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Fine giugno, campo di tiro con l’arco, quasi mezzanotte. Il telescopio appoggiato per terra sul cemento perché il treppiede non ce l’avevo dietro, il telefono in mano, i grilli che facevano un casino della madonna. Venti minuti dopo, sullo schermo del Galaxy S26 Ultra, c’era una galassia. Non una macchia grigia da interpretare con la fantasia: una galassia, con i bracci, il nucleo, il colore.
Ecco, quel momento lì vale più di qualsiasi scheda tecnica.
Il DWARF mini è il modello d’ingresso di DWARFLAB, l’azienda che ha praticamente inventato la categoria dei telescopi smart tascabili. Pesa 840 grammi, sta in una tasca grande di uno zaino, costa poco più di 400 euro e promette una cosa che fino a cinque o sei anni fa avrebbe fatto ridere: fotografare nebulose e galassie senza sapere niente di astronomia, senza collimare niente, senza un computer, senza una montatura equatoriale da tre chili.
L’azienda me ne ha mandato un esemplare per il test e io me lo sono tenuto per circa due mesi. Giugno, luglio, agosto. Una stagione in cui il cielo sopra Roma è stato quasi sempre limpido e la temperatura quasi sempre insopportabile, il che, come vedremo, non è un dettaglio irrilevante quando parliamo di sensori non raffreddati.
Chi lo compra? Secondo me due profili molto precisi. Chi si è sempre incuriosito guardando in su ma non ha mai avuto voglia di studiarsi tre manuali prima di vedere qualcosa, e chi l’astrofotografia la fa già ma vuole qualcosa da buttare in macchina senza pensarci. Poi c’è un terzo profilo, quello che compra pensando di vedere Saturno come sulle foto della NASA, e quello resterà deluso. Ma di questo parlo tra poco.
Il verdetto, per chi ha fretta: mi ha convinto molto più di quanto pensassi, e mi ha deluso esattamente dove sapevo che mi avrebbe deluso.
Videorecensione
Unboxing: scatola piccola, contenuto essenziale
La confezione è minuscola. Sul serio, quando mi è arrivata ho pensato che dentro ci fosse un accessorio, non lo strumento completo. Cartone scuro, grafica sobria, niente fronzoli da gadget cinese urlato.
Dentro si trova il telescopio incastrato in una sagoma di schiuma, il filtro solare magnetico, un cavo USB Type C, un panno per le lenti e la documentazione minima. Fine.
Il treppiede non c’è. E qui bisogna essere chiari perché è il punto su cui più persone si arrabbiano nei commenti: l’azienda vende a parte un treppiedino con testa idraulica intorno agli 89 euro, ma nulla vieta di usare qualsiasi supporto fotografico con attacco da un quarto di pollice. Io ho usato quello che avevo già in casa, e nelle serate più pigre l’ho semplicemente appoggiato su un muretto o sul pavimento. Funziona lo stesso. Anzi, su una superficie rigida e stabile funziona pure meglio di un treppiede economico che vibra a ogni folata.
Una cosa che mi ha fatto piacere verificare: il cavo di ricarica non è proprietario. Girava questa voce online e volevo toglierla di mezzo, quindi l’ho caricato con tre cavi diversi presi a caso dal cassetto e con un power bank qualsiasi. Nessun problema, nessun messaggio di errore, nessuna ricarica lenta sospetta.
La dotazione è scarna? Sì. Però il filtro solare incluso vale parecchio, perché è l’accessorio che normalmente ti frega altri 40 o 50 euro e senza il quale il Sole te lo scordi. Avrei dato una borsa morbida invece del panno, ma vabbè.
Design e costruzione: sembra un binocolo che ha studiato ingegneria
Preso in mano il DWARF mini la prima volta, la reazione è stata un “oh”. Denso. Freddo. Il guscio è in metallo, non in plastica riverniciata, e la differenza si sente subito nel palmo: pesa 840 grammi ma sembrano di più, nel senso buono, quello degli oggetti costruiti bene.
La forma è particolare e all’inizio spiazza. Immaginate un parallelepipedo di 18 centimetri per 11, spesso appena 5 centimetri e mezzo, con un tubo ottico incastonato dentro che può ruotare su se stesso. Non assomiglia a un telescopio. Assomiglia più a una macchina fotografica squadrata, o a un vecchio walkie talkie professionale, e sinceramente mi piace proprio perché non urla “sono un telescopio”.
Il paragone che ho usato cento volte in questi due mesi, parlandone con gli amici al campo, è quello con un power bank. Perché è esattamente quello: poco più grosso di una batteria portatile da 20.000 mAh. Lo infili nella tasca laterale dello zaino e ti dimentichi di averlo.

