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Google ha deciso di portare lo scontro con Bruxelles in tribunale e ha presentato un ricorso al Tribunale dell’Unione Europea contro due richieste della Commissione UE che riguardano direttamente Android e Google Search. Le disposizioni contestate impongono al gruppo di aprire maggiormente il proprio sistema operativo mobile ai servizi di intelligenza artificiale concorrenti e di condividere con altri operatori una parte dei dati raccolti dal motore di ricerca. Sono due fronti distinti, ma entrambi puntano allo stesso obiettivo: ridurre il vantaggio che l’azienda ha costruito negli anni rispetto alla concorrenza.
Il quadro normativo è quello del Digital Markets Act, il regolamento europeo conosciuto anche con la sigla DMA. A luglio Bruxelles aveva chiesto a Google di garantire ai servizi AI alternativi un accesso alle funzionalità dei dispositivi Android tale da consentire loro di competere con Gemini senza partire svantaggiati. In pratica l’assistente sviluppato in casa non dovrebbe più poter contare su una corsia preferenziale all’interno dell’ecosistema che la stessa azienda controlla, e le soluzioni realizzate da altre società dovrebbero potersi integrare nei telefoni in condizioni paragonabili.
La questione dei dati di ricerca
La seconda richiesta della Commissione tocca invece il cuore del business di Google. L’esecutivo europeo vuole che alcuni motori di ricerca di terze parti, compresi i servizi basati su chatbot AI, possano accedere a determinati dati di Google Search. Secondo Bruxelles queste informazioni potrebbero aiutare i rivali a migliorare i propri servizi e a recuperare almeno in parte il terreno perso negli anni nei confronti del leader di mercato. Il ragionamento è piuttosto lineare: chi gestisce la maggior parte delle ricerche accumula anche la maggior parte dei dati, e senza un accesso a quelle informazioni per gli altri diventa molto difficile competere ad armi pari.
Google però non condivide questa impostazione e contesta entrambe le richieste. Oliver Bethell, responsabile per la concorrenza dell’azienda, sostiene che le decisioni europee rischiano di “obbligare Google a condividere la cronologia delle ricerche degli utenti senza un’anonimizzazione sufficiente”. Sul versante Android la preoccupazione è di altro tipo, perché le modifiche richieste potrebbero, sempre secondo Bethell, “indebolire alcune protezioni di sicurezza”. La linea difensiva dell’azienda si concentra quindi su due temi molto sensibili come la privacy degli utenti e la protezione dei dispositivi.
Scadenze, obblighi e sanzioni previste dal DMA
Il calendario fissato da Bruxelles non lascia moltissimo margine. La scadenza per la condivisione dei dati di ricerca è fissata a gennaio 2027, mentre per le modifiche ad Android il termine è luglio 2027. Il ricorso al Tribunale apre adesso una fase giudiziaria che si intreccia con queste date e che coinvolge due dei prodotti più importanti dell’intero portafoglio dell’azienda.
Alphabet, la società che controlla Google, rientra tra i gatekeeper individuati dall’Unione Europea sulla base del Digital Markets Act. Per queste realtà valgono obblighi più rigidi rispetto al resto del mercato, tra cui la necessità di garantire in alcuni casi una maggiore interoperabilità con i servizi di terze parti e il divieto di favorire i propri prodotti a scapito di quelli concorrenti. Proprio questi principi stanno alla base delle richieste che riguardano Gemini e Google Search.
Le sanzioni previste dal regolamento sono particolarmente pesanti. In caso di violazione del DMA si può arrivare fino al 10% del fatturato globale annuo, una soglia che sale al 20% in caso di recidiva. A queste si aggiungono penalità periodiche che possono raggiungere il 5% del fatturato medio giornaliero.
Fonte: TecnoAndroid








