In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Il dibattito sull’IA militare ha trovato una delle sue voci più credibili in Emelia Probasco, che prima di studiare algoritmi ha imparato cosa significa avere pochi secondi per capire se un puntino sul radar è un missile in arrivo. La risposta a quel calcolo, fatto quando era ancora una giovane ufficiale di guerra di superficie della Marina degli Stati Uniti, è stata brutale nella sua semplicità: il tempo a disposizione di un essere umano, da solo, non basta per difendersi. Da quel momento la questione non è più stata teorica.
Due dispiegamenti nell’Indo Pacifico alle spalle, poi il ruolo di speechwriter al Pentagono per il Capo delle Operazioni Navali e l’insegnamento di scienze politiche all’Accademia Navale. Oggi Probasco è Senior Fellow al Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University, dove dirige il lavoro sulle applicazioni militari dell’intelligenza artificiale. Una posizione che tiene insieme due competenze quasi mai presenti nella stessa persona: quella tecnica, su come sistemi come Project Maven di Palantir trasformino montagne di dati di intelligence in decisioni operative, e quella etica, su dove si annidino i rischi veri quando a comprimere il tempo è un algoritmo.
Armi difensive, secondi contati e l’incidente della USS Vincennes
Il caso più citato riguarda i sistemi automatici di difesa. L’esercito americano ha integrato il missile Patriot e il sistema d’arma Aegis in un’architettura capace di rilevare un missile in arrivo, confermarne la traiettoria ostile e attivare da sola una risposta armata insieme alle esche per proteggere la nave. Nessun operatore umano potrebbe reggere quelle tempistiche. La velocità del missile nemico e la distanza massima a cui il radar riesce a individuarlo lasciano una manciata di secondi per identificare la minaccia, lanciare la contromisura e sperare che vada a segno.
Il rischio di attivazioni per errore, secondo Probasco, va inquadrato con precisione. Si parla di armi difensive, e per innescare uno di questi sistemi un oggetto deve viaggiare a una certa velocità e puntare dritto verso il bersaglio, non muoversi in direzione casuale. Il resto lo fanno procedure rigide: anche disponendo di un sistema automatico, non lo si attiva senza indicazioni chiare di un attacco imminente. Poi c’è la storia, che ricorda gli incidenti terribili. Negli anni Ottanta la USS Vincennes abbatté un aereo di linea iraniano con civili a bordo, e l’aspetto più devastante è che il sistema automatico raccomandava agli operatori di non sparare. Furono gli umani a credere che la macchina si sbagliasse. Andò diversamente. Sul timore di un’arma letale autonoma che decida di ignorare l’ordine umano per portare a termine la missione, la posizione è netta. Quel celebre test in cui l’IA eliminava virtualmente l’operatore che tentava di fermarla era un esperimento, e gli esperimenti servono proprio a evitare che simili scenari finiscano nella realtà. Esistono molte tecniche ingegneristiche per prevenire un ammutinamento algoritmico, e quasi tutti i militari hanno una tolleranza vicina allo zero verso un sistema che potrebbe disobbedire.
Il vuoto normativo e la vera forza di Project Maven
Nessun trattato universale vincolante regola oggi in modo specifico l’intelligenza artificiale applicata alla guerra. Mancano definizioni condivise su autonomia, controllo umano e sistemi da vietare. Le leggi internazionali e il diritto bellico, però, si applicano già: proporzionalità, distinzione e necessità restano vincolanti anche quando entra in gioco un algoritmo. Il nodo è tradurre quei principi storici in regole operative per una tecnologia nuova. Qualche segnale di consenso emerge, come l’esperimento ucraino con droni autonomi lasciati liberi di scegliere bersagli in un’area delimitata: al termine del test, gli stessi ucraini si sono rifiutati di ripeterlo.
Quanto a Project Maven, la potenza non sta tanto nell’IA quanto nella capacità di organizzare l’enorme mole di dati dell’intelligence statunitense e renderli subito disponibili a chi decide. Una battuta di un colonnello americano rende l’idea: il sistema d’arma più pericoloso che tutti usano e nessuno ammette di usare è Microsoft Office. Fogli di calcolo, PowerPoint, mail e chat. Maven struttura quel caos, e lì sta la rivoluzione.
Sullo sfondo resta aperto lo scontro dei primi mesi del 2026 tra Anthropic e il Pentagono, dopo il rifiuto dell’azienda che sviluppa Claude di consentirne l’uso per armi autonome e sorveglianza di massa, con la designazione di rischio per la catena di approvvigionamento e una battaglia legale ancora in corso.









