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Auto cinesi, sviluppo in 18 mesi: ora Pechino frena la corsa

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Le case automobilistiche cinesi hanno accorciato talmente tanto i tempi di sviluppo di un modello nuovo che ora è la Cina stessa a chiedere di rallentare. Non è un paradosso da poco, perché per anni i costruttori occidentali hanno guardato quella velocità con un misto di ammirazione e frustrazione, chiedendosi come diavolo fosse possibile arrivare sul mercato con un’auto completamente inedita mentre altrove si stava ancora litigando sulle specifiche del cruscotto. Adesso il ritmo è diventato tale che regolatori e diversi dirigenti del settore si stanno ponendo una domanda scomoda: tagliare mesi allo sviluppo significa anche tagliare controlli di sicurezza?

Il quadro attuale parla di un ciclo di sviluppo medio in Cina intorno ai due anni, contro i tre o cinque anni che restano lo standard per i marchi occidentali storici. Ma la soglia si sta abbassando ancora. Secondo IAT Automobile Technology e la China Association of Automobile Manufacturers, l’intelligenza artificiale potrebbe portare il riferimento cinese a soli 18 mesi. Diciotto mesi per passare dal foglio bianco alla concessionaria.

Quando la velocità diventa un vantaggio da copiare

Il divario è diventato impossibile da ignorare per chi produce auto fuori dalla Cina, tanto che diversi gruppi hanno smesso di guardare e hanno iniziato a partecipare. Renault ha sviluppato la nuova Twingo E-Tech proprio in Cina, impiegandoci 21 mesi. Volkswagen, con la ID.UNYX 08 nata dalla collaborazione con Xpeng, si è fermata a 24 mesi. Numeri che nel Vecchio Continente, fino a pochissimo tempo fa, sarebbero sembrati fantascienza pura.

Il punto è che le autorità cinesi hanno già stretto le maglie su più fronti. Sono arrivate regole più severe sulle batterie, sui sistemi di assistenza alla guida e persino sulle maniglie delle portiere, dopo alcuni incidenti mortali. E ora l’attenzione si sposta su cosa succede quando gli ingegneri tengono il dito premuto sul tasto di avanzamento veloce.

È partita una campagna sulla sicurezza della durata di un anno, con ispezioni a sorpresa, mentre una proposta normativa punta a raddoppiare i test su strada obbligatori per i veicoli a nuova energia, portandoli a 30.000 chilometri. La logica dietro la stretta è abbastanza intuitiva: la validazione digitale si può comprimere, i chilometri veri no. Un telaio che si deforma dopo due inverni non lo scopri con una simulazione fatta in fretta.

Il dubbio arriva dall’interno del settore

Non sono soltanto i regolatori a sollevare la questione. Anche una parte dei dirigenti dell’industria automobilistica cinese la pensa così. Li Xueyong, vicepresidente di Chery, ha ammesso che le vetture devono reggere climi diversi, strade diverse e abitudini di guida che cambiano da un mercato all’altro, scrivendo sui social che ci sono tempistiche di sviluppo che semplicemente non si possono accorciare.

Frenare, però, è più facile a dirsi che a farsi. I consumatori cinesi si sono abituati a lanci continui e ad aggiornamenti frequenti, e i margini sempre più sottili rendono impensabile per un costruttore restare indietro anche solo di qualche mese. Li Shufu, presidente di Geely, lo ha detto senza giri di parole alla televisione di stato CCTV: chiedere alle aziende di alzare il piede dall’acceleratore rischia di essere una richiesta poco realistica quando tutti stanno combattendo per superarsi a vicenda.

L’intelligenza artificiale, in ogni caso, continuerà a fare la sua parte. Accelera la validazione digitale, permette di verificare migliaia di componenti in tempi che nessun team umano potrebbe reggere, e su quel fronte il guadagno è reale. La sfida per l’intero comparto, adesso, è capire dove l’AI può far risparmiare mesi senza conseguenze e dove invece servono ancora i chilometri percorsi davvero, con un’auto vera su un asfalto vero.

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