ChatGPT per i ricercatori accademici è il nuovo programma con cui OpenAI mette i suoi modelli più avanzati nelle mani di chi lavora nella scienza, senza chiedere nulla in cambio. L’idea è semplice nella sua ambizione, portare l’intelligenza artificiale di ultima generazione a 100.000 tra scienziati, matematici e ingegneri, e farlo in modo gratuito. Le candidature per entrare nel progetto sono già aperte, e la macchina è pronta a partire.
Come funziona il programma di OpenAI
La prima fase parte questa estate e coinvolgerà un totale di 10.000 account. Numeri destinati a crescere, con l’obiettivo di arrivare a pieno regime entro il 2027. Chi risulterà idoneo potrà mettere le mani sui modelli della famiglia GPT-5.6, incluso GPT-5.6 Sol Pro, utilizzandoli dentro strumenti come ChatGPT, ChatGPT Work e Codex. Non solo, perché a corredo arrivano limiti di utilizzo più alti, finestre di contesto più ampie, corsi di formazione pensati apposta e un supporto dedicato. Un dettaglio che farà piacere a chi lavora su progetti sensibili, di default i dati immessi e quelli generati non verranno usati per addestrare i modelli.
Dietro a tutto questo c’è una visione più larga. OpenAI ha intenzione di impegnare oltre 226 milioni di euro a sostegno della ricerca scientifica in ogni suo ambito, e vuole farlo entro il prossimo anno. Tra le istituzioni che possono partecipare compaiono anche diverse realtà italiane. Parliamo dell’Università Bocconi, dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, dell’Università degli Studi di Torino e di CRUI/Fondazione CRUI. L’elenco, comunque, verrà ampliato più avanti.
Dove l’intelligenza artificiale sta già lavorando
Per capire dove tutto questo può portare basta guardare a chi già usa questi strumenti nel quotidiano. Un esempio è il Boston Children’s Hospital, dove l’intelligenza artificiale viene sfruttata per supportare la diagnosi delle malattie genetiche che colpiscono i bambini. Poi ci sono gli astrofisici computazionali, che con Codex stanno mettendo a punto nuovi metodi per simulare il plasma attorno ai buchi neri. Il risultato? Calcoli accelerati fino a 1.000 volte rispetto a prima, una differenza che nella ricerca vale oro.


