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Quante volte vi è capitato di guardare lo schermo dell’infotainment e pensare che fosse sprecato? Io me lo chiedo da anni. Un pannello grande, touch, luminoso, che nella maggior parte dei casi serve solo a mostrare la mappa di CarPlay o la copertina di un album su Android Auto. Ecco, l’OttoAibox P3 Pro CarPlay AI Box nasce esattamente da questa frustrazione.
L’idea è semplice da spiegare e parecchio ambiziosa da realizzare: si collega una scatolina alla porta USB che l’auto usa per il CarPlay cablato o per Android Auto cablato e da quel momento il sistema della macchina crede di parlare con un iPhone. In realtà dall’altra parte c’è un piccolo computer con Android 13, il Play Store completo e un’interfaccia proprietaria chiamata OttoDrive OS 3.0. Tradotto: YouTube, Netflix, Spotify, Waze e Google Maps girano direttamente sullo schermo dell’auto, senza passare dal telefono. In più il dispositivo converte CarPlay e Android Auto in versione wireless.
L’unità in prova me l’ha consegnata Ottocast in persona durante IFA 2026 a Berlino. Da allora l’ho montata sulla Cupra Formentor e sulla Renault Zoe, alternandola ogni volta che cambiavo macchina, e l’ho usata nei tragitti più diversi, tra il campo di tiro con l’arco, l’ufficio, qualche cliente fuori Roma e un paio di giornate al mare.
Ammetto che all’inizio ero scettico. Di AI box ne ho viste parecchie e il copione è quasi sempre lo stesso: tante promesse sulla scatola, poi lag, crash e app che non partono. Qui la storia è più sfumata. Il sistema Android è reattivo, sul serio, molto più di quanto mi aspettassi. Lo split screen mi è servito davvero e non è rimasto un gadget da demo. Però c’è un tallone d’Achille che ho sentito sulla pelle quasi ogni giorno e che riguarda proprio la funzione più banale di tutte: la connessione wireless con CarPlay e Android Auto.
Quindi questo non è un prodotto per tutti, ma per un certo tipo di guidatore potrebbe avere senso eccome. Ci arrivo con calma.
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Dove acquistarlo: OttoAibox P3 Pro su Amazon | OttoAibox P3 Pro sul sito ufficiale Ottocast
Unboxing: poca scena e tanti cavi
La confezione è compatta e senza fronzoli, con cartoncino rigido, grafica pulita, la scritta P3 Pro ben in vista e i loghi di CarPlay e Android Auto che chiariscono subito di cosa stiamo parlando. Niente effetto wow da smartphone di fascia alta, ma nemmeno quella sensazione di prodotto anonimo da bancarella online.

Credits: TecnoAndroid
Dentro trovate la box, alloggiata in un vano sagomato, e sotto un piccolo arsenale di cavetti. C’è un cavo USB A verso USB C, un cavo USB C verso USB C, un adattatore da USB A a USB C e un cavo a Y che serve come alimentazione supplementare nei casi in cui la porta dell’auto non eroga abbastanza corrente. Chiude il tutto il manuale d’uso, che è in più lingue e onestamente fa il suo lavoro senza brillare.
La cosa che mi è piaciuta è proprio la dotazione di cavi. Sembra un dettaglio, e invece è la differenza tra usare il dispositivo subito oppure tornare in macchina il giorno dopo con il cavo giusto comprato al volo. La Formentor ha porte USB C, la Zoe ragiona in modo diverso, e in entrambi i casi avevo già tutto quello che mi serviva. Zero corse in negozio.

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Cosa manca? Un telecomando, per esempio, che Ottocast vende a parte e che serve a chi non ha uno schermo touch in auto. E un supporto o un velcro per fissare l’unità da qualche parte, che per un oggetto destinato a vivere in macchina non sarebbe stato un’idea malvagia. Alla fine l’ho sistemata vicino alla porta USB e amen, ma un pezzetto di biadesivo in scatola avrebbe fatto piacere.
Insomma, dotazione sufficiente e ragionata, non generosa. Per il prezzo a cui viene venduta mi aspettavo qualcosina in più nella cura della presentazione, ma è un appunto veniale.
Design e costruzione: piccolo, nero e bollente
La box è un parallelepipedo nero dai bordi smussati, poco più grande di un pacchetto di fazzoletti di carta. Plastica opaca, finitura leggermente ruvida che non trattiene troppo le impronte, e un peso che si fa sentire in mano quel tanto che basta per dare l’idea di qualcosa di solido. Non è un oggetto da esibire e del resto nessuno lo vede. Vive nascosto vicino alla porta USB, nel vano portaoggetti o sotto il bracciolo, a seconda dell’auto.
