In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Nel 2016 Apple decise di investire circa 900 milioni di euro in Didi Chuxing, la società di trasporti spesso definita “la Uber cinese”. Già la cifra faceva impressione, ma a colpire davvero era la natura dell’operazione, lontanissima dalle abitudini di Cupertino. Dietro quell’investimento in Cina c’era infatti molto più di una scommessa su tecnologia e servizi: c’era soprattutto la volontà di costruire rapporti solidi con il potere di Pechino. Il momento non era casuale, perché l’annuncio arrivò poco dopo la chiusura di iTunes Movies e iBooks da parte del governo cinese.
Tutto era partito da un incontro a Cupertino tra Tim Cook e Jean Liu, presidente di Didi Chuxing. La sua azienda stava bruciando cifre enormi nella guerra contro Uber e aveva bisogno di nuovi fondi. Liu però cercava qualcosa in più di un semplice assegno, voleva il sostegno del colosso americano. E lo ottenne. Appena 22 giorni dopo quel faccia a faccia arrivò la conferma ufficiale dell’accordo. La sorpresa fu generale perché la casa della mela, pur avendo liquidità in abbondanza, non era solita puntare somme così alte su aziende tecnologiche esterne e per di più poco legate al proprio business.
Il guanxi e la protezione burocratica
Ufficialmente Cook spiegò che Apple era rimasta colpita dal modello costruito da Didi e dalla qualità del suo gruppo dirigente. Il giornalista Patrick McGee, nel libro “Apple in China”, racconta però che la partita era più ampia. L’operazione cadeva in una fase particolarmente delicata per l’azienda nel gigante asiatico e si inseriva in un cambio di strategia preciso: far capire alle autorità che la società non era lì solo per vendere prodotti. Anche il profilo di Liu contava parecchio. Dopo oltre dieci anni in Goldman Sachs, era figlia di Liu Chuanzhi, fondatore di Lenovo, un gruppo molto vicino al governo. Per Cupertino significava entrare in una rete di contatti preziosissima.
In questo quadro entra in gioco un concetto tipicamente cinese, il guanxi, cioè l’insieme di relazioni personali e professionali che nel Paese possono pesare moltissimo negli affari. E Apple ne aveva un gran bisogno. Non mancava nemmeno un risvolto tecnologico, visto che in quegli anni la Silicon Valley era ossessionata dalla guida autonoma e dal 2014 l’azienda lavorava in gran segreto al Project Titan, da cui sarebbe dovuta nascere la sfortunata Apple Car. Didi garantiva accesso a un mercato e a legami difficili da ottenere dalla California, compresi quelli con AutoNavi, uno dei principali operatori di mappe in Cina.
C’era poi la questione dei pagamenti. Apple Pay faticava a crescere mentre Alipay e WeChat Pay spendevano cifre enormi per conquistare utenti, e l’enorme bacino di clienti di Didi poteva diventare un trampolino per i pagamenti via smartphone. McGee descrive questa strategia come una forma di “protezione burocratica”. L’obiettivo non era strappare una concessione specifica per ogni investimento, ma dimostrare che l’azienda portava in Cina qualcosa in più della tecnologia, cioè denaro, lavoro e centri di ricerca. Nel 2016 Cook visitò il Paese tre volte e furono annunciati centri di ricerca e sviluppo a Pechino e Shenzhen, seguiti l’anno successivo da quelli di Shanghai e Suzhou. Alcuni ex dipendenti citati nel libro ritengono che avessero una funzione soprattutto politica, altri sostengono invece che svolgessero un lavoro reale, anche se in ambiti non direttamente collegati ai prodotti.
Un Paese ancora centrale per Cupertino
A dieci anni di distanza la Cina resta troppo importante per permettersi di trascurare quei legami. Da lì arriva ancora circa il 20% dei ricavi annuali del gruppo, una fetta tutt’altro che marginale. Il Paese è decisivo anche per la catena di fornitura. L’azienda sta spostando parte della produzione in India per ridurre la dipendenza dal gigante asiatico, ma il grosso degli stabilimenti di assemblaggio di iPhone si trova ancora lì.
Per questo Tim Cook, ex CEO e oggi presidente del consiglio di amministrazione, continua a fare da diplomatico nei rapporti con Pechino. Un modo per mantenere saldi i legami costruiti negli anni lasciando al nuovo amministratore delegato, John Ternus, la libertà di concentrarsi sul prodotto.
Fonte: TecnoAndroid








