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ChatGPT, Claude e Grok diffondono contenuti russi vietati

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I chatbot di IA più diffusi permettono di raggiungere contenuti dei media statali russi che nell’Unione europea sono vietati, e lo fanno spesso senza avvertire chi sta dall’altra parte dello schermo. È la conclusione di una ricerca firmata da Reporters sans frontières, che ha messo alla prova gli assistenti conversazionali più popolari e ora chiede a Bruxelles di aprire un’indagine formale. Il punto sollevato dall’organizzazione è tutt’altro che teorico, perché riguarda strumenti usati ogni giorno da milioni di persone anche in Europa.

Nel mirino ci sono testate come Sputnik e Rt, accusate di essere ingranaggi della macchina di disinformazione del Cremlino e per questo interdette alla diffusione, anche online, dopo l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. Una misura pensata per chiudere i rubinetti della propaganda dentro i confini europei. Solo che, stando ai test condotti nei mesi di giugno e agosto, quei rubinetti si riaprono con una semplice domanda posta a un assistente virtuale.

Cosa hanno trovato i test sui chatbot

Secondo l’analisi, ChatGpt di OpenAI, Claude di Anthropic e Grok, l’agente conversazionale integrato nella piattaforma X, hanno accettato di riprodurre i contenuti delle testate sanzionate. Non solo qualche frammento isolato. I chatbot hanno fornito vere e proprie rassegne stampa sull’attualità internazionale, riportando titoli, condividendo collegamenti e citando dichiarazioni testuali. Il dettaglio che pesa di più è un altro: nella maggior parte dei casi mancava qualsiasi avviso sul fatto che quelle fonti fossero soggette a sanzioni europee.

Il risultato, nella pratica, è un cortocircuito. Da una parte l’Unione europea vieta la diffusione di determinati contenuti sul proprio territorio, dall’altra un software di uso comune li restituisce in forma ordinata, sintetica e apparentemente neutra. Chi pone la domanda riceve una risposta che sembra una normale panoramica di notizie, senza etichette, senza contesto, senza il minimo segnale che possa far scattare un campanello d’allarme. E quando un contenuto arriva filtrato dalla voce piatta e sicura di un assistente digitale, tende a guadagnare una credibilità che non avrebbe se comparisse sul sito originale.

La richiesta di un’indagine europea

Proprio per questo Rsf ha chiesto all’Unione europea di verificare la posizione delle aziende che sviluppano questi sistemi. La questione di fondo riguarda la responsabilità: se una sanzione vieta la circolazione di un contenuto, quel divieto vale anche quando il contenuto viene ripreso e rielaborato da un modello di intelligenza artificiale generativa? È una zona grigia che finora nessuno ha davvero chiarito, e che gli sviluppatori sembrano aver gestito in modo piuttosto disinvolto. L’organizzazione insiste su un aspetto tecnico che ha però conseguenze molto concrete. I chatbot non si limitano a indicizzare, come farebbe un motore di ricerca tradizionale. Riscrivono, riassumono, selezionano. Trasformano una fonte in una risposta. E in questo passaggio si perde tutto il corredo di segnali che di solito aiuta a capire chi sta parlando e con quale intento.

Il quadro delineato dalla ricerca mostra dunque un divario tra le regole scritte per il web di ieri e il modo in cui l’informazione circola oggi attraverso i modelli linguistici. Le sanzioni contro Sputnik e Rt erano pensate per bloccare siti, canali televisivi e account social. Nessuno, nel 2022, aveva messo in conto che un assistente conversazionale potesse diventare un canale di distribuzione alternativo, gratuito e istantaneo. Rsf ha reso pubblici i risultati dei propri test sul sito dell’organizzazione, indicando nome per nome i sistemi coinvolti e il tipo di risposte ottenute durante le due tornate di verifiche estive.

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