Il tubo ottico ruota di 225 gradi e la base gira di 360 gradi in continuo, senza fine corsa. Sembra un dettaglio da catalogo e invece cambia la vita, perché significa che il telescopio può inseguire un soggetto che attraversa il meridiano senza dover fare la giravolta completa che fanno le montature tradizionali. Nelle sessioni lunghe, quelle in cui lo lasci a lavorare mentre tu fai altro, è la differenza tra ritrovare la ripresa completa e ritrovarla troncata a metà.
I due obiettivi stanno affiancati sul frontale, il tele da 30 mm e il grandangolo, protetti quando il coperchio interno è chiuso. Quel coperchio, tra parentesi, non è solo un tappo: è la cosa che permette allo strumento di scattare i dark frame da solo, al buio totale, senza che tu debba fare niente. Ci torno più avanti perché è una delle funzioni che mi ha fatto risparmiare più tempo in assoluto.
I comandi fisici sono ridotti all’osso. Un pulsante di accensione, la porta di ricarica, e basta. Tutto il resto passa dal telefono. C’è chi storce il naso, io no: se devo tenere gli occhi sullo schermo comunque, tanto vale che sul corpo non ci sia niente da cercare a tentoni nel buio.
Qualità percepita? Alta. Dopo due mesi di zaino, giardino, macchina, cemento e una serata con l’umidità che colava, non ha un graffio che si noti. Costruito per essere portato in giro, e si vede.
Scheda tecnica completa
Tutti i numeri del DWARF mini in un colpo solo, così ce li togliamo dai piedi e torniamo a parlare di cose concrete.
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Sensore | Sony IMX662, CMOS 1/2.8 pollici, pixel da 2,9 µm |
| Risoluzione immagini | 2 MP (1920 x 1080), supporto RAW |
| Obiettivo teleobiettivo | Apertura 30 mm, focale 150 mm, f/5, 6 lenti apocromatiche |
| Equivalenza focale tele | Circa 1.016 mm su formato pieno |
| Obiettivo grandangolare | Focale 6,7 mm, circa 45 mm equivalenti |
| Campo inquadrato (tele) | 2,45 x 2,14 gradi |
| Montatura | Alt azimutale con modalità equatoriale selezionabile |
| Rotazione | Tubo ottico 225 gradi, base 360 gradi in continuo |
| Esposizione massima | 90 secondi per singolo scatto in modalità EQ |
| Filtri integrati | Dark Frame, astronomico da 430 a 690 nm, Dual Narrowband Hα 656,3 nm e OIII 500,7 nm |
| Filtro esterno incluso | Solare magnetico frontale |
| Memoria interna | 64 GB |
| Batteria | 7.000 mAh, autonomia dichiarata circa 4 ore |
| Ricarica | USB Type C, cavo standard |
| Connettività | Wi-Fi, Bluetooth, NFC |
| Dimensioni | 18 x 11 x 5,5 cm |
| Peso | 840 g |
| Formati file | JPEG, PNG, FITS, MP4 |
| App | DWARFLAB per Android e iOS |
Ottica e sensore: dove stanno i compromessi
Qui arriviamo alla parte che decide se questo strumento fa per voi oppure no, quindi la dico senza giri.
Il cuore è un sensore Sony IMX662 da 1/2.8 pollici. Un sensore piccolo, con pixel da 2,9 micron che per gli standard dell’astrofotografia sono grandi, il che è una scelta precisa: pixel grandi raccolgono più luce per unità di tempo, e in uno strumento che deve dare risultati in venti minuti e non in cinque ore, quella scelta ha perfettamente senso.
Il prezzo da pagare è la risoluzione finale di 2 megapixel, cioè 1920 per 1080 pixel. Un Full HD. Detto così suona malissimo, e in parte lo è, ma bisogna capire dove fa male davvero e dove non fa male per niente.
Sul telefono? Non fa male per niente. Le immagini sono piene, nitide, condivisibili su Instagram senza che nessuno se ne accorga. Su un monitor da 27 pollici? Crollano. Io le ho aperte sul mio banco di lavoro e la resa cambia in modo evidente: la morbidezza salta all’occhio, i dettagli fini che sul telefono sembravano incisi diventano impasto. Non c’è modo di girarci intorno.

Poi c’è la questione dell’aberrazione cromatica. Sulle stelle più luminose, quelle di magnitudine bassa che dominano l’inquadratura, si vede un alone violaceo. Sei lenti apocromatiche fanno un lavoro onesto ma non miracoloso su un rapporto f/5, e in fase di elaborazione questa cosa va corretta. Con Siril o PixInsight si sistema, sui file scaricati è un intervento di trenta secondi, ma se vi aspettate lo scatto perfetto direttamente dall’app siete nel posto sbagliato.
E il sensore non è raffreddato. Questo, a giugno e luglio a venti chilometri da Roma, con l’asfalto che restituisce calore fino alle due di notte, si sente. Il rumore termico c’è, è reale, ed è più evidente nelle notti afose rispetto alle prime sere di settembre. La funzione dark frame automatica lo attenua parecchio, ma non fa magie.
