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Un miliardo di tonnellate di acqua sulla Luna può sembrare una riserva quasi infinita, eppure non basterebbe a far vivere a lungo una vera città sul nostro satellite. A metterlo nero su bianco è un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Space Technologies, che ridimensiona parecchio le ambizioni di chi immagina un trasloco dell’umanità lassù. Anche partendo da una stima molto generosa delle risorse idriche disponibili, un milione di persone finirebbe per esaurirle in meno di due anni e mezzo. Con buona pace di Elon Musk, che ha annunciato di voler «costruire una città autosufficiente sulla Luna».
Il titolo del lavoro è già una presa di posizione piuttosto netta, visto che suona più o meno così: «Niente città sulla Luna, un miliardo di tonnellate d’acqua non bastano». A firmarlo sono Martin Elvis, astrofisico senior presso l’Harvard and Smithsonian Center for Astrophysics, e il collega Jonathan McDowell, oggi professore onorario presso lo SPARC (Surface Research Centre) dell’Università di Durham, nel Regno Unito.
I conti che non tornano per una metropoli lunare
Il ragionamento dei due ricercatori parte da una domanda semplice, cioè quanta acqua servirebbe davvero a ogni singolo abitante. La risposta è circa 500 tonnellate l’anno a persona. Di queste, 125 andrebbero a bere e lavarsi, mentre per rigenerare l’ossigeno respirato ne basterebbero meno di due. La fetta più grossa, e di gran lunga, finirebbe nella produzione di cibo.
Per calcolare il fabbisogno agricolo gli autori si sono basati su un dato della Banca mondiale, secondo cui sfamare una persona per un giorno richiede tra le due e le cinque tonnellate d’acqua. Già così la cifra è alta, ma gli scienziati hanno scelto di dimezzare la stima più bassa, ipotizzando tecniche di coltivazione molto più efficienti. Il risultato è un consumo agricolo di circa 375 tonnellate annue per individuo. Con numeri del genere un milione di persone prosciugherebbe l’intera riserva lunare in 2,4 anni, un tempo che non basterebbe nemmeno a completare la costruzione della città.
Naturalmente l’acqua si può riciclare. La Stazione Spaziale Internazionale dispone del sistema di recupero idrico più efficiente mai realizzato e dal 2023, grazie a un impianto che tratta anche le urine, riesce a recuperare il 98% dell’acqua. Trasferendo una tecnologia simile sul suolo lunare il miliardo di tonnellate potrebbe durare cento anni per un milione di abitanti. Scendendo a 100 mila persone si arriverebbe a circa mille anni, mentre con un piccolo insediamento da 10 mila residenti l’orizzonte si allungherebbe fino a circa 10 mila anni. Un margine che, secondo McDowell, lascerebbe tutto il tempo per trovare altre soluzioni. Una comunità di ricercatori sarebbe quindi compatibile con le risorse esistenti, mentre una grande città avrebbe bisogno di nuove fonti o di rifornimenti dall’esterno.
Quanto ghiaccio c’è davvero e perché estrarlo è così difficile
Resta poi la questione più spinosa, ovvero la quantità reale di ghiaccio lunare. Negli ultimi anni varie missioni hanno rilevato tracce d’acqua e prove della presenza di ghiaccio nelle regioni polari, soprattutto all’interno dei crateri che non vedono mai la luce del Sole. Si tratta di zone gelide dove il ghiaccio può conservarsi per tempi lunghissimi. L’acqua potrebbe trovarsi anche nel terreno, sotto forma di molecole intrappolate nei minerali oppure in piccole quantità mescolate alla regolite, lo strato polveroso che ricopre la superficie. Non è però chiaro quanta se ne possa effettivamente recuperare, perché le osservazioni dall’orbita non consentono ancora di ricostruire con precisione distribuzione, concentrazione e profondità dei depositi.
Per ridurre la dipendenza dai rifornimenti terrestri i programmi di esplorazione puntano sulla cosiddetta In Situ Resource Utilization, conosciuta con la sigla Isru. L’obiettivo è ricavare acqua, ossigeno e in futuro anche propellente dai materiali presenti sul posto. Prima però bisognerà capire dove si trovano queste risorse, in quale forma e quanto sia tecnicamente ed economicamente sostenibile estrarle.
E l’estrazione potrebbe rivelarsi tutt’altro che semplice. Le aree perennemente in ombra sono tra gli ambienti più ostili del satellite, con temperature bassissime, buio prolungato e condizioni proibitive per macchinari e operatori. Oltretutto l’acqua non si presenta come limpidi cubetti di ghiaccio da sciogliere e bere, ma con ogni probabilità è mescolata a sostanze chimiche e tossiche che dovranno essere eliminate prima di qualsiasi utilizzo.
Fonte: TecnoAndroid