Girandola si scoprono le cose interessanti. Ci sono la porta USB C per alimentazione e dati, una uscita mini HDMI per collegare uno schermo esterno, lo slot per la nano SIM e quello per la microSD. E poi c’è il dettaglio che mi ha fatto sorridere: un piccolo selettore fisico CP / AA che serve a dire al dispositivo se deve presentarsi all’auto come un iPhone su CarPlay oppure come un telefono Android su Android Auto. Una soluzione un po’ old school, ma chiara. Se l’auto supporta entrambi i protocolli, Ottocast stessa consiglia di partire da CarPlay perché in genere è più stabile.

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Sulla parte inferiore si nota una fitta foratura per la ventilazione. E qui arrivo al punto dolente del design, anzi del comportamento termico. La box si scalda molto. Non ho un termometro a infrarossi da sventolare, quindi niente numeri inventati, ma dopo un’ora di viaggio con navigazione e musica in streaming al tatto ricordava il retro di un caricatore rapido sotto sforzo. Davvero calda.
Il problema non è tanto la sensazione tattile, quanto dove la mettete. Chiuderla in un vano portaoggetti stretto, d’estate, con l’auto parcheggiata al sole del litorale laziale, non mi sembra una grande idea. Io ho cercato di lasciarla il più possibile all’aria e vi consiglio di fare lo stesso. È strano: un oggetto così piccolo che scalda così tanto dovrebbe preoccuparmi di più, invece ci ho fatto pace appena ho capito come posizionarlo. Però lo segnalo, perché è una cosa che si nota.

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Per il resto la costruzione è onesta. Le porte sono ben allineate, i connettori non ballano, lo slot della SIM ha un vassoio che si estrae senza fatica. Niente di premium né di scadente, un oggetto funzionale pensato per sparire alla vista.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Modello | OttoAibox P3 Pro CarPlay AI Box |
| Processore | Qualcomm Snapdragon 6225 |
| Memoria RAM | 8 GB |
| Memoria interna | 128 GB, espandibile con microSD |
| Sistema operativo | Android 13 con interfaccia OttoDrive OS 3.0 (layout verticale) |
| Modalità di funzionamento | CarPlay wireless, Android Auto wireless, sistema Android completo |
| Connettività dati | CloudSIM 3.0, slot nano SIM, hotspot del telefono, WiFi dell’auto o portatile |
| Connettività wireless | WiFi dual band 2,4 / 5 GHz, Bluetooth |
| Porte | USB C (alimentazione e dati), uscita mini HDMI |
| Controlli fisici | Selettore CP / AA |
| App store | Google Play Store |
| Assistente vocale | AI basata su Gemini e ChatGPT (3 mesi / 1.000 conversazioni inclusi, poi pacchetti a pagamento) |
| Aggiornamenti | FOTA via Internet |
| Compatibilità auto | Veicoli con CarPlay o Android Auto cablato di serie (tipicamente dal 2016 in poi) |
| Compatibilità telefoni | iPhone con iOS 10 o successivo, Android 11 o successivo |
| Contenuto confezione | Box, cavo USB A / USB C, cavo USB C / USB C, adattatore USB A / USB C, cavo a Y, manuale |
Hardware: Snapdragon 6225 e 8 GB di RAM che si sentono
Facciamo un passo indietro. Un’AI box, alla fine della fiera, è uno smartphone Android senza schermo e senza batteria, che usa il display dell’auto come monitor e il protocollo CarPlay come “cavo video”. Il cuore quindi conta eccome.
Qui troviamo un Qualcomm Snapdragon 6225 abbinato a 8 GB di RAM e 128 GB di memoria interna. Sulla carta non è un mostro di potenza, e chi segue il mondo mobile sa bene che si tratta di un chip di fascia media. Online ho visto circolare anche la sigla 6125 associata a questo modello: fate attenzione, perché il 6125 è il processore del P3 liscio, la generazione precedente con Android 12 e OttoDrive 2.0. Il P3 Pro usa il 6225 e lo conferma anche la scheda ufficiale.
La quantità di RAM è invece quella che fa la differenza nella pratica. Con 8 GB il sistema riesce a tenere in memoria più app contemporaneamente senza ricaricarle ogni volta. Ho lasciato aperti Waze, Spotify e YouTube Music per interi viaggi, saltando dall’uno all’altro, e non mi è mai capitato di ritrovare un’app ripartita da zero. Su un sistema che si usa guidando, dove ogni secondo di attesa è un secondo in cui guardate lo schermo invece della strada, questa cosa pesa più di qualsiasi benchmark.

