Vai al contenuto
Offerte

Wildfire, il drone che vola 18.500 km con 4 missili antinave

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Il drone Wildfire di General Atomics nasce da un’idea piuttosto semplice da spiegare e complicatissima da realizzare, ovvero costruire un velivolo senza pilota capace di attraversare mezzo mondo, trasportare fino a quattro missili antinave e costare abbastanza poco da poter essere perso in combattimento senza che nessuno, al Pentagono, si strappi i capelli. L’autonomia di trasferimento dichiarata per questo concept è di circa 18.500 chilometri, un numero che da solo basta a spiegare perché se ne stia parlando così tanto.

Per anni i grandi droni militari hanno seguito una logica diversa. Restare in volo per ore, osservare il terreno con calma, colpire quando serviva. Una formula che ha funzionato benissimo finché il cielo sopra le operazioni era relativamente sgombro. Il problema è che le difese aeree moderne sono migliorate parecchio, e un velivolo lento, costoso e difficile da rimpiazzare rischia di trasformarsi in una risorsa troppo preziosa per essere davvero utilizzata.

Perché il Pentagono non vuole un altro MQ.9 Reaper

Il punto è proprio questo. L’obiettivo dichiarato non è replicare l’MQ.9 Reaper con qualche aggiornamento, ma cambiare la filosofia industriale che sta dietro ai droni da combattimento. Servono velivoli senza pilota prodotti in quantità maggiori, modulari, e soprattutto abbastanza economici da rendere accettabile una perdita durante un conflitto ad alta intensità.

La parola chiave qui è modularità. Un sistema pensato a blocchi si costruisce più in fretta, si adatta a missioni diverse e permette di sostituire componenti senza rifare tutto da zero. È una logica che assomiglia più a quella dell’industria di massa che a quella della cattedrale tecnologica costruita pezzo per pezzo, che è poi il modello con cui sono nati molti programmi aeronautici degli ultimi decenni.

Il ragionamento del Pentagono è aritmetico prima ancora che strategico. Un mezzo che costa cifre enormi non viene mandato dove il rischio è alto, perché il calcolo costi benefici lo sconsiglia. E un mezzo che non può essere rischiato, in uno scenario di guerra vera, finisce per valere meno di quanto costa.

Cosa promette il drone Wildfire

General Atomics arriva a questo tema con un curriculum importante, visto che è la stessa azienda che ha reso il Reaper una presenza costante nei cieli operativi di mezzo pianeta. Con Wildfire il salto riguarda soprattutto due elementi, il raggio d’azione e il carico offensivo.

I 18.500 chilometri di autonomia di trasferimento significano, in pratica, la possibilità di rischierare il velivolo da un continente all’altro senza dipendere da una catena di basi intermedie. Non è un dettaglio logistico secondario, perché in uno scenario del Pacifico la distanza è spesso il vero avversario, più delle difese nemiche.

L’altro elemento è la capacità di portare quattro missili antinave. Un drone che può colpire bersagli navali cambia il proprio ruolo, passando da strumento di sorveglianza e supporto a piattaforma d’attacco vera e propria. E lo fa senza mettere in gioco un equipaggio, che resta l’argomento più convincente a favore dei sistemi senza pilota.

Il concept, va detto, resta per ora un concept. Ma la direzione che segna è chiara e riguarda tutta l’industria della difesa occidentale, chiamata a rispondere a una domanda che negli ultimi anni si è fatta pressante, ovvero come produrre in fretta e in quantità sistemi che finora venivano realizzati in poche decine di esemplari all’anno. Il drone Wildfire si inserisce esattamente in questo spazio, tra l’esigenza di autonomia estrema e quella di un costo unitario sostenibile.

Condividi:
182 Condivisioni