Vai al contenuto
Offerte

Birdman, il consiglio di Mike Nichols che poteva fermare tutto

In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni

Tredici anni fa Birdman era soltanto un’idea sulla carta, e per giunta un’idea che quasi tutti avrebbero definito folle. Alejandro González Iñárritu stava per lanciarsi in uno dei suoi progetti in lingua inglese più ambiziosi, con un cast che metteva insieme Michael Keaton, Edward Norton ed Emma Stone, e nel bel mezzo dei preparativi gli vennero i dubbi. Dubbi legittimi, tra l’altro. Così decise di chiedere consiglio a qualcuno che ne sapesse più di lui, e la scelta cadde su quello che considerava il vero maestro della commedia americana.

Quel qualcuno era Mike Nichols, regista già premiato con l’Oscar e autore di film che avevano attraversato generazioni intere, a partire da Il laureato. Un interlocutore ideale, sulla carta. Peccato che la risposta ricevuta non fosse esattamente quella sperata.

Il consiglio che avrebbe dovuto fermare tutto

Iñárritu gli spiegò il piano nei dettagli: raccontare una produzione teatrale caotica, portata avanti da attori poco abituati al registro comico, e farlo con un piano sequenza lungo quasi due ore. Nichols provò a fermarlo, e non con mezze parole. “Alejandro, dovresti fermarti adesso. Ti stai cacciando in un guaio”, gli disse, come lo stesso regista messicano ha raccontato durante una tavola rotonda.

Il ragionamento del veterano aveva una sua logica ferrea, il tipo di logica che si impara solo dopo decenni passati sui set. La commedia, secondo Nichols, si costruisce sui tagli. Si passa da un’inquadratura all’altra per catturare le reazioni, e quando arriva la battuta serve il primo piano, altrimenti l’effetto svanisce. Poi il colpo finale: quegli attori non erano attori comici, non conoscevano il teatro, non avevano gli strumenti per reggere una struttura del genere. Tutto vero, tutto sensato, tutto terribilmente scoraggiante per chi stava per iniziare le riprese.

Le mani che tremano e la bugia detta a Edward Norton

La parte più interessante della storia arriva dopo. Iñárritu, dentro di sé, pensava che il suo mentore avesse ragione. Non una ragione parziale, proprio ragione piena. E le mani cominciarono a tremargli, cosa che nessuno confesserebbe volentieri alla vigilia di un film costoso e complicato. Poco dopo incrociò Edward Norton, che gli chiese com’era andato l’incontro. La risposta fu secca e bugiarda: “È andata benissimo”.

Quella piccola bugia salvò il film. Perché se il dubbio si fosse trasformato in ripensamento collettivo, con un cast già sull’orlo del panico per una struttura narrativa senza precedenti, probabilmente il progetto sarebbe finito in un cassetto o si sarebbe trasformato in qualcosa di molto più convenzionale. Invece Iñárritu andò avanti esattamente come aveva pianificato, ignorando il consiglio di chi considerava il numero uno del settore.

Il risultato agli Oscar

Un anno più tardi il conto tornava, e tornava in modo clamoroso. Birdman si prese l’Oscar come miglior film e quello per la miglior regia, con Iñárritu che passava dallo status di regista rispettato a quello di nome dominante a Hollywood. Il falso piano sequenza, quello che secondo tutte le regole del manuale avrebbe dovuto uccidere la comicità del film, era diventato la sua firma più riconoscibile.

C’è una lezione dentro questa vicenda che riguarda il modo in cui funziona il cinema quando smette di ripetere formule collaudate. Nel cinema sembra sempre che sia già stato inventato tutto, e la tentazione di seguire il libretto delle istruzioni è forte perché garantisce una soddisfazione immediata e senza rischi. Ma le opere che restano in memoria, quelle che spostano davvero qualcosa, nascono quasi sempre da chi decide di non ascoltare. La fiducia di Iñárritu, mescolata a una buona dose di incoscienza, portò a due statuette.

Condividi:
33 Condivisioni