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Antares porta un reattore nucleare nello spazio con 161 milioni

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Portare un reattore nucleare in orbita è un’idea che sembrava archiviata insieme ai manuali della Guerra Fredda, eppure gli Stati Uniti ci stanno tornando sopra con una certa convinzione. Il motivo è tutto sommato semplice: nello spazio l’energia è una risorsa preziosa e, una volta che una navicella o un satellite ha imboccato la sua strada, mettere le mani su un guasto o su un impianto sottodimensionato non è affatto banale. I pannelli solari continuano a fare il loro mestiere egregiamente su moltissimi satelliti, ma esistono missioni che chiedono molto di più.

Computer di bordo, sensori, apparati di comunicazione, sistemi di controllo: ogni componente aggiuntivo si traduce in watt da produrre e gestire. E più le missioni diventano ambiziose, più la curva dei consumi si impenna. Da qui il ritorno di fiamma per una tecnologia che sulla carta risolve il problema alla radice, ossia un piccolo reattore nucleare installato direttamente a bordo, capace di garantire elettricità senza dipendere dall’orientamento rispetto al Sole o dalla distanza dalla nostra stella.

SNAP-10A, l’unico precedente americano risale al 1965

Gli Stati Uniti non mandano un reattore in orbita dal 1965. Quell’anno venne lanciato SNAP-10A, che resta a tutt’oggi l’unico reattore nucleare americano finito nello spazio. Numeri modesti, se letti con gli occhi di oggi: circa 500 watt di potenza prodotta e un’attività durata 43 giorni, interrotta da un problema elettrico che, va detto, non riguardava il reattore in sé ma un altro sistema del veicolo.

Sessant’anni di silenzio sono tanti, soprattutto per una tecnologia che in quel periodo ha continuato a evolversi sulla Terra. Nel frattempo l’elettronica è diventata infinitamente più capace e più affamata, le missioni hanno allungato i tempi di permanenza e il fabbisogno energetico di un veicolo spaziale moderno non ha più molto a che vedere con quello di una sonda degli anni Sessanta. Il vuoto lasciato da SNAP-10A, insomma, oggi pesa parecchio.

Antares e i 161 milioni di dollari della difesa

A muoversi è il settore della difesa statunitense, che ha deciso di finanziare lo sviluppo di un sistema pensato per le missioni spaziali del futuro. L’azienda Antares ha ottenuto 161 milioni di dollari, pari a circa 140 milioni di euro al cambio della Banca centrale europea del 16 settembre, con l’obiettivo di costruire un sistema nucleare destinato all’impiego oltre l’atmosfera.

Una cifra che racconta bene il livello di serietà dell’operazione. Non si tratta di uno studio preliminare buttato lì per vedere l’effetto che fa, ma di un investimento con una destinazione precisa, in un ambito dove la disponibilità di potenza elettrica continua a essere uno dei principali colli di bottiglia. Chi progetta veicoli spaziali lo sa bene: si può risparmiare su quasi tutto, ma l’energia stabilisce cosa una missione potrà davvero fare e per quanto tempo.

Il ragionamento che sta dietro al ritorno del nucleare nello spazio è quindi tutt’altro che nostalgico. I pannelli solari restano la soluzione più diffusa e più economica per la grande maggioranza dei satelliti in orbita terrestre, ma quando le richieste crescono oltre una certa soglia il rapporto tra superficie esposta, peso e potenza generata smette di tornare. Un reattore compatto, al contrario, promette di fornire elettricità in modo continuo, indipendentemente dalle condizioni di illuminazione.

Gli Stati Uniti puntano a riaprire quel capitolo chiuso più di mezzo secolo fa, ripartendo da dove SNAP-10A si era fermato dopo appena 43 giorni di funzionamento e 500 watt prodotti.

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