Detto questo, e qui faccio una piccola inversione rispetto a quello che stavo per scrivere, il compromesso mi sembra centrato. Un sensore più denso avrebbe richiesto tempi di posa molto più lunghi per riempire i pixel, e uno strumento pensato per darti risultati in mezz’ora sarebbe diventato uno strumento per nottate intere. Hanno scelto la velocità invece della risoluzione, e per il pubblico a cui si rivolgono è la scelta giusta.
L’app DWARFLAB: la cosa che funziona meglio di tutte
Sarò onesto: in questa categoria di prodotti il software è quasi sempre il punto debole. Ci sono strumenti ottimi rovinati da applicazioni scritte con i piedi, che si piantano, che perdono la connessione, che ti fanno bestemmiare alle tre di notte mentre l’oggetto che volevi riprendere sta tramontando dietro un albero.
Qui no. Qui l’app (disponibile per Android ed iOS) funziona veramente da Dio, ed è forse il motivo principale per cui consiglierei questo strumento.
L’abbinamento con il telefono avviene in due modi. C’è l’NFC, e allora basta avvicinare il telefono al corpo dello strumento, e c’è la procedura classica, che comunque parte dal Bluetooth e poi apre in automatico la connessione Wi-Fi diretta. In entrambi i casi ci mette pochissimo. Li ho usati tutti e due nell’arco del test, alternandoli senza criterio, e non ho mai dovuto ripetere l’operazione tre volte come mi è capitato con altri prodotti.
Sulle disconnessioni, che sono la lamentela ricorrente nei forum internazionali, la mia esperienza è diversa da quella che ho letto in giro. Non ho avuto disconnessioni che mi abbiano fatto perdere una sessione. Capita che il collegamento salti, certo, ma si ripristina da solo nel giro di pochi secondi e la ripresa riparte. Non so se dipenda dal fatto che il Galaxy S26 Ultra ha un modulo radio particolarmente cattivo o dagli aggiornamenti firmware usciti nel frattempo, e non ho modo di verificarlo. Riporto quello che ho visto io.
L’atlante celeste integrato è il pezzo forte. Scegli il soggetto da un elenco, premi, e lo strumento ci va da solo. Il puntamento GoTo non ha quasi mai fallito nei miei test, e le due o tre volte in cui ha fatto storie c’era un motivo evidente: un albero davanti, il muro di casa, oppure una velatura che gli impediva di risolvere il campo stellare. Con il cielo libero, il colpo va a segno.
Se volete mettere le mani anche sul riconoscimento del cielo a occhio, prima ancora di puntare lo strumento, in redazione abbiamo raccolto sette applicazioni gratuite per riconoscere stelle e costellazioni dallo smartphone: usate in accoppiata aiutano parecchio a capire cosa vale la pena inquadrare in una certa serata.
Stellar Studio e il chatbot: due cose che pensavo fossero fuffa
Ammetto che all’inizio ero scettico su entrambi. Il chatbot con l’intelligenza artificiale dentro l’app di un telescopio mi sembrava la classica feature buttata lì per il comunicato stampa, e invece l’ho usato davvero. Gli chiedi cosa conviene riprendere in una certa notte, cosa è visibile a una certa ora, e ti risponde in modo sensato. Non è un oracolo, ma taglia dieci minuti di ricerche.
Stellar Studio è l’editor integrato, e qui la sorpresa è stata più grossa. Carichi lo scatto, premi, e in pochi secondi hai correzione automatica delle stelle, riduzione del rumore e recupero dei dettagli nelle nebulose. Il risultato è pubblicabile così com’è, il che per chi non ha voglia di imparare PixInsight è esattamente quello che serve.
Un dettaglio tecnico che va detto perché non tutti lo sanno: l’elaborazione di Stellar Studio avviene in cloud, non in locale sul telefono. Significa che serve una connessione internet attiva. Al campo di tiro, dove il segnale è quello che è, questa cosa un paio di volte mi ha rallentato. Non è un difetto grave, ma sapere che l’elaborazione “istantanea” dipende dalla copertura dati cambia un po’ la pianificazione della serata.
Gli aggiornamenti firmware, durante i due mesi, sono stati un paio. Entrambi hanno migliorato qualcosa di concreto, la stabilità della connessione e la reattività dello scatto. E niente, un’azienda che aggiorna davvero il prodotto dopo averlo venduto è una cosa che nel 2026 va ancora segnalata.
Prestazioni, batteria e la scelta del power bank
La batteria è da 7.000 mAh e l’autonomia dichiarata gira intorno alle quattro ore. Nella pratica ho ottenuto valori buoni, in linea con la promessa, con lo scarto fisiologico legato alla temperatura: le notti roventi di luglio la accorciano, le sere più fresche la allungano.
