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EarFun Clip 2: comodissimi, luminosi e economici – Recensione

Ho portato per tre settimane un paio di auricolari che non entrano nelle orecchie, e devo dire che non me lo aspettavo: mi hanno cambiato l'idea di cosa serve davvero quando ascolti musica tutto il giorno.
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Partiamo da una scena precisa. Campo di tiro, fine luglio, trentasei gradi all’ombra e nemmeno un filo di vento. Sto tirando con il compound, ho la playlist in cuffia, e sento perfettamente il ragazzo alla mia destra che chiede se può passare davanti alla linea di tiro. Rispondo senza togliermi niente dalle orecchie. Senza fermare la musica. Senza quel balletto ridicolo del “scusa, aspetta, un attimo” mentre armeggi con un auricolare sudato che ti scivola tra le dita.

Ecco, questo. Questo è il motivo per cui gli auricolari open-ear a clip stanno mangiando quote di mercato a una velocità che due anni fa nessuno avrebbe scommesso. Non suonano meglio degli in-ear. Non isolano (per definizione non possono). Costano spesso quanto prodotti tecnicamente superiori. Eppure la gente li compra, e li compra sempre di più, perché risolvono un problema che gli in-ear hanno creato: la disconnessione totale dal mondo.

Gli EarFun Clip 2 arrivano in questa mischia con una scheda tecnica che, sulla carta, sembra un errore di listino. LDAC, certificazione Hi-Res Audio, Bluetooth 6.0, ricarica wireless, quaranta ore complessive, quattro microfoni, traduzione simultanea via app. A settantanove euro e novantanove. Roba che fino a pochi mesi fa trovavi solo raddoppiando la cifra.

Il dubbio, quando leggi una lista così, è sempre lo stesso: dove hanno tagliato? Perché da qualche parte hanno tagliato per forza. E la risposta, anticipo, esiste ed è onesta. Ma non sta dove pensavo io.

Ammetto che all’inizio ero scettico su tutta la categoria, non solo su questo modello. Ho passato anni a spiegare che per ascoltare bene serve isolamento, che il basso senza tenuta pneumatica è un’illusione, che gli auricolari aperti sono un compromesso per chi non sa cosa vuole. Poi li ho usati sul serio, tutti i giorni, per tre settimane, e mi sono reso conto che stavo giudicando lo strumento con il metro sbagliato. Non è un sostituto degli in-ear. È un’altra cosa, che serve a un’altra cosa.

Nelle prossime righe trovate cosa hanno fatto bene, dove hanno tirato la cinghia e per chi ha davvero senso spendere questa cifra. Con qualche opinione che probabilmente non piacerà a tutti. Trovate il prodotto disponibile su Amazon Italia a questo indirizzo oppure sulla pagina ufficiale del produttore.

Unboxing: essenziale fino all’osso

La scatola è piccola, cartoncino rigido, grafica pulita in bianco e giallo. Niente magneti, niente cassetti che scorrono, niente di quel teatrino da prodotto premium che ormai fanno anche i marchi da venti euro. Si apre, c’è la custodia, sotto la custodia c’è il cavo, accanto al cavo la manualistica. Fine.

Dentro trovate: custodia di ricarica con i due auricolari già alloggiati, cavo USB-C corto (parliamo di venticinque centimetri scarsi, quello standard da valigetta), guida rapida multilingua e cartolina della garanzia. Niente adattatori, niente pouch in tessuto, niente gommini di ricambio (che qui non servirebbero comunque, visto che non c’è nulla da infilare nel condotto).

EarFun Clip 2 - dettaglio

Generosa? No. Sufficiente? Sì, direi di sì. C’è da dire che su un prodotto sotto gli ottanta euro preferisco che i soldi finiscano nel driver piuttosto che nella scatola, e qui la sensazione è esattamente quella. Il packaging riciclabile, tra l’altro, è un dettaglio che apprezzo più di quanto ammetta di solito.

La prima cosa che ho notato aprendo tutto è stata la pellicola protettiva sui contatti di ricarica degli auricolari. Va tolta prima di qualsiasi cosa, altrimenti l’accoppiamento non parte e vi fate mezz’ora di bestemmie pensando che il prodotto sia difettoso. Non sto scherzando: nelle recensioni internazionali ho letto diverse persone incastrate esattamente lì. Piccolo consiglio gratuito, prego.

Design e costruzione: leggerissimi, plasticosi il giusto

Cinque grammi e mezzo per auricolare. Detta così non significa niente, quindi facciamo un paragone concreto: pesano meno di una moneta da due euro. Uno per orecchio.

