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Una supereruzione del supervulcano di Yellowstone difficilmente cancellerebbe l’umanità, ma potrebbe scatenare una catastrofe globale destinata a durare decenni. E non arriverebbe affatto all’improvviso. Prima dell’esplosione ci sarebbero settimane di segnali sempre più allarmanti: sciami sismici in movimento, terreno che si solleva in fretta, geyser dal comportamento anomalo e gas vulcanici in aumento. Nello scenario peggiore tutto culminerebbe in un’eruzione di livello VEI 8, con cenere scagliata a decine di chilometri d’altezza, flussi piroclastici letali e ampie zone degli Stati Uniti occidentali sepolte dalla polvere. Trasporti, rete elettrica, acqua, agricoltura e comunicazioni andrebbero in tilt in gran parte del Nord America.
Non sarebbe una prima volta. Circa 631.000 anni fa, un battito di ciglia in termini geologici, nell’attuale Wyoming nordoccidentale si verificò quella che probabilmente fu una serie di eruzioni immense. La vita nel raggio di centinaia di chilometri venne annientata e la cenere si sparse su buona parte del continente, con effetti percepiti ovunque. Per quanto se ne sa nessun essere umano vide la scena, perché i primi uomini non avevano ancora raggiunto l’America. Altrove forse qualcuno notò cieli più velati e tramonti stranamente accesi, mentre le particelle in sospensione raffreddavano il clima. Oggi nessuno potrebbe ignorarlo. Un gruppo di esperti di disastri e vulcani ha immaginato, partendo dalla ricerca e da come i Paesi hanno gestito le emergenze recenti, cosa accadrebbe se il gigante si risvegliasse adesso.
Yellowstone, due mesi prima: lo sciame che sale
Il racconto comincia poco dopo le sei del mattino, quando un analista delle University of Utah Seismograph Stations nota una serie di picchi improvvisi sui tracciati di solito tranquilli. Sono terremoti registrati sotto Yellowstone durante la notte, quasi tutti troppo deboli per essere avvertiti ma concentrati in modo insolito. Il sito è sorvegliato senza sosta da sismometri, stazioni GPS, estensimetri che misurano le deformazioni della crosta, sensori nelle aree dei geyser, satelliti e campionamenti di gas. Uno sciame sismico che migra verso l’alto merita sempre attenzione, perché può indicare magma o fluidi idrotermali in risalita.
L’analista avvisa i colleghi dello Yellowstone Volcano Observatory. Il grappolo di scosse si stringe sotto la vasta caldera, larga tra 55 e 70 chilometri, e sembra salire appena. Da solo però non significa nulla, visto che Yellowstone conta migliaia di terremoti l’anno. Si decide di aspettare.
Un mese dopo lo sciame ha continuato a risalire, le stazioni GPS si allontanano tra loro e i radar satellitari rivelano un sollevamento del suolo in accelerazione. Un quadro compatibile con magma che si fa strada nella crosta, come visto alle Hawaii prima delle eruzioni. Qualcosa di simile però era già successo tra il 2013 e il 2014, con parti della caldera salite di oltre 15 centimetri l’anno e un terremoto di magnitudo 4,8, il più forte dal 1975. Allora il terreno tornò ad abbassarsi e la causa fu attribuita ai fluidi idrotermali.
Allerta, evacuazione e scelte globali
Stavolta l’osservatorio rafforza il monitoraggio, coordina parchi nazionali e protezione civile e porta il livello di allerta da “normale” ad “advisory”. Gli scienziati discutono in privato le divergenze per evitare scontri pubblici e aggiornano regolarmente la popolazione. La probabilità di un’eruzione entro tre mesi passa dal 6 al 9% a una forbice tra il 21 e il 27%. La politica non fa dichiarazioni, mentre la FEMA prepara piani di evacuazione su larga scala.
Nelle due settimane seguenti la situazione precipita. Scosse sempre più frequenti e superficiali, tremore vulcanico continuo, suolo che si sposta di centimetri in pochi giorni. Perfino Old Faithful diventa imprevedibile, mentre anidride carbonica e gas solforosi aumentano nelle acque.
A due settimane dall’evento una conferenza stampa parla di una probabilità tra l’85 e il 92% di un’eruzione catastrofica entro tre settimane. L’allerta sale a “watch”, il codice aeronautico diventa arancione e i voli vengono deviati. Scatta una zona di evacuazione di 100 chilometri oltre i confini del parco, che coinvolge circa 200.000 residenti e migliaia di visitatori. Sui media spuntano scettici convinti che non accadrà nulla e complottisti che accusano l’osservatorio di essere pagato da oscuri miliardari stranieri.
I leader mondiali si trovano davanti a un bivio: collaborare come un villaggio globale oppure ripetere le chiusure viste con il Covid. Cooperare vorrebbe dire spostare le persone anche oltre i confini, garantendo case, acqua, cibo, elettricità, scuole, lavoro e sicurezza, obiettivo difficile perché gran parte della popolazione mondiale ne è sempre stata priva. Gli Stati Uniti però hanno denaro, competenze e risorse per evacuare.
Fonte: TecnoAndroid








