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Disney, il boicottaggio per Kimmel svela i rischi delle fusioni

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Il boicottaggio Disney scattato nell’autunno del 2025 ha mostrato quanto sia complicato voltare le spalle a un gigante dell’intrattenimento, e oggi quella vicenda aiuta a capire i rischi delle fusioni nello streaming. Tutto era partito dalla decisione del proprietario della rete ABC di sospendere Jimmy Kimmel Live! dopo alcuni commenti del conduttore sulle reazioni all’omicidio di Charlie Kirk. I sostenitori della libertà di espressione avevano invitato a tagliare ogni legame con l’azienda. Disdire Disney+ era facile. Il problema arrivava subito dopo, perché Disney possiede anche Hulu, che all’epoca trasmetteva in esclusiva serie come American Dad, Futurama, Living Single, Fresh Off the Boat e It’s Always Sunny in Philadelphia.

Un boicottaggio completo voleva dire rinunciare anche ai canali dove molte di queste serie erano nate, come ABC e FX. E poi A&E, History e Lifetime, all’epoca in parte controllati da Disney (che nel frattempo ha ceduto le sue quote a Hearst), oltre ad alcuni videogiochi e a tutto il mondo ESPN con i relativi servizi in streaming. Anche le serate davanti a un film di fantascienza o d’azione diventavano un campo minato, visto che saghe come Avatar, Alien, Predator e Die Hard fanno capo allo stesso gruppo. Senza contare i parchi a tema. Un tempo protestare contro ABC significava semplicemente non guardare ABC. Dopo anni di concentrazione dei media vuol dire invece evitare un colosso che controlla streaming, tv generalista, commedie, fantascienza, videogiochi e perfino programmi per bambini. Il boicottaggio, a quanto è stato riportato, ha avuto un impatto economico e ha spinto l’azienda a riportare Kimmel in onda. Un anno dopo lo show è arrivato alla sua venticinquesima stagione.

Disney: il caso Fubo e i prezzi che salgono

La vicenda di Fubo racconta bene come un gruppo più grande possa mettere a tacere chi protesta. Nel febbraio 2024 il servizio dedicato allo sport aveva fatto causa a Disney, Fox Corporation e Warner Bros. Discovery per il loro progetto di un’app sportiva comune, accusandole di comportamenti anticoncorrenziali. Secondo Fubo, Disney la costringeva a spendere milioni ogni anno in contenuti non sportivi indesiderati pur di ottenere lo sport, mentre Disney e Fox avrebbero avuto un potere di monopolio sulla programmazione sportiva. L’amministratore delegato David Gandler parlava di prezzi più alti per gli abbonati e di consumatori privati della libertà di scelta. A gennaio 2025 Disney ha di fatto chiuso la questione comprando Fubo, che a quel punto ha dichiarato di non avere più nulla da ridire sull’app sportiva, poi comunque cancellata.

Anche l’ultimo aumento di prezzo di Fubo si lega a questo scenario. A luglio l’abbonamento mensile è salito di circa 13 euro dopo il ritorno di alcuni canali persi durante una disputa contrattuale con NBCUniversal. Durante lo scontro i prezzi erano scesi, ma con l’accordo sono finiti sopra i livelli precedenti pur con meno canali NBCU in offerta. Tra quelli recuperati figurano le affiliate NBC, i canali sportivi regionali, NBC News NOW, NBC Sports Network, Telemundo e Universo, insieme a proposte non sportive come Bravo, Cozi e True CRMZ.

Un futuro fatto di fusioni e qualche alternativa

Gli esperti prevedono da tempo altre aggregazioni. I servizi sono nati con prezzi troppo bassi per durare e ora devono diventare redditizi, così molti puntano sulle fusioni per contenere i costi e costruire cataloghi più ricchi. Warner Bros. Discovery e Skydance Paramount stanno preparando un’unione discussa che riunirebbe HBO Max, Discovery+, CNN e Paramount+ sotto un solo proprietario, con dentro anche il prossimo film di Batman, The Challenge, i notiziari locali CBS e il servizio gratuito Pluto TV. Mettere insieme più piattaforme potrebbe ridurre la frammentazione, ma rischia di portare abbonamenti più cari e una programmazione meno varia. Timori simili riguardano il piano di Fox per acquistare Roku, che potrebbe ridurre l’offerta di canali gratuiti con pubblicità visto che Tubi e The Roku Channel finirebbero nelle stesse mani.

Esistono però altre strade. Una è concedere più spesso i contenuti in licenza ad altre piattaforme. Un’altra riguarda i pacchetti con internet di casa, telefonia, musica, videogiochi o consegne a domicilio, che secondo Deloitte in un intervento di agosto devono ancora adeguarsi alle aspettative sempre più personali degli utenti più giovani. Poi c’è la scoperta dei contenuti. Nell’indagine State of Play 2025 di Gracenote su 3.000 consumatori tra Stati Uniti, Brasile, Francia, Germania, Messico e Regno Unito, il 49% degli intervistati si è detto pronto a disdire un servizio per la difficoltà di trovare qualcosa da guardare, e alcune piattaforme stanno già usando chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa per suggerire nuovi titoli.

Fonte: TecnoAndroid

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