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Un giubbotto antiradiazioni da 26 chili, realizzato in plastica, ha viaggiato nello spazio indossato da un torso umano artificiale durante la missione Artemis I, quella senza equipaggio a bordo, e i dati raccolti raccontano una cosa piuttosto interessante: una parte dell’esposizione alle radiazioni è stata effettivamente bloccata. Non tutta, non in modo assoluto, ma abbastanza per tenere aperta l’ipotesi che un capo di questo tipo possa un giorno proteggere gli astronauti dalle tempeste solari.
Il concetto è meno fantascientifico di quanto sembri. Quando una navicella lascia l’orbita terrestre bassa e si allontana dallo scudo naturale offerto dal campo magnetico del pianeta, l’equipaggio si trova esposto a un ambiente decisamente più ostile. Le particelle cariche emesse dal Sole durante gli eventi più violenti arrivano in raffiche difficili da prevedere, e a bordo non ci sono muri di cemento dietro cui nascondersi. Da qui l’idea di portarsi addosso la protezione, letteralmente, invece di aggiungere peso alla struttura del veicolo.
Come è stato messo alla prova durante Artemis I
Il test è avvenuto nel modo più pragmatico possibile. Al posto di una persona in carne e ossa è stato utilizzato un torso manichino, un modello del busto umano pensato per registrare quanto e dove la radiazione spaziale arriva effettivamente sui tessuti. Il giubbotto è stato fatto volare su quel modello, la missione ha seguito il suo profilo intorno alla Luna, e al rientro sono stati confrontati i valori raccolti.
Il risultato, riassunto senza giri di parole, è che il capo ha ridotto una quota dell’esposizione. Vale la pena soffermarsi su quel “una quota”, perché è il punto tecnicamente più onesto di tutta la faccenda: nessun materiale sottile e indossabile può azzerare la dose ricevuta in un ambiente del genere. L’obiettivo, piuttosto, è abbassarla nei punti più delicati del corpo, quelli dove le cellule si rinnovano rapidamente e dove i danni cumulativi pesano di più nel lungo periodo.
Il problema dei 26 chili e la logica delle priorità
Ventisei chili non sono pochi. In una capsula ogni grammo viene contato, pesato e discusso, e un capo di quel peso occupa uno spazio nel bilancio di massa che qualcuno, da qualche parte, deve giustificare. Ma il confronto va fatto con l’alternativa, cioè schermare l’intero abitacolo con materiali plastici o metallici in quantità enormemente superiori. Vestire la persona invece della navicella, in questa prospettiva, diventa una scelta di economia più che di comodità.
C’è poi il fattore tempo. Le tempeste solari non durano mesi, arrivano in finestre relativamente brevi, e la strategia operativa immaginata è quella di indossare il capo quando serve, magari continuando a lavorare, invece di restare immobili in un angolo blindato del veicolo. È una differenza che sulla carta sembra piccola e che in una missione lunga, con procedure da seguire e attività da non interrompere, conta moltissimo.
Artemis I ha svolto esattamente il ruolo per cui era stata pensata. Ovvero volare senza nessuno a bordo e portare a casa misure reali, non simulazioni. Il giubbotto ha superato il passaggio dalla teoria al volo, e i numeri raccolti sul torso artificiale sono ora la base su cui valutare se e come inserirlo nell’equipaggiamento standard delle prossime missioni con equipaggio verso la Luna.
Resta il dato di partenza, quello più concreto di tutti. Una tuta di plastica da 26 chili, indossata da un manichino, ha effettivamente fermato una parte delle radiazioni incontrate nello spazio profondo.