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I 128 GB di storage sono tanti per l’uso tipico. Le app di streaming occupano poco, le mappe offline di Google Maps qualcosa di più, e se volete caricare film o musica in locale c’è sempre lo slot microSD. Personalmente non ho sentito il bisogno di espandere nulla.
E poi c’è il capitolo termico, a cui ho già accennato. Tutta questa potenza chiusa in pochi centimetri cubi, senza ventola, produce calore. Non ho notato cali evidenti di prestazioni nemmeno dopo un’ora e mezza di guida (e l’interfaccia è rimasta fluida anche nel tratto di ritorno dal mare, quando la box era più calda che mai). Però la temperatura superficiale resta alta e su questo non mi sento di chiudere un occhio. Magari tra un anno di utilizzo estivo cambio idea in peggio, magari no. Oggi posso dire che non mi ha mai lasciato a piedi per il calore, ma che me lo sono sempre ricordato quando la toccavo.
Mi spiego meglio: l’hardware del P3 Pro è adeguato a quello che il prodotto promette. Non è sprecato e non è sottodimensionato. Il collo di bottiglia, come vedremo, sta altrove.
Software: OttoDrive OS 3.0 e l’app OttoPilot
La prima cosa che ho notato accendendo la box è che l’interfaccia non sembra un Android “buttato” sullo schermo dell’auto. OttoDrive OS 3.0 è stata ridisegnata con un layout verticale e una barra fissa in basso con i comandi principali: home, indietro, elenco app, split screen e scorciatoia per l’assistente vocale. È un dettaglio che cambia tutto. Invece di cercare menu fluttuanti o gesture strane, avete sempre gli stessi pulsanti nello stesso punto, come su un’auto vera.
La schermata principale mostra dei widget grandi per mappa, musica e meteo. Si possono aggiungere e riordinare, anche se la libreria disponibile non è enorme. Poi c’è la modalità giorno/notte automatica, che scurisce l’interfaccia quando cala la luce. La sera, rientrando dal campo di tiro con l’arco quando ormai era buio, l’ho apprezzata parecchio perché non mi sparava in faccia un bianco accecante.
E la reattività? Molto buona, sul serio. Il touch risponde bene, le animazioni sono fluide, le app si aprono senza tentennamenti. Stavo per scrivere che sembra di usare un tablet di fascia media, ma ripensandoci è più corretto parlare di un buon modello collegato a uno schermo che non è il suo. Perché qualche piccola incertezza, dovuta al passaggio attraverso il protocollo CarPlay, ogni tanto si percepisce. Niente di grave.

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C’è il Google Play Store completo, quindi potete installare praticamente tutto. Io ho usato YouTube, Netflix, Spotify, Waze e Google Maps nativo. Il login con l’account Google si fa una volta sola e da lì le app si comportano come su un telefono qualsiasi.
Poi c’è l’app companion per smartphone, OttoPilot, che serve principalmente per associare la box al proprio account e per attivare e gestire la CloudSIM. È un passaggio necessario se volete usare la connettività integrata e la procedura guidata è abbastanza chiara. L’app la trovate qui:
OttoPilot: Google Play Store | Apple App Store
Gli aggiornamenti arrivano via FOTA, cioè scaricati direttamente dalla box quando è connessa a Internet. Durante il periodo di prova non ho visto rivoluzioni, ma il fatto che il sistema sia aggiornabile lascia qualche speranza sui problemi di cui parlo tra poco, senza dare certezze.
Prestazioni: l’avvio lento è il prezzo da pagare
Ok, parliamo di tempi perché su un accessorio per auto il tempo di avvio non è un numero da scheda tecnica, è il primo minuto di ogni singolo viaggio.
La box si accende quando l’auto alimenta la porta USB, cioè quando mettete in moto. Da lì servono circa 60 secondi prima che OttoDrive sia pronto e usabile. Un minuto sembra poco, ma il terzo giorno di utilizzo ho cominciato a contarlo. Salgo in macchina, metto in moto, allaccio la cintura, sistemo lo specchietto, esco dal cancello e il dispositivo sta ancora caricando. Se poi usate la CloudSIM, a quel minuto va aggiunto il tempo che la connessione dati impiega ad agganciarsi.
Per chi fa tragitti lunghi è un dettaglio, per chi fa tante tappe brevi invece diventa una piccola tassa quotidiana. Nelle giornate passate da un cliente all’altro, con quattro o cinque soste, ho pagato quel minuto ogni volta. E non è che si possa fare molto: la box non ha una batteria che la tenga in standby, quindi ogni spegnimento dell’auto è un riavvio completo.
