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La sensazione di vedere sempre più pubblicità sulle piattaforme streaming non è un’impressione soggettiva, ma un dato misurabile. Un’analisi di Ampere Analysis parla chiaro: tra gennaio e agosto 2026 il carico pubblicitario medio dei principali servizi streaming americani è cresciuto del 18%. Un salto notevole in appena otto mesi, che racconta molto bene dove sta andando il settore e quali priorità si stanno imponendo nelle stanze dei bottoni delle grandi aziende dell’intrattenimento.
Il motivo è tutt’altro che misterioso. Come ha spiegato Brandon Katz, analista di Greenlight Analytics, una volta raggiunta la scala i piani con pubblicità diventano più redditizi di quelli senza. Detto in parole povere: gli abbonamenti economici con inserzioni attirano nuovi utenti sensibili al prezzo e, contemporaneamente, generano entrate pubblicitarie che superano il mancato guadagno sul canone ridotto. Più abbonati, più spot. Più spot, più ricavi. Il meccanismo si autoalimenta, e chi guarda paga il conto in minuti sottratti alla visione.
Paramount+ guida la classifica, Netflix cresce di più
Guardando i numeri servizio per servizio il quadro diventa piuttosto nitido. Paramount+ è la piattaforma più aggressiva in assoluto: ad agosto 2026 ha raggiunto 9,01 minuti di pubblicità ogni ora, contro i 7,87 minuti registrati a gennaio. Tradotto, significa che circa il 15% del tempo passato davanti allo schermo se ne va in inserzioni. Un ritmo che ricorda da vicino certe abitudini della televisione tradizionale.
Netflix è invece il servizio che ha fatto il balzo percentuale più consistente, con un aumento del 74%: si è passati da 1,40 a 2,44 minuti di pubblicità all’ora. La crescita colpisce, ma il punto di partenza era talmente basso che, anche dopo il rialzo, la piattaforma resta la meno invasiva tra i grandi nomi del settore. Due minuti e mezzo ogni sessanta di visione sono un compromesso che la maggior parte degli abbonati accetta senza troppe proteste.
E poi c’è l’eccezione che nessuno si aspettava. Prime Video ha fatto il percorso inverso, riducendo il carico pubblicitario da 2,78 a 2,60 minuti all’ora nello stesso intervallo. Una controtendenza isolata, ma abbastanza significativa da meritare una nota a margine in un panorama dove tutti gli altri spingono nella direzione opposta.
Prezzi in salita e spot in aumento, la doppia stretta
Il dettaglio che rende la situazione più scomoda è che l’aumento delle inserzioni non compensa affatto il costo degli abbonamenti. I prezzi dei servizi streaming continuano a salire, e lo fanno mentre la quantità di pubblicità cresce. Gli utenti si ritrovano quindi a pagare di più per un’esperienza che, sul piano della fruizione, peggiora anziché migliorare.
In questo scenario Apple TV+ resta l’unico grande servizio a non aver introdotto un piano con inserzioni. Una posizione sempre più isolata, e sempre più difficile da giustificare sul piano economico se si guarda a come si stanno muovendo i concorrenti. La strada intrapresa dal resto del mercato è tracciata con una certa chiarezza, e chi non la percorre rischia di trovarsi fuori dal modello di business dominante.