La struttura è quella ormai canonica del formato ear-cuff: due elementi collegati da un ponte a C flessibile. Quello anteriore ospita il driver e si appoggia sopra il condotto uditivo senza mai entrarci, quello posteriore contiene batteria, antenna e pulsante fisico, e si posiziona dietro il padiglione. In mezzo, il pezzo forte: un’anima in lega nichel-titanio da 0,5 mm rivestita di silicone liquido a durezza 40 shore, testata secondo il produttore per oltre ventimila piegature.

Rispetto alla generazione precedente il ponte è stato allargato di circa un terzo ed esteso in lunghezza. Sembra un dettaglio da comunicato stampa, invece si sente. La versione originale su alcune orecchie stringeva, questa qui si adatta a una gamma molto più larga di conformazioni. E c’è un meccanismo che quasi nessuno spiega bene: ruotando e tenendo aperta la clip per qualche secondo si allenta la tensione, facendo il movimento opposto la si stringe. Serve una calibrazione manuale, una volta sola, e poi vi dimenticate del problema.

Io ho orecchie normali, niente di particolare, e ho dovuto stringere leggermente il destro. Fatto quello, stabilità totale.

EarFun Clip 2 - caratteristiche

Il pulsante fisico merita un discorso a parte. Sta in cima all’elemento posteriore, è piccolo, ha una corsa breve e un feedback tattile secco. Personalmente lo preferisco mille volte ai controlli touch: sotto la pioggia funziona, con le mani sudate funziona, mentre corri non si attiva da solo se ti sfiori l’orecchio. Il rovescio della medaglia è che per premerlo devi spingere contro l’orecchio, e nelle prime giornate quella pressione la senti. Poi passa, o meglio, ci fai l’abitudine. Non è la stessa cosa, lo so.

Sui materiali sarò onesto: è plastica, e si vede che è plastica. La finitura nera opaca del modello che ho provato è elegante e nasconde bene le impronte, ma non c’è la sensazione di gioiello che danno i clip-on da duecento euro. La custodia è leggera (quarantanove grammi), la cerniera è decente, il chiudi con un click soddisfacente. Nulla di più. Un dettaglio fastidioso, questo sì: sul finish nero il marcatore del canale destro è diventato poco leggibile, quindi al buio o in penombra vi capiterà di infilare l’auricolare sbagliato. Mi è successo tre volte in tre settimane.

Scheda tecnica

Specifica Valore
Modello EarFun Clip 2 (CW200B, colorazione nera)
Tipologia Auricolari open-ear a clip (ear-cuff)
Driver Dinamico da 12 mm, diaframma composito in titanio, doppio circuito magnetico
Certificazioni audio Hi-Res Audio Wireless
Codec supportati LDAC, SBC
Bluetooth 6.0 (A2DP, AVRCP, HFP)
Frequenza operativa 2.402 GHz 2.480 GHz
Microfoni 4 totali con AI ENC
Batteria auricolari 60 mAh ciascuno
Batteria custodia 490 mAh
Autonomia (LDAC off) Fino a 11 ore, 40 ore con custodia
Autonomia (LDAC on) Fino a 6 ore, 22 ore con custodia
Tempi di ricarica 1 ora auricolari, 2 ore custodia via USB-C, 3,5 ore in wireless
Ricarica wireless Sì, compatibile Qi
Certificazione IP IP55 (solo auricolari, custodia esclusa)
Peso auricolare 5,5 g
Peso custodia 49,6 g
Dimensioni custodia 70 x 48,1 x 29,2 mm
Struttura ponte Nichel-titanio 0,5 mm con silicone liquido 40°
Controlli Pulsante fisico su ciascun auricolare, personalizzabile via app
Connessione multipla Multipoint su due dispositivi
Accoppiamento rapido Google Fast Pair
App EarFun Audio (Android e iOS)
Garanzia 18 mesi

Acustica: cosa hanno messo là dentro

Il cuore è un driver dinamico da 12 millimetri con diaframma composito in titanio e doppio circuito magnetico. Sulla generazione precedente si scendeva a 10,8 mm con membrana in fibra di carbonio, quindi qui c’è un salto vero, non un ritocco di marketing. Più superficie radiante significa più aria mossa, e in un formato aperto muovere aria è letteralmente l’unico modo per sperare in qualcosa che somigli a un basso.

