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Cash trapping, 50 euro bloccati nel bancomat: arresto a Cesano

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Bastano una placca metallica e qualche secondo di distrazione perché il cash trapping funzioni, e a Cesano è andata proprio così: cinquanta euro appena prelevati rimasti prigionieri dentro il bancomat, con la fessura dell’erogatore ostruita da una lamina applicata ad arte. I Carabinieri della Stazione di Roma La Storta sono arrivati sul posto dopo una segnalazione al 112, e da lì è partita la ricostruzione di un metodo tanto rudimentale quanto efficace.

Il meccanismo, spiegato in due righe, è questo: lo sportello ATM porta a termine l’operazione, l’addebito parte regolarmente, ma le banconote restano incastrate e non escono. Chi ha prelevato pensa al guasto, magari sbuffa, e se ne va convinto di dover chiamare la banca l’indomani. Poco dopo torna chi ha manomesso la macchina, rimuove la placca e si porta via il contante. Nessuna competenza informatica, nessun software, solo un pezzo di metallo e la pazienza di aspettare.

Il fermo a Cesano e il caso di Tor di Quinto

I militari hanno fermato un 49enne romano, già noto alle forze dell’ordine, gravemente indiziato di tentato furto aggravato. Gli accertamenti lo avrebbero collegato ad altri due episodi recenti nella stessa zona, per i quali è arrivata una denuncia. L’uomo si trova ora agli arresti domiciliari, in attesa del rito direttissimo. Pochi giorni prima, davanti all’ATM dell’ufficio postale di viale di Tor di Quinto, la storia aveva preso una piega più aggressiva. Un cliente si era accorto che l’uscita del contante era bloccata e in quel momento sarebbe stato avvicinato da un uomo e una donna. La coppia, con un paio di forbici in mano, gli avrebbe portato via i soldi appena ritirati. I Carabinieri della Stazione di Roma Ponte Milvio li hanno intercettati a poca distanza: per entrambi l’accusa è di rapina.

Due episodi diversi, stessa logica di fondo. Il cash trapping punta tutto sul fatto che davanti a un bancomat che non eroga nessuno pensi immediatamente a un furto in corso. La prima ipotesi è sempre il malfunzionamento, e su quella convinzione si gioca l’intera truffa.

Come difendersi davanti allo sportello

Il primo controllo va fatto prima di infilare la carta. Uno sguardo rapido allo sportello bancomat, con attenzione particolare alla fessura da cui escono le banconote: placche sovrapposte, parti sporgenti, residui di colla o pezzi che sembrano aggiunti in un secondo momento sono segnali da non ignorare. Meglio, quando si può, scegliere gli ATM collocati all’interno delle filiali o comunque in zone illuminate e sorvegliate. Se l’operazione risulta completata ma i soldi non arrivano, l’istinto di dare la colpa al guasto va tenuto a freno. Conviene verificare dall’app della banca se l’importo è stato addebitato, restando però davanti alla macchina e senza provare a rimuovere nulla dalla fessura. Un dettaglio che vale più di tutti gli altri: non accettare l’aiuto di sconosciuti, soprattutto se si materializzano proprio nell’istante del problema e mostrano una certa dimestichezza con il funzionamento dell’ATM.

L’indicazione dei Carabinieri è chiara. Rimanere davanti al bancomat e chiamare subito il servizio clienti della banca o il 112. Per contattare l’istituto va usato il numero stampato sulla carta, quello dell’app ufficiale o del sito, mai i recapiti attaccati sullo sportello con un adesivo, che possono essere stati messi lì proprio da chi ha manomesso la macchina.

Utile anche annotare orario, importo richiesto e indirizzo esatto dell’ATM. Sono informazioni che servono per la segnalazione e, soprattutto, per chiedere il rimborso della somma eventualmente addebitata sul conto. Perché il problema pratico, alla fine, è duplice: le banconote sparite e un movimento in uscita già registrato dalla banca, che va contestato con dati precisi alla mano.

Le tre vicende romane, quella di Cesano e quelle di Tor di Quinto, raccontano una truffa bancomat che non ha bisogno di tecnologia sofisticata per fare danni. Un pezzo di metallo, un momento di attesa e la certezza che la vittima si allontani da sola.

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