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Sul polo sud della Luna potrebbe finire, insieme agli astronauti, anche una popolazione invisibile di microbi pronta a essere liofilizzata dal freddo estremo. È lo scenario che emerge dalle ricerche condotte dalla NASA in vista di Artemis IV, la missione che riporterà esseri umani a camminare sulla superficie lunare per la prima volta dopo cinquant’anni. Non si tratta di fantascienza da laboratorio, ma di una domanda molto concreta che accompagna ogni partenza verso lo spazio, ovvero cosa viaggia davvero insieme a chi parte.
Ogni corpo umano è un ecosistema ambulante. Batteri sulla pelle, nelle vie respiratorie, nell’intestino, e poi tutto quello che si deposita sulle tute, sugli strumenti, sulle superfici interne dei moduli abitativi. Una missione con equipaggio, per definizione, non può essere sterilizzata come una sonda robotica. Ecco perché l’agenzia spaziale statunitense ha voluto capire quali organismi abbiano concrete possibilità di arrivare fin lassù e, soprattutto, cosa succeda loro una volta esposti a un ambiente che con la Terra non ha nulla a che spartire.
Perché proprio il polo sud lunare cambia le carte in tavola
La scelta della destinazione non è casuale e complica parecchio il quadro. Il polo sud lunare ospita regioni che restano perennemente in ombra, sacche dove la luce del Sole non arriva mai e dove le temperature scendono a livelli difficili anche solo da immaginare. Sono gli stessi luoghi che interessano tanto agli scienziati proprio perché lì potrebbe essersi conservato ghiaccio d’acqua da tempi remoti.
Il punto è che quelle condizioni, un freddo intenso unito al vuoto, funzionano in modo simile a un processo di liofilizzazione. L’acqua contenuta nelle cellule non evapora nel modo consueto, passa direttamente allo stato di vapore lasciando dietro di sé strutture disidratate. È esattamente il metodo che sulla Terra viene usato per conservare alimenti e campioni biologici per lunghi periodi. Tradotto sul terreno lunare, significa che alcuni microrganismi potrebbero non morire e basta, ma entrare in una sorta di sospensione, restando integri molto più a lungo di quanto ci si aspetterebbe.
Un problema di contaminazione, ma anche di scienza
La questione ha due facce che vale la pena tenere distinte. La prima riguarda la protezione planetaria, cioè l’insieme di regole e precauzioni pensate per evitare che l’attività umana sporchi ambienti che si vogliono studiare nel loro stato originale. Se in un cratere in ombra permanente si cerca traccia di molecole antiche, ritrovare invece residui biologici arrivati da un modulo di atterraggio sarebbe un pessimo affare per chiunque debba interpretare i dati.
La seconda faccia è più curiosa e riguarda la biologia pura. Sapere quali specie sopravvivono, per quanto tempo e in che stato, offre informazioni preziose su quanto la vita terrestre sia capace di resistere fuori dal proprio ambiente. Un tema che tocca da vicino anche le missioni future, perché la Luna viene considerata un banco di prova per tutto ciò che verrà dopo, Marte compreso.
Per questo il lavoro di censimento condotto dalla NASA punta a identificare i candidati più probabili al viaggio. Non i microbi in generale, ma quelli che statisticamente hanno più chance di superare le procedure di pulizia, resistere al lancio e arrivare integri a destinazione. Una lista che serve tanto ai responsabili delle procedure di decontaminazione quanto a chi poi dovrà analizzare i campioni raccolti sul posto, per distinguere il materiale lunare autentico da eventuali passeggeri clandestini. Con Artemis IV il ritorno umano sulla superficie non sarà più un esercizio teorico, e le impronte lasciate sul regolite non saranno le uniche tracce del passaggio.