La parte interessante, però, è il condotto acustico ellittico. L’apertura da cui esce il suono non è più circolare ma ovale, e viene orientata con un’inclinazione precisa verso il canale uditivo. Il vantaggio teorico è duplice: si convoglia più energia dove serve e si disperde meno suono verso l’esterno. Il vantaggio pratico, verificato sul campo, è che a volume medio la persona seduta accanto a voi sente un mormorio indistinto invece della vostra playlist per intero.

Su questo torno tra poco, perché è uno degli aspetti che mi ha sorpreso di più.

EarFun Clip 2 - funzionalità

Sopra l’hardware girano due algoritmi proprietari. BassSurge lavora sulle basse frequenze con un’elaborazione che, semplificando parecchio, compensa via DSP quello che la fisica del formato aperto non concede. Spatial Stage gestisce invece la spazializzazione, e ha una modalità dedicata (Theater Mode) pensata per film e serie. Nessuna delle due fa miracoli, sia chiaro, ma nessuna delle due è nemmeno il classico effetto posticcio che disattivi dopo dieci minuti.

Menzione doverosa per l’assenza più ovvia: qui non esiste cancellazione attiva del rumore, e non può esistere. Non è un taglio al budget, è la natura stessa del prodotto. Un auricolare che non sigilla nulla non ha niente da cancellare. Chi cerca silenzio deve guardare altrove, punto.

App EarFun Audio: il vero valore aggiunto

Qui c’è la sorpresa vera. Mi aspettavo un’applicazione (disponibile per Android ed iOS) da compitino, di quelle con tre preset e un tasto di aggiornamento firmware che funziona a giorni alterni. Invece la app di EarFun è una delle più complete che abbia usato in questa fascia, e lo dico dopo averne provate parecchie negli ultimi mesi.

L’equalizzatore a dieci bande è pienamente manuale, con la possibilità di salvare profili personalizzati. Accanto ci sono ventidue preset già pronti, tra cui quel “Impactful Bass” che il produttore stesso consiglia e che, ve lo anticipo, vi servirà. C’è anche un test acustico guidato che genera una curva su misura in base a come percepite le varie frequenze: dura cinque minuti, va fatto in silenzio, e nel mio caso ha prodotto un risultato troppo leggero sul basso che ho poi corretto a mano. Vostro chilometraggio potrebbe variare.

La personalizzazione dei comandi è granulare: potete assegnare singolo click, doppio, triplo e pressione prolungata a funzioni diverse su ciascun auricolare. Alla pressione lunga si può abbinare la modalità gioco, l’assistente vocale, la richiamata dell’ultimo numero oppure una modalità privacy che abbassa istantaneamente il volume senza mettere in pausa. Quest’ultima l’ho impostata sul destro e la uso venti volte al giorno, quando qualcuno mi parla mentre lavoro.

Gli aggiornamenti firmware arrivano davvero, e questo va detto perché nel settore è tutt’altro che scontato. Durante il mio periodo di prova ne è arrivato uno che ha introdotto gli EarFun Tones, ossia dei segnali acustici musicali al posto delle solite voci sintetiche che ti annunciano “connected” e “power off”. Cambio piccolo, effetto grosso sulla percezione di qualità. Sembra stupido, funziona.

Autonomia e ricarica: dipende tutto da una voce nel menu

I numeri dichiarati sono due, e sono molto distanti tra loro. Con LDAC disattivato si parla di undici ore per carica e quaranta complessive con la custodia. Con LDAC attivo si scende a sei ore e ventidue totali. Praticamente si dimezza.

Nella mia esperienza i valori dichiarati sono realistici, il che di questi tempi è già una notizia. Vi racconto la giornata più significativa. Martedì 22 luglio: staccati dalla custodia alle 7:40, LDAC spento, volume attorno al sessanta per cento. Podcast durante la colazione, poi due ore di lavoro con musica di sottofondo, una chiamata da venti minuti, tragitto in auto verso il campo, tre ore abbondanti sul campo con la playlist a intermittenza. Alle 18:30 li ho rimessi in custodia con il ventidue per cento residuo. Undici ore piene non le ho fatte per un soffio, ma ci sono andato vicinissimo, e va considerato che il tempo di connessione attiva conta anche quando la musica è in pausa.

Con LDAC acceso il crollo è netto. Un pomeriggio ho fatto una sessione di ascolto seria alla scrivania, LDAC attivo, volume più alto della media, e a poco meno di cinque ore e mezza il destro ha iniziato a lamentarsi. Corrisponde a quanto dichiarato, considerando che stavo spingendo.