Ma il punto non è quanto dura. Il punto è che non me ne sono mai preoccupato, e il motivo è banale: l’ho usato praticamente sempre con un power bank attaccato.
Questa non è una pezza, è il modo giusto di usarlo. Lo strumento si ricarica via USB Type C con cavo standard, accetta qualsiasi batteria portatile e continua a funzionare mentre si ricarica. Una batteria da 20.000 mAh nello zaino costa trenta euro e trasforma le quattro ore in una notte intera. Ho fatto sessioni che sono andate avanti finché avevo voglia io, non finché aveva voglia lui.

E quando ti rendi conto che il telescopio e la sua batteria di scorta insieme pesano meno di un chilo e mezzo e occupano lo spazio di due libri, capisci perché questo affare ha senso.
Autonomia praticamente illimitata con un power bank nello zaino
Ci torno perché secondo me è il consiglio pratico più utile di tutta questa recensione. Comprate una batteria portatile decente e mettetela nella stessa tasca dello strumento. Non toglietela mai.
Il vantaggio non è solo la durata. È che smettete di ragionare per sessioni. Vi capiterà di impostare una ripresa lunga su un oggetto debole, lasciarla andare per un’ora e mezza, spostarvi su un altro soggetto, tornare indietro. Con un budget energetico chiuso fate calcoli e rinunce, con un power bank attaccato fate quello che vi pare.
Al campo di tiro, in una serata di luglio, ho tenuto lo strumento acceso dalle nove di sera all’una passata, alternando cielo profondo e riprese a largo campo. Zero ansia da percentuale. La cosa che mi ha colpito è quanto questa banalità cambi il modo in cui usi il prodotto.
Test sul campo: due posti, due mondi
Ho testato in due scenari completamente diversi, e la differenza tra i due è la lezione più importante che mi porto a casa da questi due mesi.
Il primo è il giardino di casa mia, zona Guidonia, alle porte di Roma. Comodissimo: esco dalla portafinestra, appoggio, punto, scatto. Solo che intorno ci sono i lampioni della strada, le luci dei vicini, il riverbero della città verso ovest, e in più il muro di casa mi taglia via una fetta consistente di cielo a nord. Le foto vengono. Ma vengono con il fondo cielo alzato, il contrasto compresso, e devi lavorare parecchio in post per tirare fuori qualcosa di decente.
Il secondo scenario è il campo di tiro con l’arco. Tutt’altra storia. Lì è buio buio, orizzonte libero su quasi tutti i lati, e la differenza si vede al primo scatto. Lo stesso soggetto, lo stesso tempo di integrazione, e il risultato non ha proprio paragone: più segnale, meno rumore, colori che escono senza doverli strappare con la forza.

Una sera di luglio abbiamo fatto una brace al campo, e a un certo punto ho tirato fuori lo strumento più per gioco che per lavoro. Nel giro di cinque minuti c’era mezzo gruppo con la faccia dentro il mio telefono a guardare quello che stava arrivando sullo schermo. È l’unica volta in cui ho coinvolto altre persone nel test, e mi ha fatto capire una cosa: questo prodotto ha un potere di meraviglia immediato che i telescopi tradizionali, con la loro trafila di allineamenti e oculari, hanno perso da un pezzo.
Il rammarico grosso di questi due mesi ha una data precisa. L’eclissi solare di agosto. Avevo tutto pronto, il filtro solare montato, la postazione decisa da giorni. Su Roma è arrivato il diluvio. Non ho ripreso niente. Punto. Una di quelle cose che ti restano sullo stomaco per un pezzo.
Sull’uso diurno, invece, devo fare un’ammissione onesta: l’ho approfondito poco. L’azienda lo propone anche per il birdwatching e il paesaggio, e qualche prova l’ho fatta, ma non abbastanza da poterne parlare con la sicurezza con cui parlo del resto. Su questo punto vi dico solo che il potenziale c’è, viste le focali in gioco, e che servirebbe un altro giro di test dedicato.
Approfondimenti
La modalità equatoriale e le pose da 90 secondi
Questa è la funzione che separa il piccoletto dai giocattoli veri e propri. In modalità alt azimutale, che è quella di default, lo strumento insegue il soggetto ma il campo ruota lentamente, e questo limita la durata del singolo scatto. Passando in modalità equatoriale il problema sparisce e si arriva a 90 secondi di posa singola.
Novanta secondi non sono tantissimi in assoluto, ma su un sensore con pixel grandi cambiano completamente le carte in tavola, soprattutto sugli oggetti deboli.
