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Con XRING O3 Xiaomi mette sul tavolo il suo secondo processore progettato in casa, un SoC a 3 nanometri pensato per i dispositivi di fascia alta e per un futuro in cui l’intelligenza artificiale gira direttamente sul telefono. È il tassello che segna l’inizio di un allontanamento graduale da Qualcomm e MediaTek. I due fornitori che per anni hanno praticamente monopolizzato i chip degli smartphone Android. Quando si parla di evoluzione degli smartphone si guarda quasi sempre alle fotocamere, agli schermi, alle nuove funzioni intelligenti. Sotto tutto quello, però, c’è il processore, e progettarne uno da zero resta una delle imprese più complicate dell’intera industria tecnologica.
Il percorso era cominciato nel 2025, quando l’azienda cinese aveva mostrato il suo primo SoC di punta sviluppato internamente. Quella prima generazione era finita su prodotti veri, non su prototipi da fiera: Xiaomi 15S Pro e Pad 7 Ultra. Adesso la seconda generazione prende quell’esperienza e alza l’asticella.
Xiaomi XRING O3: numeri, core e una NPU che punta tutto sull’IA
Il primo dato che salta all’occhio riguarda la costruzione fisica del chip. Processo produttivo a 3 nanometri, 24 miliardi di transistor stipati in appena 133 mm² di superficie. Rispetto a XRING O1, l’azienda parla di una crescita del 26% nel numero di transistor, che non è un ritocco cosmetico ma un salto generazionale vero.
L’aspetto più interessante, però, sta in come è stata riorganizzata la potenza. Invece di limitarsi ad alzare le frequenze o infilare qualche componente in più, Xiaomi ha scelto un’architettura a dieci core divisa tra sei core ultragrandi e quattro core grandi, con una frequenza massima di 4,35 GHz. Accanto ci va una nuova GPU a 16 core con supporto a tecnologie grafiche più avanzate e miglioramenti dichiarati sia sul fronte delle prestazioni sia su quello dei consumi.
Ma il cambio di passo non riguarda solo quanto il chip riesce a calcolare, quanto piuttosto il tipo di lavoro che è preparato a svolgere. L’intelligenza artificiale è uno degli assi portanti del progetto, con una nuova architettura NPU che arriva a 200 TOPS di capacità di calcolo tensoriale e 3,13 TFLOPS di calcolo vettoriale, stando ai dati comunicati dall’azienda. L’obiettivo dichiarato è far girare più funzioni direttamente sul terminale, dai modelli linguistici al miglioramento di foto e video, sfruttando un’integrazione più stretta tra le varie parti del chip.
Progettare non è produrre, e la differenza pesa
Qui serve una precisazione che spesso viene ignorata. Disegnare un chip e fabbricarlo fisicamente sul silicio sono due sfide completamente diverse. Xiaomi ha sviluppato il progetto e l’integrazione dei componenti di questa piattaforma, ma trasformare tutto questo in un prodotto reale con processi così avanzati richiede impianti specializzati che l’azienda non possiede. A occuparsi della produzione del SoC con il suo processo a 3 nanometri sarebbe TSMC, secondo fonti vicine alla vicenda. In sostanza, il design è cinese, la fabbricazione resta nelle mani di uno dei grandi specialisti mondiali dei semiconduttori.
Costruire un chip a 3 nanometri non significa semplicemente rimpicciolire i componenti. Dietro quei transistor microscopici c’è una delle catene industriali più complesse del pianeta, fatta di fabbriche che costano cifre enormi, macchinari estremamente specializzati e anni di ricerca. Per questo la produzione sui nodi avanzati è concentrata in pochissime aziende, dove spiccano TSMC e Samsung. La prima ha avviato la produzione di massa a 3 nm nel 2022, mentre Samsung dispone anch’essa di una linea a 3 nm basata sulla tecnologia GAA.
Per capire perché le aziende cinesi stiano spingendo così tanto sui chip proprietari bisogna guardare al contesto degli ultimi anni. I semiconduttori hanno smesso di essere un componente qualsiasi e sono diventati un pezzo centrale della competizione tecnologica globale. Le tensioni commerciali e i controlli sulle esportazioni imposti dagli Stati Uniti hanno reso più difficile per alcune imprese cinesi accedere a certe tecnologie avanzate, soprattutto nel campo del calcolo ad alte prestazioni.
Il lancio di questo SoC non ribalta da un giorno all’altro gli equilibri del settore, ma segna un passaggio concreto nell’evoluzione di Xiaomi. L’azienda è passata dal dipendere esclusivamente da piattaforme di terzi al progettare il componente centrale dei propri dispositivi, con tutto quello che comporta in termini di integrazione tra hardware, software e intelligenza artificiale.









