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Sam Altman dato per morto da Google: colpa di Wikipedia

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Per qualche tempo chi cercava il nome del numero uno di OpenAI si è ritrovato davanti una notizia sconvolgente e completamente falsa: Sam Altman morto, secondo quanto mostrava Google nelle sue pagine dei risultati. Il fondatore sta benissimo, ma per un certo periodo il motore di ricerca ha restituito l’informazione della sua scomparsa, presentandola con la stessa freddezza con cui riporta una data di nascita o il titolo di un libro.

Il punto di partenza non è stato un errore dell’algoritmo in senso stretto, ma un atto di vandalismo. Qualcuno ha messo mano alla pagina Wikipedia dedicata al CEO di OpenAI e ha scritto che l’imprenditore era stato ucciso a Seattle. Nessuna spiegazione sul perché, nessun contesto, solo una modifica infilata dentro una voce enciclopedica consultata da milioni di persone. Da lì il passaggio successivo è stato automatico, e questo è il vero nodo della vicenda.

Come una modifica su Wikipedia è finita in cima a Google

Il meccanismo è quello del Knowledge Panel, il riquadro informativo che compare in alto nella schermata dopo una ricerca e che raccoglie i dati essenziali su una persona, un’azienda o un luogo. Quel pannello pesca in modo automatico da fonti considerate affidabili, e Wikipedia è tra le principali. Nessuna verifica intermedia, nessun occhio umano che si accorga che si sta parlando della morte violenta di un personaggio pubblico noto in tutto il mondo. L’informazione è stata estratta, impaginata e mostrata agli utenti come se fosse un dato di fatto.

La voce dell’enciclopedia è stata corretta 41 minuti dopo la modifica, un tempo di reazione tutt’altro che lento se si pensa a quanto sia grande il volume di editing su una piattaforma di quel tipo. Ma 41 minuti sul motore di ricerca più usato del pianeta sono un’eternità, abbastanza per screenshot, condivisioni, rilanci e commenti indignati. La fake news su Sam Altman è circolata parecchio prima che il riquadro tornasse alla normalità.

La risposta di Google e le domande che restano aperte

Il gruppo di Mountain View ha riconosciuto l’accaduto rispondendo direttamente a un post su X, ringraziando chi aveva segnalato il problema in tempi rapidi. La spiegazione fornita è stata asciutta: il contenuto non appare più, non si è trattato di un intervento manuale da parte dell’azienda, e quando le persone vandalizzano fonti di informazione pubbliche questo può riflettersi su ciò che compare in Search.

Difficile contestare la ricostruzione. Google ha detto le cose come stanno, senza girarci intorno e senza scaricare responsabilità su terzi con formule diplomatiche. Ha preso un dato da Wikipedia attraverso i suoi automatismi e lo ha mostrato sugli schermi degli utenti. Fine della storia, almeno dal punto di vista tecnico.

La faccenda però lascia in piedi un problema di fondo che non riguarda soltanto OpenAI o il suo amministratore delegato. Il sistema che alimenta i riquadri informativi si regge su una fiducia quasi cieca nella fonte, senza filtri di controllo attivati nemmeno in presenza di parole come omicidio riferite a una figura pubblica. Qualsiasi vandalo con un minimo di dimestichezza può inserire una falsità e vederla amplificata in pochi minuti da quella che resta la porta d’ingresso principale a internet per la maggior parte degli utenti.

Non tutti hanno accolto la spiegazione dell’azienda come sufficiente, e la critica principale va proprio in quella direzione: la trasparenza è apprezzabile, ma non risolve la fragilità della catena. Un anello debole a monte, un’automazione a valle, e il risultato è la morte annunciata di una delle persone più discusse del settore tecnologico mondiale, comparsa in cima ai risultati di ricerca come una notizia qualsiasi.

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