La domanda vera è: quanto è complicato l’allineamento polare? La risposta è che non è complicato per niente. L’app ti guida passo passo, ti dice dove orientare lo strumento, e in pochi minuti sei operativo. Non serve essere esperti, non serve un cannocchiale polare, non serve sapere cos’è la declinazione. Ci si arriva anche partendo da zero, e questa secondo me è una delle cose meglio riuscite di tutto il progetto.
E il risultato? Le stelle restano puntiformi. Ho controllato scatto per scatto sui file grezzi, ingrandendo sugli angoli dove i difetti di inseguimento si vedono per primi, e a novanta secondi non c’è mosso. Zero scie. Considerato che stiamo parlando di un oggetto da 840 grammi appoggiato su un treppiedino, la cosa ha del notevole.
L’unica seccatura è che l’allineamento va rifatto a ogni sessione, quindi ogni volta che spostate lo strumento. Sono due o tre minuti, ma se cambiate spesso postazione nella stessa serata diventano dieci.
Qualità d’immagine reale e il limite dei 2 megapixel
Ne ho già parlato ma qui vale la pena scendere nel concreto, perché è la cosa su cui la gente si fa più illusioni.
Con una quarantina di minuti di integrazione su un oggetto luminoso, sotto un cielo buio, si ottengono immagini che tre anni fa avrebbero richiesto un setup da millecinquecento euro e mezza notte di lavoro. Le nebulose grandi vengono bene, molto bene. Le galassie luminose anche. Gli ammassi aperti sono forse la categoria in cui il rapporto tra fatica e risultato è più favorevole in assoluto.
Dove si crolla è nell’ingrandimento. Con quattro secondi d’arco per pixel, il dettaglio fine semplicemente non c’è. Le galassie piccole restano macchie ovali, le nebulose planetarie compatte sono punti colorati, e i pianeti, diciamolo chiaramente, non sono il mestiere di questo strumento. Giove è un dischetto, Saturno si intuisce, e chi compra sperando nella foto di Marte con le calotte polari sta comprando l’oggetto sbagliato.
C’è una cosa che aiuta parecchio, ed è il mosaico. L’app permette di riprendere più riquadri adiacenti e cucirli insieme, e il risultato finale ha una risoluzione totale superiore a quella del singolo scatto. L’ho provato su soggetti estesi e ha funzionato senza intoppi, allineamento compreso. Non recupera il dettaglio fine, ma recupera il campo inquadrato, che sui soggetti grandi è quello che conta.
Il mio consiglio spassionato: guardate le foto sul telefono e fatevele bastare. È lì che danno il meglio, ed è lì che finiranno comunque, tra una storia su Instagram e un messaggio a vostra madre.
I filtri integrati e la guerra contro l’inquinamento luminoso
Tre filtri, tutti dentro il corpo, tutti gestiti dall’app senza che voi dobbiate avvitare niente.
Il primo è il Dark Frame, e tecnicamente non è un filtro ma un otturatore che chiude completamente la luce. Serve a far acquisire allo strumento i fotogrammi di calibrazione per il rumore termico, in automatico, mentre voi non fate niente. È la funzione che mi ha risparmiato più tempo di tutte, perché nell’astrofotografia tradizionale i dark te li devi fare a mano, con il tappo sull’obiettivo, e sono una rottura mostruosa.
Il secondo è il filtro astronomico, che lavora tra i 430 e i 690 nanometri e taglia le lunghezze d’onda più inquinate spingendo verso l’infrarosso. Uso generale, alza il contrasto senza stravolgere i colori.
Il terzo è quello che fa la differenza vera in città: il Dual Narrowband, tarato sulle righe Hα a 656,3 nanometri e OIII a 500,7 nanometri. In pratica lascia passare soltanto la luce che emettono le nebulose a emissione e blocca quasi tutto il resto, compreso il giallo dei lampioni e il chiarore della Luna.
Nel mio giardino, con tutte le luci che mi circondano, questo filtro è passato dall’essere una feature interessante all’essere l’unico motivo per cui certe serate hanno prodotto qualcosa invece di niente. Non fa miracoli, il cielo brutto resta cielo brutto, ma la differenza tra scattare con e senza è enorme.
Il grandangolo: Via Lattea, scie stellari e timelapse
Di questa seconda fotocamera si parla poco nelle recensioni, e secondo me è un errore, perché è uno dei motivi per cui questo strumento diverte più di quanto ci si aspetti.
Il grandangolo serve nominalmente al puntamento rapido: inquadra largo, riconosce il campo stellare, e passa la palla al tele. Però ci si possono fare le foto, e vengono bene.
La Via Lattea l’ho ripresa più volte dal campo di tiro, e i risultati sono più che buoni: la banda si legge chiaramente, il rumore è contenuto, e il colpo d’occhio è quello che uno spera. Le scie stellari, che sono la classica ripresa lunga in cui le stelle disegnano archi concentrici intorno al polo, funzionano altrettanto bene e richiedono solo pazienza e una batteria che non si scarica.
