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Personalità, il DNA conta meno di quanto pensi: cosa dice la scienza

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Capire cosa plasma davvero la personalità è una di quelle domande che prima o poi si affacciano nella testa di chiunque, di solito nei momenti meno adatti, e la risposta più diffusa chiama in causa il DNA. Comodo, immediato, quasi rassicurante: siamo fatti così perché così ci hanno scritto i geni. Peccato che la ricerca racconti una storia più articolata, in cui il codice genetico fa la sua parte ma lascia il grosso del lavoro a qualcos’altro.

L’indizio più elegante arriva dai gemelli identici. Patrimonio genetico praticamente sovrapponibile, stessa casa, spesso stessa scuola, eppure capita con una certa frequenza che crescendo sviluppino caratteri agli antipodi. Uno espansivo, l’altro schivo. Uno prudente, l’altro che si butta. Se il DNA fosse davvero il regista assoluto, casi del genere sarebbero anomalie difficili da spiegare. E invece sono la norma, tanto che la domanda utile non è più se geni e carattere siano collegati, ma quanto pesano rispetto a tutto il resto.

Quello che dice la ricerca sul rapporto tra geni e carattere

Michel Nivard, epidemiologo genetico dell’Università di Bristol nel Regno Unito e autore senior di uno studio recente sull’argomento, è stato piuttosto diretto nel ridimensionare le aspettative. Volendo conoscere la personalità di una singola persona, ha spiegato, la genetica non sarebbe una strada particolarmente fruttuosa. Si può semplicemente misurare la personalità e ottenere un quadro molto chiaro, mentre i geni, in quel caso specifico, non aggiungerebbero nulla di rilevante.

Il che non significa cancellare il ruolo dell’ereditarietà. Nivard ha chiarito che i geni influenzano le predisposizioni caratteriali, e su questo la comunità scientifica non ha dubbi. La differenza sta nel passaggio successivo: una predisposizione non è una sentenza. È più simile a una tendenza di partenza che poi viene modellata, amplificata o smussata da tutto ciò che accade intorno.

E qui entrano in scena le cause ambientali, che nel loro insieme spiegano la maggior parte delle differenze individuali. L’ambiente in cui si cresce, l’alimentazione, la cultura di riferimento, le relazioni, il contesto sociale. Elementi che raramente finiscono nei titoli quando si parla di genoma, ma che pesano molto più di quanto la narrazione popolare sul DNA lasci intendere.

L’amabilità e il problema di misurare tratti che cambiano forma

C’è poi una complicazione ulteriore, che riguarda il modo stesso in cui i tratti vengono valutati. Nivard porta l’esempio dell’amabilità, cioè la caratteristica di chi si comporta in modo empatico, collaborativo, trasparente e attento agli altri, invece di essere egoista, ambiguo o portato a leggere ogni rapporto come una competizione dove uno vince soltanto se l’altro perde.

Il punto è che quel tratto non ha lo stesso identico metro di misura passando da una cultura all’altra, da una generazione all’altra, da una fascia d’età all’altra. Ciò che in un contesto viene letto come gentilezza altrove può sembrare debolezza, e viceversa. Difficile ancorare a una sequenza genetica qualcosa che cambia significato a seconda di dove e quando lo si osserva.

L’obiettivo dichiarato dei ricercatori è proprio evitare che si diffonda l’idea opposta, quella secondo cui il DNA, che nessuno sceglie, determinerebbe la personalità in modo immutabile e leggibile attraverso il genoma. Un’immagine deterministica che semplifica troppo e che, a conti fatti, non regge alla prova dei dati.

Accanto ai fattori ambientali e a quelli personali agiscono infatti anche la forza di volontà e le decisioni prese lungo il percorso, tutti elementi che incidono in modo consistente sullo sviluppo di una persona e sul carattere che finisce per costruirsi nel tempo.

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