Una volta partito, però, il sistema cambia faccia. Le app si aprono rapide, lo scorrimento delle liste è fluido, passare da una schermata all’altra non richiede attese. Qui il lavoro di ottimizzazione di Ottocast si vede e l’accoppiata processore più RAM fa il suo dovere. Non ho mai avuto blocchi completi dell’interfaccia Android durante le mie prove.
Consumi? Il dispositivo si alimenta dalla porta USB dell’auto, quindi non ha senso parlare di consumo in bolletta. Sulla Zoe, che è elettrica, non ho notato alcun impatto percepibile sull’autonomia, com’era prevedibile per un oggetto che assorbe quanto un caricatore da telefono. Il vero “consumo” di questo accessorio è termico, non elettrico.
Test sul campo: settimane tra campo d’arco, mare, ufficio e clienti
Ho usato l’unità in prova esattamente come la userebbe chiunque: senza protocolli di laboratorio, nella vita vera. Due auto, due telefoni, tre modi diversi di connettersi a Internet. Ecco com’è andata.
Il primo giorno. Rientrato da Berlino, l’ho collegata alla Formentor praticamente appena tolta dalla scatola. Selettore su CP, cavo USB C, attesa. Dopo il minuto di rito è comparsa la procedura guidata, ho associato l’iPhone 16 Pro via Bluetooth e in pochi passaggi avevo CarPlay wireless sullo schermo. Ha funzionato subito, senza aggiornamenti preliminari e senza cambiare porta. Un buon inizio, lo ammetto.
La prima settimana. Qui ho cominciato a usarla davvero, nei tragitti verso il campo di tiro con l’arco. Strada che conosco a memoria, quindi perfetta per concentrarmi sulla box invece che sul percorso. La mattina, con la connessione tramite hotspot del telefono, avviavo Spotify e Waze in split screen. Funzionava bene, ma con due limiti: dovevo ricordarmi di attivare l’hotspot e il telefono si scaricava più in fretta. Ed è proprio in questa fase che sono arrivati i primi problemi con CarPlay. Una mattina ho acceso l’auto e la connessione wireless semplicemente non partiva. Box accesa, iPhone con Bluetooth attivo, nessun collegamento. Ho spento e riacceso la macchina e al secondo tentativo è andata. Il giorno dopo stessa storia, ma durante il viaggio: CarPlay si è disconnesso da solo a metà strada, lasciandomi senza navigazione per qualche minuto finché non si è ricollegato.
Il passaggio alla Zoe. Sulla Renault ho provato la strada Android, con il Samsung Galaxy S26 Ultra e il selettore su AA. Anche qui l’installazione è stata immediata, ma i problemi di connessione si sono ripresentati, forse perfino più spesso. Android Auto wireless in certi giorni si collegava al primo colpo, in altri si perdeva dopo pochi minuti, in altri ancora non si collegava proprio. Lì mi sono innervosito sul serio perché non c’è niente di più irritante di un accessorio che dovrebbe semplificarti la vita e invece ti costringe a fermarti in una piazzola per spegnere e riaccendere tutto.
La svolta: usare OttoDrive invece di CarPlay. A un certo punto ho cambiato approccio. Ho inserito una nano SIM TIM nello slot della box e ho cominciato a usare direttamente il sistema Android, con Google Maps e Spotify installati sul dispositivo, lasciando CarPlay e Android Auto come opzione di riserva. E qui l’esperienza è cambiata. Niente dipendenza dal Bluetooth del telefono, niente disconnessioni del protocollo wireless. La box si accendeva, si agganciava alla rete TIM e aveva tutto quello che mi serviva. Più stabile, decisamente. Il telefono restava in tasca, libero e carico.
I viaggi al mare. Tragitti più lunghi, un’ora abbondante, e qui ho sfruttato parecchio lo split screen con la navigazione da una parte e la musica dall’altra. È emerso con forza il tema del calore: arrivato a destinazione, con l’auto spenta, la box era bollente. Il ritorno, con la macchina rimasta al sole, è stato il momento in cui l’ho sentita più calda. Ha funzionato comunque, ma mi ha convinto definitivamente a non chiuderla mai in un vano.
Ufficio e clienti. In queste giornate ho provato anche la CloudSIM integrata, per vedere se fosse una valida alternativa alla SIM fisica. Funziona e il vantaggio è che non serve alcuna scheda, ma aggiunge altro tempo all’avvio perché la connessione impiega un po’ ad agganciarsi. Con tante soste brevi, questa somma di attese si sente. Nei tratti in autostrada, invece, non ho notato buchi di rete particolari.