E poi c’è il timelapse, che è la funzione con cui ho perso più tempo per puro divertimento. Imposti, lasci fare, e la mattina dopo hai un video del cielo che ruota. Da montatore mi ci sono fissato più del dovuto, e il materiale che esce è utilizzabile davvero, non è una demo.
Quindi? Quindi se pensate a questo strumento solo come a una macchina da cielo profondo, vi perdete metà del gioco.
Dall’app a Siril e PixInsight: cosa si guadagna davvero
Chi vuole fermarsi a Stellar Studio può farlo tranquillamente. Chi invece ha voglia di sporcarsi le mani trova una porta aperta, e questa è una cosa che apprezzo molto.
Lo strumento salva i file grezzi in formato FITS, che è lo standard dell’astrofotografia, oltre ai RAW. Li scarichi dalla memoria interna da 64 GB, te li porti sul computer, e li lavori con quello che preferisci. Io li ho passati sia in Siril che in PixInsight, e il guadagno rispetto all’elaborazione automatica c’è ed è tangibile: rumore gestito meglio, stelle corrette in modo più pulito, allungamento dell’istogramma che tira fuori strutture che l’elaborazione rapida si perde.
Ma, e qui bisogna essere realisti, non aspettatevi miracoli. Il sensore è da due megapixel e nessun software al mondo inventa informazione che non è stata registrata. Si recupera qualità, non si cambia categoria. Se l’immagine di partenza è morbida, quella finale sarà una versione più pulita e più contrastata della stessa immagine morbida.
Una nota pratica che ho imparato sul campo: conviene controllare a mano i singoli fotogrammi prima di sommarli. Lo stacking automatico a bordo qualche volta tiene dentro scatti che avrebbe fatto meglio a buttare, e viceversa. L’app permette la selezione fotogramma per fotogramma, usatela, sono cinque minuti che si vedono nel risultato finale.
Sole e Luna: qui il piccoletto fa il fenomeno
Se c’è una categoria in cui questo strumento rende oltre le aspettative è il sistema solare interno, cioè le due cose più grosse e luminose che ci sono lassù.
Il filtro solare magnetico incluso si appiccica sul frontale in un secondo, tiene bene, e non c’è verso che si stacchi da solo. Con quello montato si può riprendere la fotosfera in sicurezza, e l’ho fatto diverse volte tra luglio e agosto. Le macchie solari si vedono, il disco è pulito, la messa a fuoco è rapida.
La Luna è forse il soggetto più soddisfacente in assoluto per chi inizia, perché non serve nessuna preparazione: la punti, mette a fuoco in pochi secondi, la insegue, e in trenta secondi hai una foto che sembra fatta da un professionista. Zoomando al massimo il limite dei due megapixel torna a farsi sentire sui bordi dei crateri, ma nella visione d’insieme il risultato è ottimo.
Una cosa su cui insisto: c’è una modalità dedicata al sistema solare che semplifica parecchio la vita, perché imposta da sola i parametri che altrimenti andrebbero indovinati nei menu. È il tipo di scelta di progettazione che fa capire a chi si stanno rivolgendo.
Quello che non ho potuto verificare è il comportamento durante un’eclissi, per il motivo climatico che ho raccontato prima. Su quello resto con la curiosità.
Umidità, rugiada e rumore termico: i limiti fisici che nessuno può aggirare
Questa è la sezione più scomoda della recensione e voglio essere chiarissimo, perché è il tipo di informazione che nelle schede prodotto non trovate mai.
Non c’è alcun sistema anticondensa. Nessuna resistenza sulla lente frontale, nessun riscaldamento, niente di niente. Questo significa che in una notte umida, e dalle parti mie di umidità ce n’è parecchia, sulla lente si forma la rugiada e la sessione finisce lì. Non c’è un modo elegante per gestirla. Puoi asciugare, riprendere, e vedere che dopo dieci minuti sei da capo.
Ci sono rimedi artigianali, fasce riscaldanti alimentate da power bank e simili, ma sono roba da aggiungere voi. Di serie, il problema esiste e va messo in conto.
Stessa musica per il rumore termico. Il sensore non è raffreddato, quindi nelle notti calde la grana è più presente. La differenza tra una sessione a fine giugno con ventotto gradi alle undici di sera e una a settembre con diciotto gradi si vede a occhio nudo sui file grezzi. La calibrazione con i dark automatici recupera molto, e per l’utente medio il risultato finale resta assolutamente accettabile, ma chi guarda i file al cento per cento la differenza la nota.
Sono limiti fisici, non difetti di progettazione. In un corpo da 840 grammi con una batteria da 7.000 mAh non ci infili né una cella di Peltier né una resistenza senza distruggere l’autonomia. È il prezzo della miniaturizzazione, e chi compra deve saperlo prima, non scoprirlo alla terza serata.