La ricarica wireless è la comodità che non ti aspetti a questo prezzo. Butto la custodia sul pad accanto al monitor quando lavoro e non ci penso più. Via cavo servono circa due ore per un ciclo completo della custodia, in wireless si arriva a tre ore e mezza per tutto il sistema. Non c’è ricarica rapida in senso stretto, o meglio, non è pubblicizzata come tale, quindi non contateci per il recupero lampo prima di uscire.

Test sul campo

Tre settimane abbondanti, luglio inoltrato, Roma. Che come stagione e come città è un banco di prova piuttosto crudele per qualsiasi cosa si indossi.

Scenario uno: il campo di tiro. Oltre mille metri quadri, alberi, pendenze, sassi, e un caldo che alle undici del mattino ti toglie la voglia di vivere. Qui il formato aperto non è un vezzo, è una questione di sicurezza: sulla linea di tiro devi sentire i comandi, devi sentire chi arriva alle spalle, devi sentire il segnale acustico. Con un in-ear isolante semplicemente non li useresti. Con questi ho tirato tre schede complete da novanta frecce senza mai toglierli, sudore incluso. Zero scivolamenti. La certificazione IP55 ha fatto il suo dovere, anche se ci tengo a precisare che riguarda solo gli auricolari e non la custodia, quindi occhio a non lasciarla sotto un acquazzone.

C’è un dettaglio che mi ha divertito. Il quarto giorno mi sono accorto che stavo tirando meglio con la musica accesa che senza, cosa che non mi era mai successa con altre cuffie proprio perché mi isolavano troppo e perdevo il contatto con l’ambiente. Qui il suono si aggiunge a quello che c’è, non lo sostituisce. Differenza sottile ma sostanziale.

EarFun Clip 2 - specifiche

Scenario due: casa, con due pastori tra i piedi. Vivo in una villa fuori Roma con Dafne e Anubi, e chi ha cani di quella taglia sa che l’ascolto isolato è una pessima idea. Se qualcosa succede in giardino devi accorgertene. Ho passato intere mattinate di lavoro con questi addosso, musica bassa, e ho continuato a sentire tutto: il campanello, l’abbaiare, la lavatrice che finiva il ciclo. Una mattina di inizio agosto ho lavorato dalle nove alle tredici senza mai toccarli, e a un certo punto mi sono reso conto di essermi scordato di averli su. Che poi, alla fine della fiera, è esattamente il complimento più alto che si possa fare a un prodotto del genere.

Scenario tre: auto e traffico. Prove sia sulla Formentor sia sulla Zoe. In città, con i finestrini chiusi, le chiamate passano bene. Con il finestrino aperto sul Raccordo la faccenda cambia parecchio, e ne parlo tra poco nella sezione dedicata ai microfoni. Come ascolto in movimento, invece, il problema è il rumore di rotolamento: sopra i novanta all’ora la musica va alzata parecchio e il basso, che già è quello che è, sparisce del tutto sotto il rumore di fondo.

Scenario quattro: la scrivania. Otto ore filate davanti a JARVIS, il mio banco di prova, alternando lavoro, videochiamate e musica. È in questo contesto che il multipoint mostra il suo valore: passo dal PC al telefono senza toccare niente. Attenzione a un limite non ovvio: multipoint e LDAC non convivono. Se attivate il codec ad alta risoluzione, la doppia connessione si disattiva. Bisogna scegliere, e nel mio caso la scelta è caduta sul multipoint per nove giorni su dieci.

Scenario cinque: la camminata serale, con imprevisto meteorologico. Una sera di fine luglio, verso le nove, sono uscito con Anubi per il solito giro. Cielo carico, aria ferma, quel silenzio strano che a Roma precede i temporali estivi. Dopo venti minuti è iniziato a piovere, prima piano e poi decisamente meno piano. Sono rientrato fradicio, e gli auricolari erano ancora al loro posto, ancora accesi, ancora perfettamente funzionanti. Li ho asciugati con uno straccio e non hanno mai dato il minimo segno di sofferenza.

Sempre in quella occasione ho notato una cosa che con gli in-ear non avrei potuto verificare: sentivo la pioggia. Il rumore delle gocce sulle foglie, le auto che rallentavano, il cane che si scrollava. Un in-ear con cancellazione attiva mi avrebbe restituito una passeggiata muta con sopra una playlist. Qui ho avuto entrambe le cose insieme, e la differenza in termini di piacevolezza è enorme. Mica male, per un prodotto che costa meno di un pieno di benzina.