L’assistente vocale. L’ho provato un po’ ovunque, dal traffico del Raccordo alle strade di campagna. Risultato: tante volte l’italiano non lo capiva. Ne parlo meglio negli approfondimenti.
Cosa non ho potuto verificare? L’uscita HDMI: non ho uno schermo posteriore montato sulle mie auto, quindi su questo punto devo fidarmi di quanto dichiarato dal produttore e delle esperienze di altri utenti. E non ho fatto misurazioni strumentali di latenza o temperatura, per cui tutto quello che leggete sul comportamento termico è una valutazione al tatto, non un dato.
Approfondimenti
CarPlay wireless con iPhone 16 Pro
Parto da qui perché, per molti, sarà il motivo principale d’acquisto. E devo essere onesto: è la parte che mi ha convinto meno.
Quando CarPlay wireless funziona, l’esperienza è buona. L’interfaccia è quella che conoscete, le app rispondono, le chiamate passano. Ma “quando funziona” è la frase chiave. Durante le mie settimane di test ho avuto disconnessioni frequenti e diverse volte la connessione non è partita affatto. Nessuno schema preciso: poteva succedere la mattina a freddo come dopo mezz’ora di viaggio.
La cosa frustrante è che il problema non sembra hardware. Il dispositivo è potente, il telefono è recente, l’auto è compatibile. Il tallone d’Achille sembra stare nella gestione software del collegamento wireless, e leggendo in giro non si tratta di un caso isolato. Altri utenti segnalano esattamente la stessa instabilità, oltre a una resa grafica di CarPlay un filo meno nitida rispetto al collegamento via cavo e qualche occasionale salto nell’audio.
Sarò onesto: se il vostro unico obiettivo è eliminare il cavo di CarPlay, questo dispositivo oggi non è la scelta più sensata. Costa troppo per fare solo quello e non lo fa con l’affidabilità che vi aspettereste. Magari un aggiornamento FOTA sistemerà le cose e Ottocast ha tutto l’interesse a farlo. Ma recensisco quello che ho in mano adesso, non quello che potrebbe arrivare.
C’è poi un aspetto pratico: quando CarPlay si disconnette in movimento, restate senza navigazione. Con OttoDrive e Google Maps installato direttamente sulla box, invece, la mappa resta lì anche se il telefono fa i capricci. È una scappatoia, ma funziona.
Android Auto wireless con Galaxy S26 Ultra
Con il Galaxy S26 Ultra la situazione non è stata migliore. Anzi, nel mio caso Android Auto wireless ha dato qualche grattacapo in più rispetto a CarPlay. Stesso copione: giorni in cui tutto filava liscio, altri in cui la connessione cadeva dopo pochi minuti e altri ancora in cui non si collegava nemmeno.
Ricordate il discorso sul selettore fisico CP / AA? Ecco, qui torna utile. Ottocast consiglia di usare la modalità CarPlay quando l’auto supporta entrambi i protocolli, proprio perché più stabile. Ma se avete un telefono Android, ovviamente vi serve la modalità AA e lì bisogna fare i conti con questa instabilità.
Per chi usa Android, però, c’è una considerazione in più. Il sistema OttoDrive è già Android, con Google Maps, YouTube e tutto il Play Store. In pratica, per molte delle cose che fareste con Android Auto, non avete bisogno di questo collegamento. Potete installare le stesse app sulla box e usarle direttamente, con un’interfaccia più grande e più libera. È stata la strada che ho preso io e sinceramente per l’uso quotidiano non mi è mancato quasi nulla. Le notifiche del telefono e le chiamate restano il punto in cui Android Auto è ancora più comodo, ma per musica e navigazione OttoDrive basta e avanza.
Mi piace, però non posso ignorare il fatto che un prodotto venduto anche come adattatore wireless per Android Auto dovrebbe fare quel lavoro in modo impeccabile. Non è così, almeno per ora.
Split screen e multitasking
E qui viene il bello: lo split screen è la funzione che mi ha fatto cambiare idea sul prodotto.
Si attiva con un tocco dalla barra inferiore, si scelgono due app e lo schermo si divide in due. C’è anche un cursore centrale per regolare quanto spazio dare a ciascuna. Nel mio caso l’abbinamento quasi fisso è stato Waze da una parte e Spotify dall’altra, oppure Google Maps con YouTube Music. Sembra una banalità, ma cambia il modo di usare lo schermo dell’auto. Niente più salti tra app né mappa che sparisce per cambiare canzone.
