E se la coscienza non nascesse affatto nel cervello? È la domanda che Christof Koch, tra i neuroscienziati più autorevoli al mondo, ha portato sul palco della quindicesima edizione del simposio “Behind and Beyond the Brain”. Un interrogativo che sembra semplice ma che ribalta uno dei pilastri della scienza moderna. Perché tutti diamo per scontato che sia il cervello a generare l’esperienza cosciente, eppure nessuno è ancora riuscito a spiegare davvero come questo accada. E Koch prova a chiedersi se stiamo cercando la risposta nel posto sbagliato.
Il punto è che il mistero va ben oltre il modo in cui i neuroni elaborano le informazioni. Gli scienziati sanno osservare quali aree cerebrali si accendono quando una persona vede un oggetto, prova dolore, richiama un ricordo o prende una decisione. Fin qui tutto chiaro. Quello che manca è il passaggio successivo: perché a quei processi fisici si accompagna un’esperienza interiore? In altre parole, si può studiare cosa fa il cervello, ma resta un buco enorme sul come quell’attività produca la sensazione di essere consapevoli.
Il problema difficile che nessuno ha ancora risolto
Nel suo intervento, Koch ha messo sotto esame i limiti del materialismo, cioè quella visione dominante secondo cui tutto ciò che esiste può essere spiegato attraverso materia, energia e leggi fisiche. La neuroscienza ha fatto passi da gigante nell’identificare regioni e reti cerebrali legate alla consapevolezza. Ma c’è un nodo che non si scioglie, quello che i filosofi chiamano il problema difficile della coscienza. Si tratta della difficoltà di spiegare come l’attività elettrica e chimica del cervello dia origine all’esperienza soggettiva, alle emozioni, ai pensieri, alla sensazione stessa di essere vivi. Una risonanza magnetica può mostrare cosa succede quando qualcuno vede il colore rosso, ma non riesce a dire perché vedere il rosso “si senta” in qualche modo.
Koch punta il dito su tre grandi aree di incertezza. La prima è proprio la sfida di ridurre l’intera esperienza cosciente a processi fisici. La seconda tira in ballo domande che arrivano dalla fisica moderna su cosa vada considerato “reale”. La terza riguarda esperienze umane che restano difficili da incasellare con i modelli scientifici tradizionali. Parliamo delle esperienze di premorte, degli stati mistici e della cosiddetta lucidità terminale, quel ritorno inaspettato di chiarezza mentale poco prima della morte, che a volte compare persino in persone con demenza grave o altre condizioni che le avevano lasciate incapaci di comunicare. Non è detto che questi fenomeni dimostrino che la coscienza esiste separata dal cervello, però secondo Koch meritano di essere studiati sul serio, perché potrebbero rivelare le crepe nelle spiegazioni attuali.
E se fosse una proprietà di base della realtà?
Qui il discorso si fa affascinante. Koch ritiene che per andare avanti potrebbe servire rispolverare idee filosofiche come l’idealismo e il panpsichismo, senza però abbandonare il metodo scientifico. L’idealismo, in sostanza, mette la coscienza al centro della natura della realtà. Il panpsichismo va oltre e suggerisce che la coscienza non sia esclusiva di esseri umani e animali, ma una proprietà fondamentale presente ovunque in natura, in gradi diversi. In questa prospettiva la coscienza non spunterebbe soltanto quando un cervello diventa abbastanza complesso, ma sarebbe già intrecciata nel tessuto stesso della realtà.
A sostenere questa visione c’è la sua Teoria dell’Informazione Integrata, che prova a descrivere la coscienza in termini matematici. L’idea è che l’esperienza soggettiva emerga nei sistemi capaci di combinare grandi quantità di informazioni in un tutto unificato. Non conta solo quanta informazione un sistema contiene, ma quanto profondamente le sue parti sono interconnesse. Un sistema con un alto grado di informazione integrata potrebbe quindi possedere una qualche forma di esperienza soggettiva. Molti l’hanno definita una versione scientifica del panpsichismo, proprio perché apre alla possibilità che la coscienza esista anche in sistemi diversi dal cervello umano.
Koch lavora all’Allen Institute for Brain Science ed è stato professore al MIT e al Caltech, con un ruolo centrale nello studio moderno della coscienza. Parte del suo lavoro ha riguardato lo sviluppo di nuovi metodi per individuare possibili segni di consapevolezza in pazienti che appaiono non responsivi. Perché alcune persone incapaci di muoversi o comunicare potrebbero conservare attività cerebrale cosciente, e riuscire a rilevarla in modo affidabile può fare la differenza per diagnosi, cure e decisioni sull’assistenza medica.