Cosa non ho potuto verificare: la tenuta della lega nichel-titanio sul lungo periodo. Le ventimila piegature dichiarate sono un dato di laboratorio del produttore, e per confermarlo servirebbero mesi di apri e chiudi quotidiano. Su questo, per ora, mi fido dei numeri dichiarati e vi dirò tra sei mesi.

Approfondimenti

Firma sonora: luminosa, forse troppo

Fuori dalla scatola il suono è chiaro, arioso, molto spostato verso l’alto. Voci in primo piano, chitarre acustiche brillanti, piatti presenti e cristallini. Su certi generi funziona benissimo: podcast, jazz acustico, cantautorato, folk. Su altri diventa magrolino in maniera evidente.

Ho passato una serata a riascoltare album che conosco a memoria per capire dove fosse il confine. Il risultato è che la gamma media è il vero punto di forza, con un dettaglio e una separazione che a questo prezzo non davo per scontati. L’estremo alto, invece, in alcuni brani mi è sembrato leggermente aggressivo, con qualche sibilante di troppo sulle voci femminili registrate male.

Stavo per scrivere che è un difetto, ma ripensandoci è una scelta comprensibile. In un formato aperto, dove il rumore ambientale mangia costantemente le frequenze basse, spingere sull’alto è l’unico modo per mantenere intelligibilità in strada. È una taratura pensata per l’uso reale, non per l’ascolto critico in poltrona. Sensata, anche se non la mia preferita.

Bassi: la fisica non si negozia, ma l’EQ aiuta

Arriviamo al dunque. Il sub-basso non c’è. Sotto i sessanta hertz circa, il contenuto è più intuito che sentito. Se ascoltate elettronica, hip hop o metal e cercate quella pressione fisica sul timpano, non la troverete qui, e nessun algoritmo ve la restituirà. Nessun auricolare che non sigilla il condotto può farlo.

Detto questo, c’è un margine di manovra più ampio del previsto. Il preset dedicato ai bassi nell’app cambia sensibilmente le carte in tavola, e alzando manualmente le prime tre bande dell’equalizzatore di tre o quattro decibel si recupera un corpo dignitoso sul basso medio. Non profondità, corpo. Sono due cose diverse.

Una sera, per curiosità, ho guardato venti minuti di un film con una colonna sonora molto carica sul basso. La sensazione è straniante: senti tutto pulito, ordinato, ben separato, e manca completamente la fondamenta su cui quel mix era costruito. Non è un difetto del prodotto, è il prezzo del formato. Va messo in conto prima di comprare, non dopo.

Palcoscenico, Spatial Stage e Theater Mode

Il palcoscenico è la cosa che mi ha convinto di più. Il suono arriva da fuori, non da dentro la testa, e questo cambia radicalmente la percezione dello spazio. Gli strumenti hanno una collocazione credibile, la separazione è buona, non c’è quella compressione claustrofobica tipica degli auricolari economici.

Spatial Stage aggiunge un’ulteriore apertura, con un effetto che su alcuni brani funziona (registrazioni live, orchestrali) e su altri appiattisce le dinamiche. Non è spazializzazione con head tracking, sia chiaro: non c’è nessun sensore che segue i movimenti della testa, si tratta di elaborazione del segnale.

Il Theater Mode l’ho provato su tre film diversi. Funziona meglio con i dialoghi che con l’azione: la voce guadagna presenza e corpo, mentre le sequenze concitate perdono un po’ di impatto. Per guardare una serie a letto senza svegliare nessuno in casa, comunque, è una combinazione difficile da battere.

Dispersione sonora: chi vi sta accanto cosa sente?

Domanda che nessuno fa e che invece è centralissima, perché se li usate in ufficio o in treno è l’unica cosa che conta davvero.

Ho fatto una prova artigianale ma indicativa. Auricolare appoggiato sulla scrivania, con la musica in riproduzione, e mi sono allontanato di un metro. A volume basso e medio non si distingue nulla, solo un fruscio ritmico appena percettibile. Al settanta per cento si capisce che c’è della musica, non quale. Oltre l’ottanta per cento, chi vi sta accanto riconosce il brano.

Tradotto in pratica: in un ufficio open space a volume moderato non darete fastidio a nessuno. In una biblioteca silenziosa forse sì, se alzate. Il condotto ellittico inclinato fa il suo lavoro, e devo ammettere che pensavo peggio. Il rovescio è la controparte inevitabile: in ambienti rumorosi vi ritroverete ad alzare parecchio, e lì la dispersione aumenta di conseguenza. È un cane che si morde la coda, e riguarda l’intera categoria.

