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Dentro gli stabilimenti Tesla dove vengono assemblate le berline Model S si sta consumando uno scontro silenzioso ma molto concreto. Da una parte c’è il robot umanoide Optimus, su cui l’azienda ha deciso di spingere con decisione e che in prospettiva potrebbe prendere il posto dell’uomo lungo tutta la catena di produzione dei veicoli elettrici. Dall’altra ci sono gli operai, che non hanno alcuna intenzione di farsi mettere da parte dagli automi. E soprattutto non vogliono essere loro a insegnare alle macchine come sostituirli.
Non si tratta di previsioni apocalittiche. Il colosso americano aveva annunciato a inizio anno l’avvio di un progetto pilota piuttosto particolare, che prevedeva di far indossare ai lavoratori delle tute speciali dotate di sensori di movimento. L’obiettivo era semplice quanto delicato. Registrare i gesti umani per addestrare i robot a lavorare esattamente come le persone in carne e ossa.
Le tute con i sensori e il rifiuto degli operai
Le cose però non sono andate come previsto. Stando a quanto emerso, negli impianti dove l’iniziativa era partita il malcontento è cresciuto al punto da costringere Tesla a rallentare l’addestramento di Optimus. La casa automobilistica ha dovuto separare il personale dedicato al training degli automi da quello impegnato nelle normali mansioni manuali. Non solo. L’azienda si è trovata persino ad assumere lavoratori appositamente per allenare i robot, visto che gli addetti a cui era stato chiesto di infilarsi le tute con i sensori hanno respinto qualsiasi forma di coinvolgimento.
Secondo Alessia Canfarini, vice presidente di Assoconsult con delega al capitale umano e all’evoluzione della professione, dietro questa frizione non c’è una resistenza al progresso. “L’attrito in Tesla non è resistenza al progresso ma la frattura di un patto di fiducia” spiega. “L’errore organizzativo è usare le persone per programmare la propria obsolescenza. La vera frontiera dell’innovazione non è la sostituzione totale ma la riprogettazione dei flussi di lavoro basata sulle cosiddette fusion skill, dove il talento umano e l’automa coevolvono per amplificarsi a vicenda.” E aggiunge che se la tecnologia non solleva dalla fatica per elevare le competenze ma punta soltanto ad azzerare la presenza umana, allora “smette di produrre futuro e genera solo rigetto”.
Dalla Bmw ad Amazon, gli umanoidi entrano in fabbrica
Il caso Tesla è in realtà il sintomo di una transizione molto più ampia, che sta coinvolgendo l’intero settore manifatturiero. Lontano dal clamore che accompagna gli annunci di Musk, altri grandi gruppi industriali stanno già portando gli automi nel cuore della produzione. Nello stabilimento Bmw di Spartanburg, per esempio, i robot umanoidi sviluppati da Figure si occupano dell’inserimento di lamiere e componenti complessi. Mercedes Benz invece ha affidato ai modelli Apollo di Apptronik il trasporto dei kit di assemblaggio da una postazione all’altra.
Anche fuori dal mondo dell’auto la tendenza è evidente. Nei magazzini di Amazon il bipede Digit di Agility Robotics solleva e sposta carichi, facendosi carico delle attività più logoranti dal punto di vista fisico per chi lavora. La scelta della forma antropomorfa, del resto, nasce da un ragionamento economico preciso. Un robot con sembianze umane evita alle aziende di fermare le linee per abbattere pareti, allargare corridoi o installare costose gabbie di protezione. Progettati per muoversi negli stessi spazi delle persone, gli umanoidi salgono le scale, passano attraverso le strettoie e lavorano accanto agli operai nelle medesime postazioni ergonomiche.
Per Canfarini la vera partita si gioca altrove. “Il punto non è se il robot saprà fare il nostro lavoro ma se le aziende sapranno costruire con le persone il lavoro che verrà” sottolinea. Lo scenario ideale, secondo la manager, è quello in cui prende forma la cointelligenza, cioè una fabbrica dove uomini e macchine operano fianco a fianco verso un nuovo modello produttivo. “A prova di futuro.”
Fonte: TecnoAndroid








