Nessuno ha forzato gli account di Ariana Grande. Ed è proprio questo il dettaglio che lascia con l’amaro in bocca. Gli hacker, stando a quanto emerge dalle carte processuali, avrebbero preso di mira le persone attorno a lei. Un fotografo qui, un produttore là. Gente che, per lavoro, custodisce le chiavi del materiale inedito. La cantante ha depositato una causa civile il 27 luglio 2026 presso la Corte Superiore della contea di Los Angeles, chiamando in giudizio un certo John Doe 1 insieme ad altri John Does numerati dal 2 al 100, con l’accusa di un furto sistematico andato avanti per anni.
I numeri fanno impressione. Solo nel 2023 sarebbero state sottratte 45 canzoni inedite, e i documenti parlano di centinaia di fughe simili che risalgono addirittura al debutto del 2011. La causa, però, non punta soltanto al risarcimento. È costruita per smascherare degli aggressori anonimi. Situazioni analoghe hanno recentemente colpito attori e registi di Hollywood su vasta scala, segno di quanto sia diventata diffusa l’esposizione informatica nel mondo dell’intrattenimento.
L’anello debole non era la cantante, ma chi le stava intorno
Gli hacker hanno sfruttato attacchi phishing sugli account cloud e sui dispositivi dei collaboratori, mettendo insieme un vero e proprio bottino di lavoro creativo che copre cinque anni. La cronologia messa nero su bianco nel ricorso è metodica, quasi chirurgica.
Nel 2019 gli aggressori avrebbero ottenuto le credenziali di accesso all’account Dropbox di un fotografo, scaricando foto mai pubblicate. Nel 2020 sarebbe toccato al dispositivo mobile di un produttore, con l’esposizione di master inediti, demo e filmati delle sessioni di lavoro. Entro il 2024 le tattiche si erano evolute nello spear phishing, una forma di impersonificazione mirata dove i criminali hanno creato un finto account Gmail e un dominio abbinato per fingersi un fotografo, provando a convincere un tecnico digitale a consegnare immagini riservate.
Il punto è semplice e inquietante. Non serve essere la celebrità. Basta conoscerne una. Il materiale rubato comprendeva videoclip, filmati dietro le quinte, scarti d’album e contenuti registrati durante le sessioni, descritti nel ricorso come roba “non destinata al pubblico”. Il tutto sarebbe poi finito in vendita a lotti tramite PayPal e Cash App, con parte del bottino approdata su mercati sotterranei online dove i contenuti rubati vengono scambiati in modo semi anonimo per cifre importanti. Gli acquirenti li hanno poi sparpagliati sui social, aggravando il danno a ogni nuova condivisione. Secondo il documento, la distribuzione non autorizzata ha danneggiato le “relazioni professionali, il processo creativo e la serenità” della cantante rispetto alla sicurezza del proprio lavoro.
Il vero bersaglio: dare un volto agli anonimi
Il team legale di Ariana Grande sta usando il potere dei mandati giudiziari per risalire dai venditori con pseudonimo alle identità reali, passando attraverso provider internet, piattaforme e processori di pagamento. La causa richiama il California Comprehensive Data Access and Fraud Act, una legge statale che prevede responsabilità civile per accesso non autorizzato ai sistemi informatici e furto di dati, affiancato da accuse di violazione della privacy e appropriazione indebita.
Le richieste sono chiare. Un processo con giuria, un ordine per recuperare tutto il materiale sottratto e mandati ampi rivolti a provider, piattaforme e sistemi di pagamento per estrarre log degli IP, dati degli account e cronologie delle transazioni. In pratica si segue il denaro e i metadati nello stesso momento. C’è un’eco che riporta all’attacco alle foto delle celebrità su iCloud del 2014, ma l’approccio qui è diverso. Invece di aspettare i procuratori, la cantante sta usando la causa civile come arma d’attacco, citando in giudizio imputati anonimi proprio per costringere le piattaforme a rivelarne l’identità. Se la strategia funziona, altri artisti prenderanno nota. I fornitori di servizi cloud e gli strumenti di collaborazione usati nella produzione musicale potrebbero subire pressioni per costruire protezioni più solide fin dall’inizio per i team creativi di alto valore. L’infrastruttura di collaborazione da remoto dell’industria dell’intrattenimento, fatta di cartelle Dropbox condivise, chat di gruppo tra produttori e file di sessione sincronizzati sul cloud, resta un bersaglio morbido. E gli artisti, a quanto pare, hanno smesso di considerare le fughe come un semplice prezzo da pagare per la fama.


