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Big Tech, l’UE studia come tassarle senza irritare Trump

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Trovare un modo per tassare le Big Tech senza provocare la reazione di Donald Trump è diventato uno dei rompicapi più delicati sul tavolo della Commissione europea. La questione arriva in un momento già complicato, perché i Paesi dell’Unione sono impegnati in negoziati tutt’altro che semplici sul futuro bilancio comune. Gli Stati membri chiedono infatti di individuare nuove risorse proprie attraverso cinque prelievi, dai quali Bruxelles conta di ricavare circa 60 miliardi di euro all’anno a partire dal 2028.

Il contesto internazionale non aiuta. Anche il quadro globale sulla tassazione delle multinazionali è fermo da tempo, con l’accordo raggiunto nel 2021 che risulta ancora in stallo. Nel frattempo la tassa digitale europea è rimasta congelata e oggi soltanto quattro Paesi applicano una propria imposta nazionale sui servizi digitali, ovvero Francia, Italia, Spagna e Austria. Una situazione frammentata che spinge Bruxelles a cercare strade alternative per far contribuire i colossi tecnologici senza aprire un fronte di scontro diretto con Washington.

La Risorsa d’impresa per l’Europa e l’idea di alzare le soglie

In questo scenario la Commissione sta lavorando all’ampliamento della Risorsa d’impresa per l’Europa, un meccanismo ancora allo studio che obbligherebbe le aziende con un fatturato superiore a 100 milioni di euro nell’Unione a versare ogni anno un contributo forfettario al bilancio comune. L’importo previsto oscilla tra 100.000 e 750.000 euro, una cifra decisamente modesta se confrontata con gli utili di un gigante del settore tecnologico.

Proprio per questo si sta valutando di innalzare sia le soglie sia gli importi, così da concentrare il prelievo esclusivamente sui grandissimi gruppi, indipendentemente dal settore in cui operano. Il ragionamento è piuttosto lineare. Le Big Tech americane finirebbero per pagare di più, ma esattamente allo stesso titolo delle altre grandi imprese, senza alcun trattamento mirato. Un approccio del genere consentirebbe inoltre di non penalizzare le aziende di medie dimensioni, che con l’impostazione attuale rischierebbero di sostenere un peso sproporzionato rispetto alle loro possibilità.

Dietro questa scelta c’è soprattutto la volontà di non inasprire ulteriormente i rapporti con gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump guarda con estrema diffidenza alla regolamentazione europea che riguarda i suoi campioni tecnologici e ritiene che normative come il Digital Markets Act colpiscano principalmente i gruppi americani. Un contributo applicato a tutti i grandi gruppi senza distinzioni toglierebbe a Washington l’argomento della discriminazione.

Le minacce di Trump e lo scoglio dell’unanimità

Fin dal suo ritorno al potere Donald Trump ha moltiplicato le minacce di ritorsione nei confronti del Vecchio Continente, a partire da nuovi dazi doganali, puntando il dito contro tasse e regole digitali giudicate “discriminatorie”. A giugno il presidente americano è arrivato a ventilare un dazio del 100% su tutti i prodotti provenienti da qualsiasi Paese che decidesse di tassare i servizi digitali statunitensi. Non solo. Ha anche promesso un’indagine dopo la multa inflitta a Google nel corso dell’estate.

Bruxelles, dal canto suo, continua a ribadire che le proprie leggi rientrano pienamente nella sua sovranità e valgono per tutte le società, a prescindere dalla nazionalità. Eppure la direzione intrapresa dimostra che l’Unione è comunque disposta ad adattare il proprio approccio pur di calmare le acque con l’alleato d’oltreoceano.

Al momento comunque nulla è stato deciso. Una maggioranza di Stati membri si oppone alla Risorsa d’impresa per l’Europa nella sua forma attuale, anche se un innalzamento delle soglie potrebbe effettivamente allargare il consenso attorno alla misura. Per approvarla servirà in ogni caso l’unanimità dei 27 Paesi e le discussioni tra le capitali europee sono tuttora in corso.

Fonte: TecnoAndroid

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