La fluidità è ottima. Con 8 GB di RAM le due app convivono senza rallentamenti e anche il ridimensionamento delle finestre è rapido. Su schermi grandi, come quello della Formentor, la divisione è comodissima. Su display più piccoli le due metà diventano un po’ strette e conviene giocare col cursore.
Un limite da conoscere: Netflix non funziona in split screen. Lo dichiara la stessa Ottocast ed è comprensibile per ragioni di licenza. YouTube invece sì, e questo apre scenari interessanti per chi è passeggero, come guardare un video mentre il conducente ha la navigazione nell’altra metà.
Oggettivamente è la funzione che giustifica buona parte del prezzo. CarPlay e Android Auto, per come sono pensati, non permettono niente del genere in modo così libero.
Streaming video: YouTube, Netflix e un paio di avvertenze
Ok, parliamo dell’elefante nella stanza. Questo accessorio permette di guardare YouTube, Netflix e qualsiasi altra app video sullo schermo dell’auto. E funziona bene: le app partono rapide, la riproduzione è fluida, l’audio passa dagli altoparlanti dell’auto e il risultato è piacevole.
Ma facciamo chiarezza, perché è importante. Guardare video mentre si guida è vietato dal Codice della Strada, oltre che pericoloso. Queste funzioni hanno senso per i passeggeri, quando l’auto è ferma, durante le pause, in attesa di qualcuno. Oppure, per chi guida un’elettrica come la Zoe, durante le soste di ricarica, che è lo scenario in cui l’idea di un intrattenimento a bordo ha davvero un senso pratico.
Io li ho usati così, a macchina ferma. La qualità d’immagine dipende molto dal display dell’auto e dalla risoluzione del protocollo CarPlay, ma in generale è buona. I testi sono leggibili, i colori corretti, niente scatti evidenti. Con una connessione stabile, come quella della SIM TIM, non ho avuto buffering fastidiosi.

Credits: TecnoAndroid
La domanda vera è: serve? Dipende. Se viaggiate spesso con famiglia o passeggeri, o se passate tempo fermi in macchina, sì. Se guidate da soli per andare al lavoro, è una funzione che userete poco. Io l’ho apprezzata in un paio di occasioni, ma non è quella che mi ha fatto amare questo accessorio.
Connessione a Internet: hotspot, CloudSIM e nano SIM TIM
Un’AI box senza Internet è poco più di un adattatore wireless. Per usare OttoDrive, lo streaming e l’assistente vocale serve una connessione e il P3 Pro ne offre diverse. Le ho provate tutte e tre.
L’hotspot del telefono è la soluzione più immediata e non costa nulla in più se avete giga a sufficienza. Il limite è pratico: bisogna ricordarsi di attivarlo, consuma la batteria del telefono e aggiunge un anello alla catena di connessioni che possono fallire. Funziona, ma alla lunga stanca.
La CloudSIM è la carta di Ottocast. Nessuna scheda fisica, la connessione si attiva e si gestisce dall’app OttoPilot e la prima ricarica costa pochissimo. Dopo si passa ai pacchetti a pagamento, a partire da 12,99 euro per 10 GB validi 30 giorni. Comodo, ma non economico se confrontato con le offerte dati degli operatori italiani. E aggiunge tempo all’avvio, perché il collegamento richiede qualche secondo in più per agganciarsi.
La nano SIM fisica è stata la mia preferita. Ho inserito una SIM TIM e da lì la box si connetteva da sola ogni volta, in modo stabile e senza passare dal telefono. Se avete una SIM dati aggiuntiva o un’offerta “giga condivisi”, è la soluzione più sensata. In caso di problemi potrebbe servire configurare l’APN, ma nel mio caso non è stato necessario.
Alla fine della fiera, la connessione indipendente è quella che rende la box davvero autonoma ed è anche quella che mi ha permesso di aggirare i problemi di CarPlay e Android Auto, usando OttoDrive come sistema principale.
Assistente vocale AI: l’italiano resta un problema
Il P3 Pro integra un assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale, con motori Gemini e ChatGPT. Si attiva dal pulsante vocale sul volante o dall’icona sullo schermo e sulla carta dovrebbe gestire navigazione, musica, chiamate, split screen e apertura delle app. Cose tipo “trova il distributore più vicino” o “apri YouTube”.
Nella pratica, con l’italiano, è stato un mezzo disastro. Tante volte non capiva il comando, lo interpretava male o andava in timeout senza rispondere. Ho provato a parlare più lentamente, a usare frasi più semplici, a ripetere. Qualche volta funzionava, spesso no. E un assistente vocale che funziona una volta su due, in auto, è peggio di farne a meno, perché vi distrae proprio quando non dovreste distrarvi.
