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L’archeologia non è più soltanto pennellini, cazzuola e lunghe camminate sotto il sole. Oggi a scovare città perdute e a leggere testi rimasti muti per secoli ci pensano sempre più spesso l’intelligenza artificiale e i droni, strumenti che nell’ultima manciata d’anni hanno portato alla luce rovine dimenticate, tradotto lingue sconosciute e ricostruito reperti considerati impossibili da decifrare. Chi immagina ancora la ricerca con il cappello alla Indiana Jones dovrà aggiornare un po’ il proprio immaginario. Nessuno però sta mandando in pensione gli archeologi, perché senza l’occhio umano gli abbagli sono sempre dietro l’angolo.
Di legioni di robot che scavano al posto degli studiosi non si vede ancora l’ombra, eppure il digitale è entrato a pieno titolo nel lavoro sul campo. La vecchia ricognizione a piedi e lo scavo tradizionale vengono affiancati e talvolta sostituiti da sofisticati strumenti di analisi, molti dei quali nati per scopi militari o medici. A spiegare l’evoluzione è Luca Sanna, archeologo e docente di Archeologia digitale all’Università di Cagliari: si è passati dai primi database e dai sistemi Gis, cioè mappe digitali che integrano dati spaziali e informazioni di scavo, al rilievo 3D fino all’attuale integrazione dell’IA.
Secondo l’esperto questa nuova frontiera accelera soprattutto due ambiti, l’archeologia dei paesaggi e lo studio della cultura materiale nei depositi museali. Nel primo caso algoritmi di Deep Learning e Computer Vision scandagliano enormi volumi di immagini tridimensionali per individuare anomalie del terreno invisibili a occhio nudo. Nel secondo l’IA ricompone puzzle di reperti frammentari e decifra iscrizioni antiche.
Il Lidar e le città spuntate dal nulla
Se un paio di generazioni fa gli studiosi consumavano le suole su terreni impervi, oggi buona parte delle scoperte arriva proprio dalle zone più impraticabili del pianeta. Il merito è del Lidar, acronimo di Light Detection and Ranging, un sistema di telerilevamento laser montato su droni o aerei. Funziona come una sorta di radar evoluto che invia al suolo migliaia di impulsi laser al secondo, capaci di attraversare anche la vegetazione più fitta. Misurando il tempo di ritorno di ciascun impulso, il sistema ricostruisce il profilo del terreno per centinaia di chilometri quadrati e restituisce una mappa tridimensionale dettagliatissima, senza disboscare né scavare.
I risultati hanno riscritto la storia di regioni a lungo considerate disabitate. Tra Guatemala e Yucatán si contano adesso centinaia di migliaia di nuovi siti maya collegati tra loro e dotati di sistemi agricoli avanzati, mentre in Messico il complesso cerimoniale di Aguada Fénix è stato riconosciuto come il monumento più antico e vasto mai costruito da quella civiltà. Sulle Ande peruviane, a quasi 4mila metri nell’area di Wat’a, una cittadella del XV secolo ha superato in altezza e anzianità la celebre Machu Picchu. Anche sulle montagne dell’Uzbekistan sudorientale, lungo l’antica Via della Seta, sono emerse città perdute come Tugunbulak, una metropoli di centoventi ettari con case, piazze, cinque torri di guardia e una fortezza cinta da mura, fiorita tra il VI e l’XI secolo in un ambiente gelido dove nessuno si aspettava tracce di vita urbana.
Quando l’algoritmo vede un nuraghe in una rotonda
La potenza però non basta senza qualcuno che sappia interpretarla. Sanna lo dice chiaramente, la rivoluzione digitale supporta e velocizza il ricercatore ma non lo sostituisce, perché scanner e georadar registrano solo anomalie mentre la terra è un archivio fatto di contesto e microstratigrafie che soltanto l’uomo sa leggere. L’IA inciampa proprio lì. Addestrata a cercare forme regolari, tende a forzare l’interpretazione e può arrivare a vedere un nuraghe protostorico in un recinto di pietre a secco costruito da un pastore cinquant’anni fa, o persino in una rotonda stradale coperta dalla vegetazione. Manca poi di senso storico e confonde elementi distanti millenni. Può sbagliare anche per difetto, ignorando una struttura reale che non rientra nei suoi rigidi canoni statistici.
Nonostante tutto il Machine Learning trova spazio nello studio della ceramica e nella decifrazione dei testi antichi. Emblematico il caso dei 1.800 papiri di Ercolano, rinvenuti nel XVIII secolo nella Villa dei Papiri e anneriti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rimasti illeggibili nelle teche della Biblioteca nazionale di Napoli. Nel 2024 uno di questi rotoli è stato srotolato virtualmente grazie al lavoro di un team internazionale di archeologi, filologi e informatici, a una Tac ad alta definizione a radiazione di sincrotrone capace di individuare le tracce di inchiostro e all’intelligenza artificiale. Partendo da quei segni l’algoritmo ha ricostruito più di 2mila caratteri greci, una lunga nota dedicata a come godersi la vita.
Fonte: TecnoAndroid








