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Cervello analogico, la teoria che spiega la coscienza con la ola

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Una nuova teoria della coscienza prova a spiegare l’esperienza soggettiva partendo da un’idea che suona quasi controintuitiva: il cervello non funzionerebbe come un computer digitale, ma come una macchina di calcolo analogico. Niente sequenze di zero e uno, niente istruzioni eseguite una dopo l’altra. Piuttosto qualcosa di continuo, fluido, che si modella sul mondo invece di tradurlo in simboli. E per rendere l’idea comprensibile anche a chi non mastica neuroscienze, chi l’ha proposta ricorre a due immagini molto concrete, quasi domestiche: radunare un gregge di pecore e la ola dello stadio.

Le due metafore servono a spostare l’attenzione dal singolo elemento al comportamento dell’insieme. Nessuna pecora sa dove sta andando il gregge, eppure il gregge si muove. Nessuno spettatore, da solo, produce la ola, eppure l’onda attraversa lo stadio con una sua forma riconoscibile. È in questo scarto tra le parti e il tutto che, secondo la nuova ipotesi, andrebbe cercata la radice della consapevolezza.

Perché il cervello non sarebbe un computer digitale

Il paragone tra mente e computer regge da decenni, ma ha sempre mostrato qualche crepa. Un sistema digitale lavora per stati discreti, separati, riconoscibili. Un sistema analogico invece varia con continuità, senza gradini, e rappresenta le cose per somiglianza più che per codice. La proposta è che il cervello appartenga a questa seconda famiglia, e che proprio questa natura continua renda possibile qualcosa che nessun elenco di operazioni sembra riuscire a catturare: la sensazione di esserci, la qualità dell’esperienza vissuta in prima persona.

Detto in modo più semplice, il punto non è quanti calcoli il cervello riesca a fare al secondo. È il modo in cui li fa. Un’architettura analogica non spezzetta la realtà in unità minime da ricomporre, la riproduce in forma continua, e l’esperienza che ne deriva risulta altrettanto continua. Non a caso la percezione non arriva mai a pacchetti separati, ma come un flusso che scorre.

La ola dello stadio come modello della mente

L’immagine della ola è quella che rende meglio l’idea di fenomeno collettivo. Chi alza le braccia non sta creando l’onda, sta solo reagendo a quello che succede accanto. Eppure l’onda esiste, si propaga, ha una direzione e una velocità. Allo stesso modo i singoli neuroni non contengono la coscienza dentro di sé, così come nessun tifoso contiene la ola. Quello che emerge è un pattern di attività diffuso, che nasce dalla relazione tra gli elementi e non dai loro contenuti individuali.

Il gregge funziona in modo analogo, con una differenza utile: c’è una direzione, una tendenza complessiva che si forma senza che nessuno la imponga dall’alto. Nessun centro di comando, nessun regista nascosto dentro la testa. È un modo elegante per aggirare uno dei problemi più vecchi della filosofia della mente, cioè l’idea che debba esistere da qualche parte un punto preciso in cui tutto si unifica e diventa esperienza cosciente.

Applicare il concetto di calcolo analogico a questo scenario significa sostenere che il sistema nervoso non simula la realtà, ma in un certo senso la rispecchia, assumendone la forma continua. La consapevolezza, in questa prospettiva, non sarebbe un programma in esecuzione ma una proprietà che compare quando un insieme enorme di componenti si comporta in maniera coordinata e continua nel tempo.

Resta il fatto che parlare di coscienza significa muoversi su un terreno dove le teorie abbondano e le prove definitive scarseggiano. Questa ipotesi ha però il merito di offrire due immagini che chiunque può visualizzare senza fatica, e di spostare la domanda dal cosa al come: non quale parte del cervello produce la coscienza, ma quale tipo di elaborazione la rende possibile.

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