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Cybercrime, dati rubati in abbonamento come lo streaming

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Il commercio di dati rubati sta cambiando pelle e segue ormai una logica familiare a chiunque abbia sottoscritto un servizio di streaming. Il cybercrime abbandona progressivamente le vendite occasionali, quelle in cui un pacchetto di informazioni sottratte passava di mano una sola volta e poi perdeva rapidamente valore, per abbracciare un modello basato sugli abbonamenti. È un passaggio che ha tutta l’aria di un salto industriale.

Per molto tempo lo schema è stato piuttosto semplice. Qualcuno metteva le mani su un archivio di informazioni, lo metteva in vendita e l’affare si chiudeva lì. Chi comprava si portava a casa un blocco di dati destinato a invecchiare in fretta, perché password cambiate e account chiusi ne erodevano l’utilità settimana dopo settimana. Ora il mercato criminale dei dati ragiona in modo diverso e punta su un accesso continuativo, pagato con regolarità, a un patrimonio informativo che viene tenuto vivo nel tempo.

Archivi privati, aggiornati e facili da consultare

Il cuore della trasformazione sta negli archivi privati messi a disposizione degli abbonati. Non si parla di semplici file scaricati e dimenticati in qualche cartella, ma di raccolte aggiornate con costanza e soprattutto facilmente interrogabili. Chi paga può cercare ciò che gli serve, filtrare i risultati e trovare in pochi istanti quello che un tempo richiedeva ore di lavoro su enormi quantità di materiale disordinato.

L’aggiornamento continuo cambia parecchio le carte in tavola. Le credenziali rubate, che nel vecchio modello avevano una vita utile piuttosto breve, vedono così prolungato il proprio valore. Un nome utente e una password inseriti in un database alimentato senza sosta restano una risorsa sfruttabile più a lungo, e per chi gestisce questi servizi significa poter monetizzare lo stesso bottino più e più volte invece di incassare una cifra una tantum.

Barriere più basse e aziende più esposte

C’è poi un effetto collaterale che pesa forse più di tutto il resto. Il modello ad abbonamento abbassa in maniera sensibile le barriere d’ingresso nel mondo del crimine informatico. Non occorre più essere in grado di sottrarre le informazioni direttamente, né possedere competenze particolari per orientarsi tra archivi sterminati. Basta sottoscrivere un accesso e usare strumenti di ricerca pensati proprio per semplificare il lavoro. Il risultato è una platea potenzialmente più ampia di soggetti capaci di sfruttare materiale sottratto ad altri.

Dall’altra parte della barricata ci sono le imprese, che si ritrovano davanti a un problema nuovo. Quando i dati circolavano attraverso cessioni singole, la loro comparsa sul mercato poteva rappresentare un segnale riconoscibile. Con archivi chiusi, riservati agli abbonati e riforniti in modo continuo, quel segnale diventa molto più difficile da cogliere. Per le aziende individuare le compromissioni in modo tempestivo si fa quindi più complicato, perché le informazioni trafugate possono restare disponibili e utilizzabili a lungo senza che nessuno se ne accorga.

Proprio qui si gioca la partita. La disponibilità permanente dei dati rubati, organizzati e consultabili come in un normale servizio commerciale, allunga i tempi in cui una violazione può produrre danni e riduce le occasioni per intercettarla prima che venga sfruttata.

Fonte: TecnoAndroid

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