Vai al contenuto
Offerte

Intelligenza artificiale, un investitore su quattro la usa già

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Un investitore su quattro si affida già all’intelligenza artificiale prima di decidere dove mettere i propri soldi, e il dato non riguarda soltanto i professionisti della finanza. A muoversi in questa direzione sono soprattutto gli investitori retail, cioè le persone comuni che gestiscono in autonomia i propri risparmi e che sempre più spesso interrogano un algoritmo per orientare le decisioni finanziarie. Il cambiamento non è un’ipotesi futura. Secondo i dati raccolti da Fidelity, dalla FCA e da eToro la trasformazione è già avviata e procede con una certa rapidità.

Il quadro che emerge da queste rilevazioni è piuttosto chiaro nella sostanza. L’AI non è più un curioso esperimento per pochi appassionati di tecnologia ma uno strumento di consultazione entrato nelle abitudini di chi investe. C’è chi la usa per farsi un’idea generale su un titolo e chi le chiede un parere prima di comprare o vendere. In mezzo si trovano molte sfumature diverse, ma il punto di partenza resta lo stesso: la tecnologia è diventata parte del processo con cui il piccolo risparmiatore prende posizione sui mercati.

La fiducia nei chatbot e il rischio dell’automation bias

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto di fiducia nei chatbot. Gli assistenti conversazionali rispondono in modo rapido e con un linguaggio sicuro, e proprio questa naturalezza finisce per renderli credibili agli occhi di molti utenti. Il problema nasce quando la sicurezza del tono viene scambiata per affidabilità del contenuto, perché le due cose non coincidono affatto.

Qui entra in gioco il cosiddetto automation bias, ovvero la tendenza a fidarsi troppo di quello che propone un sistema automatico e a mettere in secondo piano il proprio giudizio. Nel campo degli investimenti questo meccanismo può avere conseguenze concrete, visto che una risposta sbagliata o incompleta rischia di tradursi direttamente in una scelta economica poco felice. Il rischio non dipende tanto dalla tecnologia in sé quanto dal modo in cui viene utilizzata, e cioè dal peso che il risparmiatore decide di attribuire ai suggerimenti della macchina. Da questa consapevolezza deriva una delle questioni centrali sollevate dalle analisi. Affidarsi all’intelligenza artificiale per orientare le proprie mosse finanziarie ha senso soltanto se gli strumenti a disposizione poggiano su basi solide. Un assistente che attinge a informazioni imprecise o non aggiornate non può offrire un supporto davvero utile, per quanto convincente possa sembrare la sua risposta.

Dati verificati e il nodo dell’Italia

Per questo motivo l’attenzione si sposta sulla necessità di costruire strumenti basati su dati verificati. È questo il passaggio che separa un semplice chatbot generalista da un vero supporto alle decisioni di investimento. La qualità delle fonti diventa l’elemento decisivo, perché la stessa tecnologia può aiutare oppure confondere a seconda delle informazioni su cui lavora. Per gli investitori retail la differenza è tutt’altro che teorica e riguarda direttamente la gestione del proprio patrimonio.

Resta poi aperta la domanda che interessa più da vicino il pubblico di casa nostra, ossia a che punto sia l’Italia in questa trasformazione. Il fenomeno descritto dalle rilevazioni di Fidelity, FCA ed eToro mostra una tendenza ormai evidente a livello internazionale, e il tema riguarda inevitabilmente anche i risparmiatori italiani, chiamati a confrontarsi con gli stessi strumenti e con gli stessi rischi. La posizione del nostro Paese si inserisce quindi all’interno di un cambiamento più ampio, dove l’uso dell’intelligenza artificiale per decidere come investire coinvolge ormai un investitore su quattro.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
14 Condivisioni