Portabilità: il vero argomento di vendita
Arriviamo al dunque. Tutto quello che ho scritto finora ruota intorno a un fatto solo: questo affare lo porti ovunque senza pensarci.
L’ho messo nello zaino insieme all’attrezzatura da tiro e non me ne sono accorto. L’ho portato in viaggio. L’ho tirato fuori in situazioni in cui un telescopio vero, anche piccolo, sarebbe rimasto in macchina per pigrizia. Ed è proprio qui che si gioca tutto, perché il telescopio migliore è quello che usate davvero, non quello che avete in cantina con le prestazioni migliori sulla carta.
Ho fatto un conto a spanne, nei due mesi di test: ho usato questo strumento più volte di quanto avrei usato qualsiasi altra cosa nella stessa finestra temporale, e il motivo non è che sia più bravo. È che non richiede una decisione. Non devi organizzare una serata, non devi caricare la macchina, non devi montare niente. Apri, appoggia, accendi.
Il rovescio della medaglia, giusto per non fare il fanboy, è che questa compattezza estrema si paga in apertura. Trenta millimetri sono trenta millimetri, e la luce che non raccogli non te la ridà nessuno. Chi ha un giardino fisso e nessuna intenzione di spostarsi farebbe meglio a guardare verso strumenti con ottiche più generose, tipo il nuovo DWARFLAB Draco da 90 millimetri appena arrivato in Italia, che gioca in un campionato completamente diverso per apertura, risoluzione e tempi di posa.
Funzionalità: le cose che non ti aspetti
Ci sono un paio di funzioni che nelle schede tecniche passano inosservate e che nell’uso reale contano parecchio.
La prima è la programmazione delle riprese notturne. Imposti l’orario e il soggetto, vai a dormire, e la mattina trovi il lavoro fatto. L’ho usata un paio di volte su oggetti che culminavano alle tre di notte, orario a cui francamente non avevo nessuna intenzione di essere sveglio. Funziona. Ovviamente serve che il cielo regga e che la batteria regga, e qui il power bank torna utile per la seconda volta.
La seconda è lo stacking multi notte. Lo strumento può sommare le esposizioni raccolte in serate diverse sullo stesso soggetto, costruendo progressivamente un’immagine più profonda. Per chi vive in una zona con cielo mediocre è una funzione preziosissima, perché permette di accumulare segnale un pezzo alla volta invece di sperare nella singola nottata perfetta.
Poi c’è tutta la parte di calibrazione avanzata: oltre ai dark automatici si possono acquisire bias e flat, che sono gli altri due tipi di fotogramma di calibrazione usati nell’astrofotografia seria. Chi non sa cosa siano può ignorarli tranquillamente. Chi lo sa apprezzerà che ci siano.
Infine, una cosa un po’ civetta ma simpatica: l’app tiene traccia dei soggetti che avete ripreso e sblocca distintivi man mano che completate certi traguardi. Cacciatore di nebulose, maestro dei mosaici, roba così. Non serve a niente e mi ci sono appassionato comunque.
Videorecensione
Per chi preferisce vedere lo strumento in funzione invece di leggerne, ho girato una prova video completa con le riprese fatte sul campo, il setup dal vivo e i risultati che escono dall’app in tempo reale.
[VIDEO]
Galleria fotografica: i miei scatti
Qui sotto trovate le immagini che ho realizzato personalmente durante il periodo di prova, tra il giardino di casa e il campo di tiro con l’arco. Alcune sono uscite direttamente dall’elaborazione dell’app, altre le ho lavorate sui file grezzi.
Questa galleria viene aggiornata nel tempo: ogni volta che porto fuori lo strumento e realizzo nuovi scatti, li aggiungo qui. Se tornate tra qualche settimana troverete materiale che oggi non c’è.
Galleria 1
Galleria 2
Pregi e difetti
Riassumo quello che mi resta dopo due mesi, cercando di essere specifico e di non scrivere banalità.