Microfoni e chiamate: il punto più discutibile

Quattro microfoni con riduzione del rumore basata su algoritmi di intelligenza artificiale. In ambiente tranquillo la resa è buona, con voce chiara e senza quell’effetto tunnel che affligge molti auricolari economici. Nessuno dei miei interlocutori ha mai chiesto di ripetere durante chiamate fatte in casa o in ufficio.

In ambiente rumoroso, invece, l’algoritmo diventa troppo zelante. Nel tentativo di sopprimere il rumore di fondo, a volte sopprime pezzi della voce, e chi sta dall’altra parte percepisce dei buchi. Con il vento è peggio: mi è capitato, guidando con il finestrino aperto, che una collega mi dicesse che sembravo dentro un barattolo.

Mi spiego meglio, perché non voglio essere ingiusto. Per la telefonata veloce mentre camminate, per il “sto arrivando tra dieci minuti”, per la chiamata di lavoro dalla scrivania, vanno bene. Per due ore di riunione da un bar affollato, no. E onestamente non conosco nessun auricolare aperto che se la cavi in quello scenario, perché il microfono è lontanissimo dalla bocca e non c’è nulla che lo protegga dall’ambiente.

Codec, stabilità e quel compromesso da fare

Il Bluetooth 6.0 abbinato a LDAC è una combinazione che in questa fascia di prezzo si vede ancora poco. Su Android il codec ad alta risoluzione si attiva dalle impostazioni sviluppatore oppure direttamente dall’app, e la differenza in ascolto attento c’è, soprattutto su registrazioni ben fatte. È sottile, ma c’è.

Su iPhone tutto questo non è disponibile, per una scelta di Apple che vale per qualunque prodotto non firmato Cupertino. Non è un limite di questi auricolari, è un limite dell’ecosistema.

La stabilità della connessione è buona ma non impeccabile. In casa e alla scrivania non ho mai avuto un problema. Camminando in città nemmeno. Correndo, un paio di volte in tre settimane, ho sentito micro-interruzioni della durata di una frazione di secondo, con recupero immediato. Da quanto ho verificato è un comportamento riscontrato anche da altri, quindi non è il mio esemplare. Fastidioso? Poco. Presente? Sì.

Il compromesso vero resta quello già citato: LDAC oppure multipoint, mai insieme. Sarebbe stato bello poter avere entrambi, ma capisco il vincolo tecnico sulla banda disponibile.

Comfort nelle lunghe sessioni

Qui succede una cosa curiosa. I primi due giorni sentivo una leggera pressione dietro il padiglione, nel punto in cui appoggia il modulo con la batteria. Non dolore, proprio consapevolezza. Ogni tanto li spostavo di un millimetro per cambiare punto di appoggio.

Dal terzo giorno in poi, sparita. Non so se si sia adattato il silicone, se mi sia adattato io, o se semplicemente abbia smesso di pensarci. Il fatto è che dalla seconda settimana ho fatto sessioni da sei ore consecutive senza mai avvertire l’esigenza di toglierli.

Con gli occhiali da sole convivono perfettamente, e non era scontato: la clip si posiziona più in basso e più indietro rispetto alla stanghetta, quindi non c’è sovrapposizione. Chi porta occhiali da vista tutto il giorno troverà qui uno dei vantaggi meno pubblicizzati del formato.

Con il caldo, poi, è tutta un’altra storia rispetto agli in-ear. Niente sudore intrappolato nel condotto, niente prurito, niente di quella sensazione appiccicosa dopo un’ora di sole. A luglio a Roma, credetemi, non è un dettaglio secondario.

Voce, podcast e audiolibri: il terreno di casa

Se dovessi indicare il contenuto per cui questo formato è nato, non avrei dubbi: il parlato. E qui la taratura luminosa di cui mi lamentavo poche righe fa diventa improvvisamente un pregio.

La voce esce pulita, articolata, con una intelligibilità che regge anche in ambienti tutt’altro che silenziosi. Ho ascoltato podcast mentre lavavo la macchina, mentre sistemavo il giardino, mentre camminavo lungo una strada trafficata, e non ho mai dovuto tornare indietro di trenta secondi perché mi era sfuggita una frase. Con gli in-ear questo lo dai per scontato, perché isolano. Con un auricolare aperto è un risultato tutt’altro che banale.

