riempirsi di nuovo. “Trovo pace nella natura o con gli amici. Trovo chiarezza lì e credo davvero nel valore della solitudine”.
Ayer descrive la sua condizione in termini quasi militari, visto che sul set guida di fatto un esercito e deve dare l’impressione di avere sempre il controllo. Pitt lo punzecchia ricordando le migliaia di domande quotidiane a cui il regista deve rispondere, e Ayer conferma: le risposte inventate non passano mai il controllo dell’attore, quindi tocca cercare quella vera. Poi arriva il punto che chiude il ragionamento sul mestiere, ovvero la necessità di ricaricarsi come artista, di ascoltare il cuore e di tradurre storie e persone attraverso il proprio strumento interiore, perché il lavoro vero, dice il regista, si fa nell’isolamento.
Nel cast, accanto a Brad Pitt, figurano anche J.K. Simmons e Anna Lambe.
Fonte: TecnoAndroid