C’è poi il modello di abbonamento. Il servizio include 3 mesi e 1.000 conversazioni gratuite, poi bisogna acquistare pacchetti aggiuntivi, a partire da 7,90 euro per 1.000 richieste. Ora, pagare a consumo per un assistente che fatica a capire la nostra lingua mi sembra un po’ troppo. Personalmente dopo i primi giorni sono tornato a usare le mani o l’assistente del telefono.
Magari tra qualche aggiornamento la comprensione dell’italiano migliora e le basi tecnologiche per farlo ci sono. Oggi, però, questa funzione non la considererei un motivo d’acquisto.
Uscita HDMI per i passeggeri posteriori
Questa è una delle funzioni che distinguono il P3 Pro dalle AI box più semplici. Sul retro c’è una uscita mini HDMI che permette di collegare uno schermo esterno, tipicamente un monitor per i sedili posteriori.
Non ho potuto provarla, perché sulle mie auto non ci sono schermi posteriori. Su questo punto devo quindi fidarmi di quanto dichiara il produttore e di quello che raccontano gli utenti che l’hanno usata. Il concetto è semplice: chi siede dietro guarda contenuti sul proprio schermo, mentre davanti il conducente mantiene navigazione e controlli sul display principale. L’audio passa dall’impianto dell’auto.
Per le famiglie con bambini è probabilmente la funzione più interessante del dispositivo. Per i camperisti anche, visto che in sosta si può trasformare il camper in un piccolo salotto multimediale. E c’è chi la usa anche in un altro modo, collegando l’unità a un monitor di casa per fare la configurazione iniziale delle app comodamente seduto alla scrivania. Non l’ho provato, ma è un’idea furba.
Se questa funzione è il motivo per cui state valutando il P3 Pro, verificate prima che il vostro schermo posteriore accetti un ingresso HDMI e procuratevi il cavo mini HDMI adatto, che non è incluso in confezione.
Compatibilità e requisiti dell’auto
Prima di comprare, la domanda da farsi è una sola: la mia auto ha CarPlay o Android Auto cablato di serie? Se sì, la box è compatibile. Se no, lasciate perdere, perché non funziona con autoradio che non supportano questi protocolli.
Il test è semplicissimo: collegate il telefono alla porta USB dell’auto con un cavo. Se compare CarPlay o Android Auto sullo schermo, siete a posto. Attenzione a usare la porta dati e non una porta di sola ricarica, perché molte auto ne hanno diverse e solo una gestisce i dati.
Ci sono poi alcune eccezioni: le autoradio aftermarket Sony non sono supportate. Per le auto che hanno solo CarPlay wireless di serie, come alcune BMW, Ottocast consiglia un modello diverso. Per le Mitsubishi l’azienda chiede di contattarla prima dell’ordine. E se il vostro schermo non è touch, dovete usare il telecomando venduto a parte oppure l’app di controllo sullo smartphone.
Un’altra nota: la visualizzazione a schermo intero dipende dal CarPlay di serie dell’auto. Se il vostro CarPlay originale non occupa tutto lo schermo, anche la box non lo farà. Sulle mie due auto, Formentor e Zoe, non ho avuto problemi di compatibilità: in entrambi i casi ha funzionato al primo collegamento.
Funzionalità extra
Oltre alle funzioni principali, la box nasconde qualche chicca da scoprire. Anzi, correggo: dettagli che è meglio conoscere prima di comprarla.
C’è la possibilità di impostare un’app di avvio automatico. Invece di atterrare ogni volta sulla schermata di OttoDrive, potete far partire direttamente CarPlay, Android Auto o un’app specifica come Waze. Per chi fa sempre lo stesso uso, è un piccolo risparmio di tocchi che si apprezza.
Lo slot microSD permette di caricare musica e video in locale, utile se viaggiate spesso in zone con poca copertura. La modalità giorno/notte automatica di cui ho già parlato è discreta ma efficace. Gli aggiornamenti FOTA arrivano direttamente sulla box, senza dover collegare nulla al computer.
Poi ci sono gli accessori opzionali: il telecomando wireless per chi non ha lo schermo touch, il pacchetto servizio voce AI per estendere l’assistente, i pacchetti CloudSIM di varie dimensioni. Tutti venduti separatamente, il che significa che il costo complessivo, se volete sfruttarla al massimo, può salire.
Benchmark? Non li ho fatti e non ne riporto, perché su un prodotto del genere dicono poco. Quello che conta è come si comporta l’interfaccia quando guidate e di questo vi ho già raccontato.
