Vai al contenuto
Offerte

Batterie commestibili MIT: 1,84 volt per capsule intelligenti

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Le batterie commestibili non sono più un gioco di parole da laboratorio ma un filone di ricerca concreto, e l’ultima dimostrazione arriva dal MIT, dove è stata messa a punto una piccola cella capace di alimentare dispositivi elettronici ingeribili senza creare problemi a chi la manda giù. Il principio che regge tutto si chiama bioassorbimento, ovvero la capacità di un materiale di essere ingerito in piena sicurezza dall’organismo. Detto in modo meno tecnico, se finisce nello stomaco non succede nulla di grave.

La cella sviluppata dal team genera 1,84 volt, un valore che sulla carta sembra modesto ma che basta per far funzionare capsule intelligenti, quelle che vengono usate per rilasciare farmaci in punti precisi dell’apparato digerente oppure per raccogliere dati mentre attraversano il corpo. Gli elettrodi sono in magnesio e triossido di molibdeno, due materiali scelti proprio perché convivono bene con la fisiologia umana. Nessun metallo pesante, nessun componente che debba restare rigorosamente sigillato per non fare danni.

Perché le batterie a bottone non bastavano più

Fino a oggi chi progettava dispositivi ingeribili aveva sostanzialmente due strade. La prima è l’alimentazione wireless, che funziona ma vincola il dispositivo a una sorgente esterna. La seconda sono le classiche batterie a bottone, piccole, facili da integrare e ampiamente collaudate. Il problema è che contengono litio e altri metalli, e in un percorso lungo e per nulla delicato come quello del tratto gastrointestinale l’involucro può danneggiarsi. A quel punto il rischio per il paziente smette di essere teorico.

È qui che le batterie commestibili cambiano l’equazione. Se il materiale è pensato per essere assorbito senza conseguenze, l’eventuale rottura dell’involucro non rappresenta più uno scenario da incubo ma un’eventualità gestibile. Una differenza che pesa parecchio quando si parla di dispositivi destinati a restare nell’organismo per ore o giorni, magari su pazienti fragili o anziani, dove ogni margine di sicurezza in più conta.

Il lavoro del gruppo guidato da Giovanni Traverso

A coordinare la ricerca è Giovanni Traverso, ricercatore italiano che al MIT lavora da tempo su capsule ingeribili con applicazioni molto diverse tra loro. C’è il filone terapeutico, quello che punta a somministrare farmaci direttamente dove servono, riducendo effetti collaterali e dosaggi. C’è il monitoraggio dei parametri vitali, con sensori che raccolgono informazioni dall’interno del corpo invece di leggerle indirettamente dall’esterno. E c’è un’applicazione particolarmente delicata, la rilevazione delle overdose da oppioidi, un ambito in cui un dispositivo capace di segnalare tempestivamente una situazione critica può fare una differenza enorme.

Tutte queste applicazioni hanno un denominatore comune, e cioè il bisogno di energia. Un sensore che non si accende non serve a nulla, una capsula che deve aprirsi al momento giusto ha bisogno di un impulso elettrico. Ecco perché il nodo dell’alimentazione è sempre stato uno dei colli di bottiglia della medicina ingeribile, più ancora della miniaturizzazione dell’elettronica.

Il vantaggio della soluzione messa a punto al MIT non si ferma alla sicurezza del paziente. Materiali come il magnesio e il triossido di molibdeno riducono anche l’impatto ambientale rispetto alle celle tradizionali, che una volta esaurite diventano rifiuti da smaltire con attenzione. Una batteria biodegradabile toglie di mezzo il problema alla radice, sia dal punto di vista clinico sia da quello dello smaltimento.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
27 Condivisioni