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Un Apple-1 del 1976, con tanto di firma di Steve Wozniak sulla scheda, finirà sotto il martelletto di Bonhams New York in un’asta online aperta dal 4 al 14 ottobre, con una stima che oscilla tra circa 427.000 e 683.000 euro. Numeri che fanno sorridere solo a pensare a cosa fosse, materialmente, quell’oggetto: una piastra di circuito stampato, componenti saldati sopra, niente scocca, niente schermo, niente tastiera. Bisognava portarsi tutto il resto da casa.
Eppure è proprio questa nudità a raccontare il momento storico. Metà anni Settanta, il personal computer stava uscendo dai garage e dai club di appassionati per diventare qualcosa che una persona normale poteva tenere sulla scrivania. E i cimeli Apple di quel periodo hanno un’aura tutta loro, forse perché sono i pochi testimoni fisici di un passaggio che nessuno, all’epoca, aveva capito quanto sarebbe stato decisivo.
Perché un Apple-1 vale quanto un appartamento
La risposta sta nella rarità, prima ancora che nel nome. Degli Apple-1 originali si stima ne siano sopravvissuti circa 75 esemplari sparsi nel mondo, tra collezioni private, musei e magazzini dimenticati. Ma il dato che alza davvero il prezzo è un altro: soltanto sei risultano ancora funzionanti. Sei. Su una produzione che già in partenza era artigianale, fatta a mano, senza catene di montaggio né ambizioni industriali.
A questo si aggiunge la firma di Steve Wozniak, che non è un dettaglio da poco per chi colleziona. Wozniak ha progettato quella scheda, l’ha disegnata e saldata, e la sua autografia trasforma un pezzo raro in un pezzo raro con una storia certificata sopra. Nel mercato del collezionismo tecnologico è la differenza tra un buon affare e un affare da prima pagina.
L’asta di Bonhams New York si svolge interamente online, formula ormai consolidata per questo tipo di lotti, e la finestra di dieci giorni lascia spazio a un rilancio lungo, il tipo di partita che si gioca negli ultimi minuti. La forbice tra i 427.000 e i 683.000 euro è ampia, ma nelle vendite di cimeli informatici capita spesso che le stime vengano superate.
Otto kilobyte e un’idea che ha cambiato tutto
Sotto il profilo tecnico l’Apple-1 montava un processore MOS Technology 6502 e appena 8 KB di RAM. Otto kilobyte. Oggi una quantità che non basterebbe nemmeno per salvare una singola foto scattata con un telefono qualsiasi, e che risulta minuscola persino rispetto alla memoria di dispositivi elementari come un termostato smart o un telecomando evoluto.
Ma il punto non era la potenza. Il punto era che la scheda arrivava già assemblata. Prima di allora chi voleva un computer doveva comprare i componenti separati e saldarli da solo, con manuali criptici e una buona dose di pazienza. L’Apple-1 tagliava quella fatica a metà: bastava aggiungere alimentatore, tastiera e monitor, collegare il tutto, e si aveva una macchina funzionante. Sembra banale detta oggi, era rivoluzionario allora.
È questo il motivo per cui questi oggetti vengono trattati come reperti archeologici più che come vecchia elettronica. Non c’è nostalgia per le prestazioni, non c’è nessuno che rimpianga gli 8 KB. C’è invece il riconoscimento di un’intuizione pratica, quasi banale nella sua semplicità, che ha spostato il computer dal recinto degli hobbisti alla vita di tutti.
L’esemplare battuto da Bonhams porta con sé mezzo secolo di quella storia, condensato in una manciata di componenti su una tavoletta di circuito stampato, con una firma nell’angolo.