Prezzo e posizionamento
Sul sito ufficiale italiano l’OttoAibox P3 Pro CarPlay AI Box è in vendita a 209,99 euro, con un prezzo di listino indicato di 385,98 euro che, onestamente, sembra più una cifra di riferimento che un prezzo reale. Su Amazon il costo varia nel tempo e spesso si trovano promozioni, quindi conviene controllare il box qui sotto prima di acquistare. Nella gamma Ottocast c’è anche il P3 liscio, a una decina di euro in meno, con Android 12, OttoDrive 2.0 e processore 6125: lo scarto è così piccolo che il Pro è la scelta più sensata tra i due.
A questi costi vanno aggiunti eventualmente gli extra: i pacchetti CloudSIM a partire da 12,99 euro al mese per 10 GB, il servizio voce AI da 7,90 euro per 1.000 richieste dopo il periodo gratuito, il telecomando se serve. Chi usa una SIM propria e rinuncia all’assistente vocale, però, non spende nulla in più.
Il valore dipende tutto da come la userete. Se vi serve solo un modo per rendere wireless CarPlay o Android Auto, 200 euro sono troppi e l’instabilità che ho riscontrato peggiora il rapporto. Esistono adattatori più semplici, anche nella stessa gamma Ottocast, che fanno solo quello a una frazione del prezzo.
Se invece volete trasformare lo schermo dell’auto in un vero sistema Android, con split screen, app libere, streaming per i passeggeri e magari uno schermo posteriore via HDMI, allora il prezzo comincia ad avere senso. È un piccolo computer da auto e va valutato come tale.
Nessun prodotto trovato.
Dove acquistarlo: OttoAibox P3 Pro su Amazon | OttoAibox P3 Pro sul sito ufficiale Ottocast
Galleria Fotografica
Conclusioni
Dopo settimane passate con l’OttoAibox P3 Pro tra la Formentor e la Zoe, tra il campo d’arco e il mare, la sensazione che mi resta è quella di un prodotto con due anime, una brillante e l’altra da sistemare.
L’anima brillante è il sistema Android con OttoDrive OS 3.0, veloce e ben organizzato, con uno split screen che uso ormai d’istinto e una libertà di installare app che CarPlay e Android Auto non vi daranno mai. Con una SIM inserita diventa un sistema autonomo, stabile, che fa il suo lavoro senza chiedere nulla al telefono. Le funzionalità, prese nel loro insieme, mi sono piaciute molto.
L’anima da sistemare è proprio quella che molti considerano la base: la connessione wireless con CarPlay e Android Auto. Troppe disconnessioni, troppe volte in cui semplicemente non si collegava e quel nervosismo che ti sale quando sei in macchina e devi fermarti a spegnere e riaccendere tutto. A questo si aggiungono un avvio lento, un calore importante e un assistente vocale che con l’italiano fatica.
A chi la consiglio? A chi vuole un vero tablet Android nel cruscotto, a chi viaggia con passeggeri o bambini, a chi ha un’elettrica e passa tempo fermo in ricarica, a chi è disposto a usare OttoDrive come sistema principale con una SIM dedicata. A chi la sconsiglio? A chi cerca solo CarPlay o Android Auto senza cavo e vuole che funzioni sempre, al primo colpo, senza pensieri.
Magari tra qualche aggiornamento cambio idea sul lato wireless e lo spero davvero. Oggi il P3 Pro è una box che rende di più quando smettete di chiederle di fare l’adattatore e la lasciate fare il computer.
La nostra valutazione
Pro
- Sistema Android 13 molto reattivo, grazie agli 8 GB di RAM che tengono aperte più app senza ricaricarle
- Split screen fluido e davvero utile, ottimo per navigazione e musica insieme
- Interfaccia OttoDrive OS 3.0 ben pensata, con barra fissa e modalità notte automatica
- Connessione autonoma tramite nano SIM o CloudSIM, che rende la box indipendente dal telefono
- Installazione immediata su entrambe le auto provate, con tutti i cavi necessari in confezione
Contro
- CarPlay e Android Auto wireless instabili: disconnessioni frequenti e, a volte, nessuna connessione
- Avvio lento, circa un minuto a ogni accensione, di più con la CloudSIM
- Si scalda molto, meglio non chiuderla in vani stretti
- Assistente vocale AI che spesso non capisce l'italiano e dopo i primi mesi è a pagamento
- Accessori e servizi utili venduti a parte
Fonte: TecnoAndroid































