Una nuova grana legale colpisce la mela morsicata, questa volta negli Stati Uniti. Apple si ritrova infatti al centro di una class action da 32,5 miliardi di dollari, circa 30 miliardi di euro, presentata nell’Illinois. L’accusa è pesante e riguarda un tema delicato come la privacy: la società avrebbe raccolto dati biometrici dalle fotografie degli utenti senza aver mai chiesto un consenso davvero informato.
Il punto della questione ruota attorno a uno strumento che quasi tutti conoscono e usano ogni giorno. Nel mirino c’è l’app Foto di iPhone, quella che organizza gli scatti e raggruppa le persone che compaiono nelle immagini. Secondo la denuncia, questa funzione andrebbe ben oltre la semplice comodità di ritrovare le foto degli amici o dei familiari.
Cosa farebbe davvero l’app Foto secondo l’accusa
Il meccanismo descritto dai legali è piuttosto dettagliato. L’app sfrutterebbe la tecnologia di riconoscimento facciale per scansionare chiunque appaia nelle foto, creando poi una sorta di impronta del volto per ogni singola persona presente nella galleria. Una volta accumulati abbastanza campioni, entrerebbe in gioco un algoritmo capace di identificare l’utente stesso del dispositivo.
Tutti questi dati, stando a quanto sostenuto, resterebbero memorizzati sul telefono all’interno della stessa app. Non solo. Dalla denuncia emerge anche un altro aspetto che complica il quadro: fotografie e informazioni collegate verrebbero sincronizzate tra i vari dispositivi attraverso iCloud, il servizio cloud della casa di Cupertino. In pratica, quei dati passerebbero da un apparecchio all’altro senza che l’utente ne abbia piena consapevolezza.
I numeri della causa fanno impressione. Le persone potenzialmente danneggiate sarebbero 6,5 milioni nel solo Illinois, e questo spiega la cifra monstre richiesta. Se dovesse perdere, Apple si troverebbe a fare i conti con un esborso che sfiora appunto i 32,5 miliardi di dollari, una somma capace di lasciare il segno anche nei bilanci di un colosso così solido.
La difesa di Apple e i dubbi sui dati raccolti
Per ora la reazione della società è stata prudente ma decisa. Apple ha tentato di far archiviare l’intera vicenda, giocando su un aspetto tecnico non da poco. In sostanza mette in dubbio che i suoi processi possano essere davvero considerati identificatori biometrici nel senso previsto dalla legge dell’Illinois, che su questi temi è tra le più severe negli Stati Uniti.
L’azienda insiste su un concetto preciso. Le garanzie a tutela della privacy esisterebbero già e sarebbero integrate nel sistema. I vettori matematici usati per organizzare gli album, spiega la difesa, non permetterebbero di ricostruire un volto vero e proprio e non sarebbero in alcun modo collegati al nome o all’identità reale di una persona. Detto altrimenti, secondo Apple si tratterebbe di semplici strumenti tecnici per mettere ordine tra migliaia di scatti, non di un archivio biometrico nascosto.
La partita legale è appena cominciata e il confronto tra le due tesi si preannuncia lungo. Da una parte c’è chi sostiene che l’utente medio non abbia mai realmente compreso cosa accadesse alle proprie foto. Dall’altra c’è la posizione di chi rivendica un approccio alla privacy costruito proprio per proteggere le informazioni personali direttamente sul dispositivo. Il valore economico della disputa e il numero enorme di persone coinvolte rendono questo caso uno dei più delicati che la casa di Cupertino si trovi ad affrontare sul fronte della gestione dei dati degli utenti.









