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Da qualche anno la creatina ha smesso di essere roba da palestra e basta, e ora un nuovo filone di ricerca suggerisce che questo integratore possa dare una mano anche alle cellule che combattono il cancro. Non come cura, sia chiaro, ma come possibile supporto a chi è sottoposto a immunoterapia. Un dettaglio non da poco, visto che parliamo di una sostanza già ampiamente diffusa, economica e considerata sicura.
Il percorso della creatina fuori dagli spogliatoi è ormai noto. La prendono quelli che sollevano pesi per avere più energia e reggere qualche ripetizione in più, certo, ma la usano anche le persone anziane per provare a rallentare il declino cognitivo. E poi chiunque cerchi più lucidità, un sonno migliore, una sensazione generale di maggiore prontezza mentale. Il salto verso l’oncologia, però, è un capitolo diverso.
Creatina e tumori: dai linfociti T alle cellule dendritiche
I primi lavori sull’argomento avevano mostrato che la creatina è in grado di rafforzare i linfociti T, quei componenti fondamentali del sistema immunitario che, tra le altre cose, attaccano le cellule tumorali quando cominciano a moltiplicarsi senza controllo. Poi, con uno studio pubblicato lo scorso aprile, è emerso qualcosa in più: la creatina funziona da carburante anche per le cellule dendritiche. Queste ultime non aggrediscono direttamente il tumore, ma preparano e spingono i linfociti T a fare il lavoro sporco. Una specie di allenatore che istruisce i giocatori e li manda in campo a vincere la partita.
La scoperta è nata quasi di lato. I ricercatori stavano osservando i geni legati alla gestione dei nutrienti nelle cellule tumorali di topi malati e hanno notato che, nelle cellule dendritiche, erano particolarmente attivi i geni che codificano le proteine incaricate di trasportare la creatina dentro la cellula. Il sospetto era chiaro, quelle cellule ne stavano consumando parecchia.
Cosa è successo nei topi con melanoma
Per verificarlo è stato allestito un secondo esperimento su cellule dendritiche coltivate in laboratorio. Modificandole geneticamente perché non producessero il trasportatore della creatina, il risultato è stato netto: mortalità più alta e prestazioni molto peggiori nell’addestrare i linfociti T. Poi è stata fatta la prova opposta. Alzando i livelli di creatina in topi con melanoma, la crescita dei tumori è rallentata in modo significativo e le cellule dendritiche sono aumentate sia di numero sia di efficacia.
Qui però arriva il freno a mano, ed è un freno grosso. Una quantità enorme di studi con esiti positivi sui topi poi non trova conferma negli esseri umani. Gli stessi autori del lavoro, firmato Kang e colleghi e pubblicato su iScience nel 2026, si sono mossi con ottimismo ma anche con parecchia prudenza. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una sperimentazione clinica su pazienti oncologici in immunoterapia, perché sarebbero proprio loro i potenziali beneficiari.
Perché proprio l’immunoterapia
L’immunoterapia raccoglie una serie di trattamenti che stimolano il sistema immunitario ad attaccare le cellule tumorali meglio di quanto farebbe da solo. Quando funziona, funziona molto bene. Il punto è che di norma funziona soltanto nel 20-40% dei pazienti. Ecco perché un integratore capace di alzare quella percentuale, ammesso che i dati reggano anche fuori dai laboratori, sarebbe una spinta tutt’altro che marginale.
Resta il capitolo prudenza, che gli stessi ricercatori hanno voluto sottolineare al momento della pubblicazione. La creatina è considerata efficace e sicura, ma i pazienti oncologici non dovrebbero assumerla di propria iniziativa senza parlarne con il medico curante. Quello che è stato osservato non è che la creatina serva a trattare il cancro in generale. È che potrebbe rivelarsi un buon complemento all’immunoterapia. Sfumatura piccola nelle parole, enorme nella sostanza. Prima di iniziare con questo o con qualsiasi altro supplemento durante una malattia oncologica, il passaggio dal medico non è un consiglio di cortesia ma una necessità.