Sugli audiolibri il discorso si allarga. Riesco ad ascoltare per due ore senza quella stanchezza uditiva che dopo un po’ mi costringe a togliere gli in-ear, e sospetto che il motivo sia proprio l’assenza di pressione sul timpano. Il suono arriva da fuori, l’orecchio lavora come lavorerebbe normalmente, e la fatica accumulata è molto minore.

Poi c’è una cosa a cui non avevo pensato prima di provarla. Ascoltando un podcast in casa, con il volume basso, continuo a sentire chi mi parla dalla stanza accanto e continuo a capire il podcast. Il cervello riesce a tenere separati i due flussi perché arrivano entrambi dall’esterno. Con un in-ear devi mettere in pausa. Qui no, e dopo tre settimane questa è diventata la cosa che rimpiango di più quando torno agli auricolari tradizionali.

Custodia, ricarica e le piccole seccature quotidiane

La custodia è compatta (settanta millimetri per quarantotto), sta in una tasca dei jeans senza deformarla e pesa meno di cinquanta grammi. Forma a saponetta arrotondata, apertura con una mano sola, magneti che afferrano gli auricolari con decisione.

Però. E questo però è quello che dopo tre settimane mi ha dato più fastidio di tutto il resto messo insieme. Gli auricolari vanno riposti in un verso preciso, con la clip orientata correttamente, altrimenti il coperchio non chiude e la ricarica non parte. Con la luce accesa è banale. Al buio, o mentre camminate, o mentre state facendo altre due cose contemporaneamente, capita di sbagliare e accorgersene mezz’ora dopo, quando trovate un auricolare scarico. Mi è successo due volte e la seconda ero sinceramente irritato.

Il LED frontale segnala lo stato di carica con i soliti tre colori, ed è visibile a coperchio chiuso, il che aiuta. La porta è USB-C ed è posizionata sul retro, in posizione sensata.

La ricarica wireless resta la funzione che a questo prezzo non ti aspetti, e che una volta provata non vuoi più mollare. La custodia si posiziona bene sul pad, senza quel balletto di centratura che fanno certi prodotti. Ricordate solo che la protezione IP55 non la copre: è certificata solo la coppia di auricolari, quindi sotto la pioggia mettetela in tasca.

Ultima nota pratica, che vale come consiglio spassionato. Appena li ricevete, prima di formulare qualsiasi giudizio, collegatevi all’app e aggiornate il firmware. Le versioni iniziali avevano qualche spigolo che gli aggiornamenti successivi hanno smussato parecchio, e più di un utente si è lamentato di comportamenti anomali risolti esattamente in quel modo. Cinque minuti, e partite dalla versione migliore del prodotto invece che dalla peggiore.

Funzionalità: la traduzione AI e il resto

La funzione più pubblicizzata è la traduzione simultanea basata su intelligenza artificiale, gestita interamente dall’app. Il produttore la presenta come primato di categoria sotto gli ottanta dollari, e almeno formalmente la rivendicazione regge.

Come funziona in pratica: si sceglie la modalità (conversazione faccia a faccia, ascolto di una lingua straniera, oppure traduzione del vostro parlato), si selezionano le due lingue e si comincia. Il flusso passa attraverso il telefono e richiede connessione dati.

Ho fatto qualche prova con l’inglese e con lo spagnolo. La latenza c’è, e si sente: parlate una frase, aspettate un paio di secondi, arriva la traduzione. Nessuna conversazione fluida, quindi, ma nemmeno un giocattolo inutile. Per chiedere informazioni in viaggio, per capire il senso di un discorso, per gestire uno scambio breve con qualcuno che non parla la vostra lingua, funziona meglio di quanto immaginassi prima di provarla. Sulle frasi complesse e sui modi di dire, invece, si perde. Come del resto qualunque traduttore automatico oggi disponibile.

Delle altre funzioni, quella che uso di più è la modalità privacy assegnata alla pressione prolungata. Poi c’è Find Earbud, che fa emettere un suono agli auricolari smarriti, e che ho benedetto una domenica pomeriggio dopo aver rovesciato mezzo divano. La modalità gioco abbatte la latenza a valori che rendono il labiale sincronizzato nei video e giocabili i titoli non competitivi. Su uno sparatutto online non ci proverei nemmeno, ma il Bluetooth in generale non è il mezzo giusto per quello.

