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Bruxelles ha acceso i motori sull’AI Act e lo ha fatto senza troppi annunci solenni: la Commissione europea ha inviato richieste di informazioni a oltre 30 società di intelligenza artificiale, prima mossa concreta di quella che a Bruxelles chiamano fase di enforcement. A dirlo è stato il portavoce Thomas Regnier durante l’appuntamento quotidiano con i giornalisti, senza girarci troppo intorno e senza, va detto, aggiungere granché sui destinatari.
“Abbiamo inviato una serie di richieste di informazioni, le prime nell’ambito delle azioni di enforcement avviate dalla Commissione, a più di 30 società di IA in due principali aree”, ha spiegato Regnier. Due aree, appunto, ma su quali siano il portavoce non si è dilungato. Il punto politico però è chiaro: il regolamento europeo smette di essere un testo giuridico da commentare nei convegni e comincia a produrre effetti pratici sulle scrivanie delle aziende.
Nessun nome sul tavolo, almeno per ora
La Commissione ha deciso di non rendere pubblici i nomi delle società coinvolte. La motivazione fornita è di quelle prudenti: “si tratta di semplici richieste di informazioni” e “il dialogo continua con tutte le società”. Tradotto, non siamo davanti a procedimenti formali con accuse in bella vista, ma a una raccolta di dati preliminare. Uno strumento che nel diritto europeo della concorrenza e del digitale viene usato spesso come primo passo, a volte senza seguito, altre volte come anticamera di qualcosa di più pesante.
Il messaggio implicito è comunque leggibile. Con oltre 30 aziende contattate, la platea coinvolta è ampia e non riguarda un singolo caso isolato. L’AI Act prevede obblighi differenziati a seconda del rischio dei sistemi e della potenza dei modelli, e la Commissione sembra voler capire, prima di tutto, chi fa cosa e con quali garanzie. Un lavoro di mappatura, più che di sanzione.
OpenAI, Anthropic e il nodo cybersicurezza
Sul fronte più delicato, quello dei rischi informatici legati ai modelli avanzati, le domande dei cronisti si sono concentrate su OpenAI e Anthropic. Regnier ha risposto che Bruxelles prende “estremamente sul serio i rischi di cybersicurezza” e ha confermato che il lavoro con entrambe le società prosegue. “Abbiamo avuto scambi molto recenti sia con Anthropic sia con OpenAI, anche su questi rischi”, ha precisato.
Una conferma non banale, perché certifica che i contatti tra la Commissione e le due aziende ci sono stati dopo le questioni di sicurezza emerse nelle ultime settimane. Quello che il portavoce non ha voluto chiarire è se OpenAI e Anthropic siano incluse nell’elenco di chi ha ricevuto le richieste formali di informazioni. Domanda legittima, risposta rimasta sospesa.
Cosa cambia adesso per le aziende
Per le società che sviluppano o distribuiscono sistemi di intelligenza artificiale in Europa, il segnale è che la fase di osservazione teorica è finita. Rispondere a una richiesta di informazioni significa mettere nero su bianco come funzionano i propri modelli, quali misure di sicurezza sono state adottate, come vengono gestiti i rischi. Non è un adempimento burocratico da liquidare in mezza giornata.
La scelta della Commissione di mantenere il riserbo sui nomi tiene aperta la porta a un percorso collaborativo, quello che a Bruxelles chiamano dialogo. Le società hanno la possibilità di chiarire la propria posizione prima che le cose si irrigidiscano. Sul tema della cybersicurezza, in particolare, l’esecutivo europeo ha voluto rimarcare l’attenzione, in una fase in cui le capacità dei modelli più avanzati sollevano interrogativi che vanno oltre la semplice conformità normativa.
Le richieste sono partite, il conteggio ufficiale parla di più di 30 destinatari e la Commissione ha fatto sapere che il confronto con tutte le aziende resta in corso.