Quello che mi è piaciuto:
- L’app, che è la migliore cosa del pacchetto: atlante celeste, puntamento automatico affidabile, chatbot utile davvero e Stellar Studio che tira fuori un’immagine pubblicabile in pochi secondi
- Allineamento polare alla portata di chiunque, e pose da 90 secondi con stelle perfettamente puntiformi, cosa che su un corpo da 840 grammi non era affatto scontata
- Portabilità che cambia le abitudini: sta in uno zaino accanto all’attrezzatura da tiro e lo usi tre volte tanto rispetto a qualsiasi alternativa
- Il filtro Dual Narrowband, che nel mio giardino pieno di lampioni ha salvato serate che altrimenti avrei buttato
- Dark frame automatici grazie all’otturatore interno, più ricarica con cavo e power bank standard che di fatto azzerano il problema autonomia
Quello che non va:
- Due megapixel sono due megapixel: sul telefono non ve ne accorgete, su un monitor grande le immagini crollano in modo evidente
- Nessun sistema anticondensa, quindi nelle notti umide la rugiada sulla lente chiude la serata e non c’è niente da fare
- Sensore non raffreddato, con rumore termico chiaramente più alto nelle notti estive
- Treppiede non incluso, in un prodotto che senza un appoggio stabile non si usa
- Alone violaceo sulle stelle più luminose, correggibile in post ma presente
- L’elaborazione di Stellar Studio richiede connessione internet, perché gira in cloud e non sul telefono
Prezzo e posizionamento
Il prezzo del DWARF mini sul sito ufficiale DWARFLAB è di 429 euro IVA inclusa, spedizione dalla Polonia in pochi giorni lavorativi. Su Amazon Italia si trova intorno ai 409 euro, quindi leggermente sotto, e con i tempi di consegna che sappiamo.
Attenzione però a dove comprate, perché qui c’è una trappola: i rivenditori specializzati in strumentazione astronomica lo tengono tra i 449 e i 599 euro a seconda del negozio e del bundle. Sono differenze che arrivano a superare i 150 euro sullo stesso identico prodotto, quindi vale la pena controllare prima di premere il pulsante.
Lo trovate su Amazon Italia a questo indirizzo, oppure direttamente sul sito ufficiale DWARFLAB, dove periodicamente girano promozioni e dove si trovano anche gli accessori dedicati, cioè il treppiedino con testa idraulica a 89 euro e la borsa da trasporto a 39 euro.
Il ragionamento sul valore, a conti fatti, è questo. Un telescopio d’ingresso decente, una montatura motorizzata capace di inseguire e una camera adatta alle riprese astronomiche costano insieme più di quanto costa questo, richiedono ore di configurazione e una curva di apprendimento che scoraggia otto persone su dieci. Qui entrano tutti nella stessa scatola da 840 grammi, e in tre minuti si scatta.
Chi vuole risparmiare ancora troverà prodotti più economici, ma quasi sempre rinunciando alla modalità equatoriale, ai filtri interni o all’app decente. Chi invece ha budget e non deve spostarsi ha davanti tutta la fascia superiore, dove si comprano apertura e risoluzione vera. Questo sta esattamente nel mezzo, e ci sta bene.
Conclusioni
Dopo due mesi la sintesi è semplice: mi ha convinto molto più di quanto immaginassi il giorno in cui ho aperto la scatola, e mi ha deluso esattamente nei punti in cui sapevo che avrebbe deluso.
Lo consiglio senza esitazione a chiunque abbia una curiosità verso il cielo e zero voglia di trasformarla in un secondo lavoro. A chi viaggia, a chi cammina, a chi ha uno zaino e una serata libera. L’app fa un lavoro talmente buono da coprire tutta la parte che normalmente spaventa, e i risultati arrivano la prima sera, non alla decima.
Lo sconsiglio a chi vuole stampare in grande formato, a chi sogna i pianeti, a chi ha una postazione fissa e nessuna intenzione di spostarsi. In quei casi i soldi vanno spesi diversamente.
Lo scenario perfetto? Una serata d’estate lontano dai lampioni, questo affare appoggiato su un muretto, un power bank attaccato, il telefono in mano e nessuna fretta. È lì che il DWARF mini smette di essere un prodotto da recensire e diventa semplicemente una cosa bella da avere con sé.
Se potessi chiedere due cose per la prossima generazione, chiederei una batteria più capiente e un sensore più generoso. Il resto, francamente, lo lascerei com’è.
Nel frattempo, se dopo aver letto tutto questo vi è venuta voglia di guardare in su, vi consiglio di dare un’occhiata anche a quello che riesce a fare il telescopio spaziale Euclid con il centro della Via Lattea e alle immagini dirette di esopianeti catturate dal James Webb. Sono due mondi lontanissimi da quello che tenete in mano voi, ma la scintilla è la stessa.
La nostra valutazione
Pro
- App DWARFLAB tra le migliori della categoria, con atlante celeste e puntamento GoTo affidabile
- Allineamento polare semplice e pose da 90 secondi con stelle puntiformi
- Portabilità reale: 840 grammi e ingombro da power bank
- Filtro Dual Narrowband efficace anche con inquinamento luminoso
- Dark frame automatici e ricarica con cavo e power bank standard
Contro
- Risoluzione di 2 megapixel evidente sui monitor di grandi dimensioni
- Nessun sistema anticondensa contro la rugiada
- Sensore non raffreddato, rumore termico alto nelle notti estive
- Treppiede non incluso
- Alone cromatico sulle stelle più luminose
- Elaborazione Stellar Studio in cloud, serve connessione internet





