Galleria Fotografica

Prezzo e posizionamento

Il listino è di 79,99 euro, con disponibilità in nero, bianco e viola. La colorazione che ho provato è quella nera, che al lancio era anche l’unica.

Il punto è questo: quel listino lo vedrete raramente. Il marchio pratica una politica promozionale molto aggressiva, e nelle settimane successive al debutto il prezzo effettivo su Amazon è sceso più volte sotto i settanta euro, con coupon che in certi periodi hanno portato la cifra ancora più giù. Sul sito ufficiale i codici sconto sono praticamente permanenti. Prima di comprare, insomma, vale la pena controllare entrambi i canali nello stesso momento.

A questa cifra la domanda su cosa si perde rispetto alle alternative premium ha una risposta chiara: si perde in materiali percepiti, si perde qualcosa in raffinatezza della taratura, si perde nella resa dei microfoni in condizioni difficili. Quello che invece non si perde è la sostanza: driver generoso, codec ad alta risoluzione, autonomia reale, software curato, ricarica wireless. Scendendo ulteriormente di prezzo, sotto i cinquanta euro, si rinuncia quasi sempre a LDAC, alla ricarica wireless e a un’app degna di questo nome.

Chi acquista, comunque, ha diciotto mesi di garanzia del produttore e trenta giorni di reso, il che riduce il rischio a zero per chi vuole semplicemente capire se il formato aperto fa per lui.

Trovate il prodotto disponibile su Amazon Italia a questo indirizzo oppure sulla pagina ufficiale del produttore.

Conclusioni

Tre settimane fa ero convinto che i clip-on fossero una moda passeggera, un formato nato per fare bella figura nelle foto e destinato a finire nel cassetto dopo un mese. Mi sbagliavo, almeno in parte. Non hanno sostituito i miei in-ear per l’ascolto serio, e non lo faranno mai. Hanno però sostituito tutto il resto: le ore di lavoro, il campo di tiro, il giardino con i cani, le passeggiate, le telefonate veloci.

Gli EarFun Clip 2 li consiglio a chi passa molte ore con qualcosa nelle orecchie e ha smesso di sopportare l’effetto tappo. A chi fa attività all’aperto e ha bisogno di sentire il mondo per una questione di sicurezza. A chi lavora in casa e deve restare raggiungibile. A chi porta occhiali. A chi ha caldo, in generale.

Li sconsiglio senza esitazione a chi cerca isolamento, a chi ascolta generi costruiti sul sub-basso, a chi passa la giornata in chiamata da ambienti rumorosi. Per quei profili sono lo strumento sbagliato, e nessuna promozione li renderà quello giusto.

Lo scenario perfetto? Una mattinata di lavoro in cui li indossate alle nove e ve ne accorgete alle tredici, quando la batteria è ancora a metà e voi vi eravate scordati di averli su. A me è successo davvero, e vale più di qualunque grafico di risposta in frequenza.

Magari tra sei mesi il silicone si sarà allentato e cambierò idea. Oggi, però, restano nel cassetto della scrivania, a portata di mano. Che per un prodotto in prova è il verdetto più sincero che riesca a dare.

Se questo formato vi incuriosisce, sul nostro sito trovate altre prove dedicate agli auricolari open-ear di ultima generazione, un approfondimento sulle soluzioni con archetto in nichel-titanio, la nostra prova delle cuffie open-ear con supporto LDAC e un test dedicato agli auricolari sportivi a conduzione aerea. Per chi invece preferisce il formato tradizionale, resta valida la nostra recensione degli ultimi true wireless con cancellazione attiva.

Recensione TecnoAndroid

La nostra valutazione

Pro

  • Comfort che dalla seconda giornata sparisce dalla coscienza, sei ore consecutive senza nessun fastidio
  • Autonomia dichiarata realistica, undici ore quasi piene in uso misto con codec standard
  • App con equalizzatore a dieci bande, ventidue preset e comandi riassegnabili in modo granulare
  • Pulsante fisico affidabile con mani sudate, sotto la pioggia, in movimento
  • Ricarica wireless e certificazione IP55 su un prodotto sotto gli ottanta euro

Contro

  • Sub-basso praticamente assente, e nessun equalizzatore può inventarlo
  • Taratura predefinita troppo luminosa, con qualche sibilante di troppo, richiede intervento manuale
  • Riduzione rumore dei microfoni troppo aggressiva in ambiente ventoso o molto rumoroso
  • LDAC e multipoint si escludono a vicenda
  • Marcatore del canale destro poco leggibile sulla finitura nera
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